Appunti per una storia :di Torre le Nocelle

Appunti per una storia di Torre le Nocelle

 

Brevi cenni storici

di Florindo Cirignano

Il nucleo originario di Torre le Nocelle nacque probabilmente in epoca longobarda, come una contrada di Montefusco. Non era altro che un raggruppamento di poche case intorno ad una torre di guardia, edificata tra IX e il X secolo, anche se qualche studioso fa risalire il casale di Torre già al tempo di Arechi (758/774.) [1]

La torre di avvistamento e di difesa fu costruita per esigenze strategiche, per controllare la valle del medio Calore, insidiata da numerose incursioni saracene che per circa un secolo si erano susseguite, come ondate di voraci cavallette.

 Nell'anno 840 Siconolfo, signore di Salerno, in lotta con Radalgiso (o Radelchi) e Landolfo signori di Benevento e Capua, chiamò in suo aiuto i Saraceni, insediati nella colonia sotto la collina del Traetto alle foci del Garigliano, che in precedenza spesso e volentieri erano stati assoldati dal duca di Napoli, il vescovo Atanasio. Dopo sanguinose incursioni in alcune parti dell'Italia meridionale, i Saraceni trovarono modo di prosperare grazie alle loro razzie e al loro offrirsi come mercenari ai più diversi signori cristiani dell'epoca.[2]

Nell’867 imperversarono per tutto il ducato svuotando le contrade Beneventane e Irpine della loro popolazione. Nello stesso anno, un monaco francese di nome Bernardo in viaggio per la Terrasanta, a Taranto, osservò con sgomento 9.000 prigionieri beneventani, un numero esorbitante per l’epoca, imbarcati su diversi vascelli saraceni destinati a esser venduti come schiavi in Egitto e Tunisia. [3]

Nell’anno 871 ventimila saraceni, sbarcarono dall'Africa a Taranto e avanzarono in due colonne: “Una, con Abdallah, invase l'Irpinia e la Campania, si spinse verso Capua e Napoli, e poi, combattendo contro Adelchi, si accampò sotto Benevento; l'altra, con Ribah, mise a guasto alcune terre e cinse poi d'assedio Salerno”.[4]

Intanto nel 910 tre schiere di Saraceni che si erano fortificate alla foce del Garigliano e a Sepino compirono scorrerie fino alle porte di Roma e a Orte e Narni; un’altra che aveva la propria base a Bojano si riversò su Canosa, Siponto, Venosa, S. Angelo, Frigento, Taurasi e Abellinum che furono saccheggiate e date alle fiamme.[5]

E’ proprio a causa di queste continue razzie che i duchi Longobardi decisero di munire paesi importanti e passi strategici con opere di fortificazione.   Tale strategia fu ripresa con ancora maggior slancio dai Normanni.

All’ombra protettiva della torre, il borgo cominciò a espandersi lungo la collina chiamata Terra. Anche il Castello di Avellino, per bizzarra combinazione, fu edificato sulla “ Collina Terra” e ciò non deve essere sfuggito al suo storico, il torrese Gen. Giovanni Rotondi.

L’espansione avvenne lungo il ruscello Nanteri (nome di origine normanna), [6] dalla base verso la sommità del colle, rovesciando ogni logica difensiva, che normalmente prevedeva il fulcro della difesa nella parte più alta di un’altura e le case civili via via a degradare verso il basso.

Secondo alcune pergamene, le Cartulae venditionis dell’archivio dell’Abbazia di Montevergine[7], lungo il ruscello, un tempo chiamato Ursileo (dal nome del suo proprietario), c’era un mulino e il corso d’acqua prese il nome da un successivo padrone. Uno dei proprietari del mulino (Amminadab) era un ebreo. Nel Beneventano e in Irpinia, durante la dominazione Longobarda, avevano convissuto pacificamente comunità cristiane, bizantine ed ebree. A Benevento, secondo le cronache di Ahima'az Ben Paltiel, nel X sec. era presente una sinagoga. 

Nel 1125 un fortissimo terremoto sconquassò gli edifici di Torre. In quell’occasione fu semidistrutta anche la città di Benevento.

Falcone Beneventano ne da questa descrizione “…al sopravvenire dell’undicesima notte del mese di ottobre si verificò un fenomeno insolito e terribile a Benevento e nelle altre città e paesi  vicini. In quella notte scoppiò improvvisamente un terremoto terrificante. Il terremoto fu così rovinoso che il terreno e i massi di pietra furono spaccati in due della spaventosa forza della scossa e che le mura della città crollando gettarono a terra le case.”.[8]

 In epoca normanna, nel 1140, sotto di Ruggiero II (1113-1154), fu edificata la chiesa di Santa Maria Maggiore, probabilmente da Riccardo II dell'Aquila, morto il 24 settembre 1152, che ne aveva trasmesso il patronato ai propri discendenti. La chiesa di Torre fu portata a termine insieme ad altre 4 e rimase in un rapporto di dipendenza dalla chiesa di Santa Maria in Piazza di Montefusco. [9]  

Tale dipendenza è attestata ancora nel 1370 sotto il rettorato di Niccolò de Tufo, che in quell'anno ne curò la compilazione dell'inventario Per lunghissimo tempo la famiglia dei dell'Aquila esercitarono il diritto di patronato. [10] Se si tiene conto della stratificazione topografica, i primi santi  protettori del nuovo paese furono San Pietro, San Luca, San Mercurio e Santa Juliana. San Mercurio potrebbe essere stato introdotto sin dal 1120, in altre parole quando allo stesso fu dedicato un altare nella chiesa di Santa Sofia a Benevento.[11]

Nel 1118, in epoca normanna, Torre, come contrada di Montefusco, si trovò al centro della guerra tra il connestabile di Benevento Landolfo La Greca, appoggiato da papa Pasquale II e Roberto il Guiscardo prima, e Giordano conte di Ariano poi.

Il 26 luglio del 1127 Giordano conquistò Montefusco e quindi il casale di Turricellla, che. Dopo pochi anni passo anni passò a Ruggiero d’Altavilla, incoronato re di Sicilia dall’antipapa Anacleto II.

Nel 1183 con la pace di Costanza tra Federico Barbarossa e i comuni, questi ultimi sono riconosciuti come entità politiche: le Universitas, che potevano eleggere i propri sindaci e il proprio parlamento (consiglio comunale), il quale poteva essere convocato “ al suono di campana”. In quest’anno viene citata la contrada Cirignano (che oggi fa parte di Torre le Nocelle) come parte integrante dell’Università di Montemiletto. 

Nel 1239 Federico II di Svevia stabilì a Montefuscolo il Giustiziere del Principato. A questa epoca non esisteva ancora l’Udienza Provinciale e le funzioni venivano esercitate da un Giustiziere.[12]

In un documento del 1280, sotto il regno di Carlo I di Angiò, appare di nuovo il nome di Turricella legato a un episodio di violenza: Un tal Jerusalem di Turricella, in concorso con altre tre persone, avevano attaccato e percorso un normanno di nome Guarino di Pantinny di evidenti origini normanne.[13]

1348 – A Torre arrivò la morte nera: La grande pestilenza raccontata dal Boccaccio nel Decamerone. Il contagio comincia in Sicilia e man mano risale tutta la penisola, portando morte e lutti dappertutto. Le campagne si spopolarono e dopo tre anni di morte nera si calcola che la popolazione dell'Europa diminuisse della metà. Dappertutto vi furono sollevazioni popolari contro i feudatari e i proprietari terrieri, i quali avendo perduto parte delle loro rendite divennero ancora più avidi.

Nel 1350 è attestata la chiesa di S. Pietro de Cerreto che crollò col terremoto del 1688. [14]

Nel 1374, ai tempi della Regina Giovanna si formò nella Campania una banda di ladroni che, man mano, ascese a quattrocento armati a cavallo. Essa, dapprima sotto il comando di Mariotti (o Margotto) e poi sotto quello d'Ursillo, occupò Palma, si spinse verso Napoli, devastò la Terra di Lavoro, s’impadronì di Melfi, corse l'Irpinia, la Puglia e il Molise. Era questa la banda della “Rosa rossa” che ingrossata da sbandati, disertori e malfattori e a  causa delle condizioni politiche, rese insicure le strade e i trasporti delle derrate dalle campagne alle città. [15]                                                                                                                         

1419: La Regina Giovanna II scrive ai Capitani di Montefuscolo e di Torre affinché accogliessero i profughi di Venticano e Cerreto, aggrediti da Filippo e Giovanni Filangieri e Algiasio di Tocco. Sono le conseguenze dell'assalto al Castello di Montemiletto ai danni del principe Caracciolo.

Il 5 maggio 1438 il re Alfonso d’Aragona dichiarò il Casale di Torre del tutto indipendente da Montefusco, pur affermando, tuttavia, che si trovava nel distretto di Montefusco. Con tale atto Torre entrava nella divisione amministrativa del regno e gli viene concesso la possibilità di eleggere un proprio sindaco.[16]

 Alfonso d'Aragona dona ad Algiasio de Tocco il casale di Torre nel distretto di Montefusco in P. U. «quod est de demanio nostro, ipsumque a dicto demanio ex nostre plenitudine potestatis tollimus et eximendo totaliter separamus, cum castro seu  fortellicio, hominibus, vassallis etc. ».[17] 

Con quest’atto si sancisce la prima forma di autonomia di Torre le Nocelle. Torre è un sito fortificato con relativa guarnigione (castrum seu fortilicium).

16 giugno 1440 - Alfonso d'Aragona con lettera « in nostris felicibus castris contra terram Candide », scrive al Gran Giustiziere del Regno e al suo luogotenente e al Capitano di Montefuscolo, che ha concesso ad Algiasio de Toccho « consiliarium et fidelem nobis sincere diIectum», il casale di Torre in pertinenze e distretto di Montefusecolo «cum castro seu fortellitio, hominibus vassalis et alijs juribus ad dictam  turrim spectantibus» ordinando che gli sia consegnato.

 

5/12/1456 Forte scossa di terremoto. Verso le dieci del sabato sera. Dopo un periodo di piogge che durava da 50 giorni, tanto che non si era potuto seminare, di notte un sisma pauroso squassò l'intero Sannio e parte dell'Irpinia, causando migliaia di vittime.

 

 9 settembre  1461 - Il principe di Taranto e conte di Lecce, Giov. Ant. Orsini, gran Contestabile del Regno in nome del Re e del Duca di Calabria, «considerando noi li danni et interesse che voi M.co Cola Maria de Tocco nostro consanguineo haveti patuti et patiti per servicio et stato de la Ser.ma M.tà del S.re Re, et de loIll.mo S.re duca de Calabria suo figliolo. In recompensactione di quelli, et perdareve cagione che continuati il vostro bon proposito; per lo presente nostro alberano ... ve concederemo per voi et vostri heredi ... la Torre casale chi è de Montefuscolo contucti vassalli, intrate, rasone et pertinencie sue, la quale confine con Montemiletto, Ventecano altri soi confini », promettendo che il Re e il Duca: «ve faranno ad.omne vostra requisicione lo privilegio in bona et cauta forma ».[18]

Nel 1498 furono concesse le ragioni fiscali di Montefuscolo e dei suoi casali a Giovanni Borgia di Aragona, fratello di Cesare Borgia, il famoso duca Valentino figlio naturale di papa Alessandro VI, che ispirò al Macchiavelli la figura del "Principe".

Sulle nostre terre si contrapponevano gli eserciti di Federico III di Aragona e Luigi XII di Francia con Ferdinando il Cattolico, che, di fatto, si spartivano l'Italia. Le università furono costrette a rifornire le truppe spagnole (Don Diego de Mendoza) e quelle Francesi. Gli spagnoli si diedero spesso al saccheggio e alla rapina, riducendo in miseria le nostre campagne.[19]

Nel 1527 scoppiò la guerra tra Carlo V d'Austria e Spagna e Francesco I di Francia, con la calata dei Lanzichenecchi a Roma. Le truppe francesi passarono per Torre. Il nostro paese che si era schierato dalla parte dei francesi (perdenti), fu costretto a costretto a pagare per ottenere il perdono degli spagnoli.

Nel 1535 Torre, con i suoi sette - ottocento abitanti, era più popolosa della stessa Montemiletto, che contava 110 fuochi.

 Nel 1563 all'università della Torre di Monefuscolo si concesse facoltà di far “esigere le gabelle in nome proprio, da persone particolari”.  [20]

In questo periodo l’organizzazione fiscale del regno è una macchina perfetto. Nessuno può sfuggire al pagamento delle imposte. In realtà un modo c’era: per evadere le tasse occorreva dimostrare di essere gentiluomini di non esercitare mestieri vili e di vivere delle proprie sostanze. Non è strano, allora, che siano intervenuti “ i finanzieri” dell’epoca per indurre gli evasori al pagamento di quanto dovuto.[21] 

La pressione fiscale era alta e la corruzione dilagante. Questo secolo sembra lo specchio del nostro. Nelle “Istanze dell’Università di Torre le Nocelle” si possono notare reclami contro i “fiscalari”, più estorsori che addetti alla riscossione, che avevano persino la facoltà di incarcerare coloro che reputavano evasori.[22]

I gabellieri regi erano insaziabili e spesso esigevano più del dovuto, praticamente portando via denaro con il ricatto della chiusura di una attività o della prigione nei confronti di  non poteva o sapeva difendersi.

1595, marzo, 6. Part. Summ., vol. 1300, fol. 184 t. - Ad istanza dell'università di Torre di Montefuscolo si prescrive al capitano che se vengono commissarii di fiscalarii, si faccia presentare la procura in loro nome; e invigili che la sua azione via reale, e non personale; che non si estenda fuori del territorio, e non esegua sequestri di animali vaccini, né faccia chiudere botteghe, né togliere le « sayette de le molina ».Inoltre, se si paga subito, non debbono riscuotere la diaria di 3 carlini al giorno.

Altro malcostume, più che mai presente nei giorni nostri era quello che potremo definire con termini moderni “corruzione sulle opere pubbliche”. Parte cospicua del reddito del feudatario derivava dall'esercizio dei diritti giurisdizionali come la bagliva, la portolania, la catapania e la mastrodattia. Con la portolania si metteva all'asta un diritto di esigere alcune gabelle in cambio della manutenzione di strade e ponti. Succedeva però che le gabelle venivano esatte, ma le strade e i ponti non riparati. Di questo spesso si lamentava l’Università di Torre le Nocelle:

1568, novembre, 26. Part. Summ., vol. 572, fol. 268 t. -“Ad istanza del casale di Torre di Montefuscolo, si riassumono gli atti della causa contro il Portolano, che molestava particolari cittadini di Montefuscolo e casali, imponendo loro delle pene a scopo di lucro.

 Le università offrono una transazione, pagando una certa somma, per non subire molestie; ma la Somm., con altro decr. 23 marzo, respinge la richiesta, perché tali accordi sono illeciti, e impose al feudatario la restituzione del denaro pagato. Il 31 dic. 1567 tale decreto dell'università. di Torre di Montefuscolo fu intimato al sig. Bardelotta, assuntore della Portolania, ma egli ricusò di osservarlo. Ora gli si ordina, pena 100 once, di osservarlo. Quando gli accadrà di " accomodare vie, ponti, passi, e altri luoghi pubblici, per aver lavoratore si rivolga alle università, e non ai particolari ".

  

Verso la fine del XVI secolo si nota una curiosa riluttanza da parte dei sindaci nominati a Torre ad assumere la carica pubblica. A differenza di quanto accade oggi, che si usa  qualunque mezzo pur di arrivare alla carica di primo cittadino, allora poteva succedere che un sindaco, legalmente eletto, facesse istanza alla corte del Re onde rifiutare la carica, adducendo scuse più o meno valide.

Così nel 1596 un tal Michele Tedesco ricusò di assumere la carica ma un giudice lo obbligò ad accettare. Oppure un tal Giovanni de Ronca, addusse come scusante per esimersi dalla carica di essere zoppo e malsano e di avere 7 figli di cui 5 femmine da accudire. Per contro la Regia Udienza rilevò che due figlie erano maritate per cui doveva accettare l’incarico [23] 

 Il XVII secolo, tanto per non smentire la superstizione che vuole il 17 come numero assai infausto, una serie incredibili di calamità si abbatterono su tutta la Campania.

1610: Dal 29 gennaro per tutto lo mese de febbraro vi fu un'altissima neve. Havendo coperto  la terra et i montoni di neve a similitudine di terri. Ha nevicato giorni continui et notti trenta per detta neve li animali viventi morsero quasi tutti; li capri selvaggi usirono fora della neve e pochissimi ne restarono vivi. Cascarono molte case e furono fatte continue processioni alla Maestà divina che ci levasse ed admonesse da simile tribolazione. [24]

Dopo alcuni anni di carestia il 15 dicembre del 1631 c'è la grande eruzione del Vesuvio che scosse profondamente parte della Campania. Le ceneri dell'eruzione arrivarono fin nel Mar Egeo. La provincia di Avellino, compresa Torre le Nocelle, fu sommersa da alcuni centimetri di cenere che portarono ad un'ulteriore carestia. Il viceré fu costretto a sospendere temporaneamente le tasse per alleggerire gli Irpini da una profonda miseria.[25]

Anche Torre le Nocelle ottenne un’esenzione delle tasse.[26]

1643: C’è la prima testimonianza diretta del culto di San Ciriaco, anche se sicuramente  questo era presente già dalla fine del XIV sec.  In un documento si fa riferimento all'acquisto di un'area per la costruzione di una cappella, che sessanta anni dopo diventerà l’attuale chiesa. La prima “commissione di San Ciriaco" della storia si mise, ovviamente,  nei guai tanto che finirono tutti in prigione per non aver pagato le tasse relative alla transazione.[27]

1656: Un’epidemia di peste fece strage in tutto il Regno di Napoli. In Irpinia i morti furono migliaia. Come sempre si sospettò l’azione di untori stranieri, i francesi in questo caso. [28]

1674. Settembre, 15. Vigl. vicer., vol 366. - Il sindaco di Torrenovelle ( sic ! ndr) ricorre contro quello di Montefuscolo, perché questi, intervenuto alla fiera di S. Ciriaco, ha preteso esercitare una giurisdizione, che a lui non appartiene. Si scrive alla R. Udienza per informazioni. L'ordine viene ripetuto il 6 ottobre.

 

E' la prima traccia dell'autonomia di Torre le Nocelle da Montefusco. Da questo momento in poi ci saranno una serie di ricorsi contro sindaci e gabellieri di Montefusco, fino a quando non ne verrà sancita la loro incompetenza giuridica. In particolare  durante la fiera del 7 agosto e durante le feste del 16 marzo e dell’8 agosto, da Montefusco prima e da Montemiletto poi, venivano inviati esattori a pretendere gabelle sulle vendite. Ciò era sempre motivo di tensioni che sfociavano in violente di risse.

Torre le Nocelle a più riprese rivendicherà lo status di paese indipendente. [29] 

Il 5 giugno del 1688 un terribile terremoto, con epicentro tra Ariano e Benevento, distrusse quasi completamente Torre le Nocelle. La magnitudo, 6,7Mw del sisma fu di poco inferiore a quello del 1980 ( 6.89 Mw).  Era sabato, vigila di Pentecoste.   

Per fortuna fu preceduta, mezz'ora prima da una scossa più lieve che servì da allarme alla popolazione. [30]

Un’altra scossa ancora più potente ( 6.87 Mw;si calcola che in tutto vi furono più di 4800 vittime) , che distrusse quasi completamente Calitri ( 700 morti) e S. Angelo dei Lombardi ( 700 morti) l’8 settembre 1694 annientò completamente Torre le Nocelle.

Crollarono completamente le casaline e la Chiesa di Santa Maria Maggiore. Crollò pure la chiesa rurale di San Pietro de Cerreto, annessa alla chiesa di San Bartolomeo di Montefusco sin dal 1350.  Solo Lo Spedale ( L’Oratorio) e pochissime case restarono in piedi. Torre le Nocelle fu uno tra i 10 paesi d’Irpinia maggiormente colpiti. Il sisma fu pari all’undicesimo grado della scala Mercalli. Dopo tre secoli l'eco della tragedia si tramandava ancora nei racconti dei vecchi. "...Quando ci fu il terremoto di Santa Maria a Torre rimasero in piedi solo 2 case...".[31] [32]

I due sismi crearono una tale distruzione che 70 anni dopo alcune famiglie venivano ancora censite nei “pagliai”, ovvero quei ricoveri temporanei che diventeranno, nei secoli futuri, un continuo e doloroso strascico a questi eventi.

I torresi compirono enormi sforzi, specialmente se si tiene conto che le persone abili al lavoro ( calcolando la loro età apparente nei censimenti) erano poco più che 150.  Il paese cambiò radicalmente il suo aspetto. Fu costruita la chiesa di San Ciriaco, la collina della Terra fu spianata per ricavarne la piazza ( Il Pianello) principale col belvedere che sostituì la vecchia Piazza Olmo non  più grande di un cortile. Fu tagliata, lungo il dorsale della collina,  via Sambuco ( divenuta prima via Marena e agli inizi del XX sec. via De Dominicis), realizzata  via della Costa di Santa Juliana ( via Costarelle), via Padula e soprattutto fu ricostruito l’attuale centro storico che però fuspostato in alto rispetto al precedente. Con il crollo della chiesa di S. Maria Maggiore andarono perduti tutti i documenti e gli atti ecclesiastici anteriori al 1692. Si salvò la statua lignea di San Ciriaco forse perché si trovava in una cappella e non nella chiesa.

Nel 1764 una grande carestia colpì tutto il regno di Napoli provocando una grande quantità di morti.  Da uno studio statistico, i decessi in quell’anno quintuplicarono. Dal “ Libro dei morti”, infatti, risultano decedute 32 persone su 1121 abitanti, contro le 6 del 1765 e le 14 del biennio 1766/67.[33] 

Per sopperire alla penuria di grano si mescolarono  ai cereali nobili altre granaglie di minor  valore come il miglio e l’orzo, ma anche crusca, farina di fave e perfino semi ed erbe che avevano un effetto ipnotico o allucinogeno simile a moderne droghe. Alcuni storici sospettano che in Italia nel XVII e XVIII sec., alcuni governanti, deliberatamente, facevano aggiungere dai fornai alla farina di frumento erbe come il giusquiamo, la datura, il loglio o semi di papavero, i quali avevano un effetto ipnotico o allucinatorio tale da inibire la violenza nelle masse affamate. Era i cosiddetti “pane loppio” e “pane papaverino”.

  E per quanto strano possa sembrare furono le campagne le prime a subire il drenaggio quasi totale delle loro risorse a vantaggio delle città.[34]

 

Alla fine del XVIII erano presenti a Torre sia un convento di Padri Domenicani ( probabilmente in contrada San Mercurio dove sono stata rinvenuta la pianta di un’abside) che un “ Mons maritagi”. La collettività, cioè, aveva provveduto ad acquistare un vasto terreno in una contrada, chiamata ancor oggi “ Le Dote”, che fu frazionata in tanti piccoli appezzamenti da dare in dote a fanciulle orfane o estremamente povere, che altrimenti non avrebbero potuto contrarre matrimonio.  [35]   

1808. Nel settembre di quell’anno su Torre calarono le truppe del colonnello[36] Charles Antoine Manhès, al quale Murat aveva dato carta bianca per debellare il brigantaggio nel regno di Napoli. Non si sa se Torre avesse dato appoggio a qualche brigante o si fosse dimostrata anti francese. Non c’è nessun atto né una riga che possa darci una spiegazione.

 

Tuttavia dai dati dell’anagrafe del 1809 si può intuire, senza ombra di dubbio, che a Torre le Nocelle, l’anno prima, erano stai compiuti violenze ai danni di diverse giovinette. [37] 

1820. Dalla fine del secolo precedente, forse già prima della Rivoluzione Francese, a Torre e nei paesi del circondario si era andata formando un ideale liberale in contrasto con l’assolutismo monarchico. Queste idee trovarono terreno fertile tra i borghesi,persone acculturate che aveva studiato presso l’Università di Napoli e molte aperte al progresso.  Cominciarono le filiazioni alla Massoneria, che più tardi sarebbero sfociate nelle “Vendite Carbonare”. 

E’ assai probabile che Pasquale Rotondi,il quale aveva partecipato all’insurrezione di Morelli e Silvati, prima di aderire alle vendite carbonare del “Filadelfi” e de “I Tulli del Foro” sia stato iscritto ad una loggia massonica. 

E’ di quegli stessi anni (1815) un documento assai raro, che attesta l’iniziazione di Giovanni Sarro di Montaperto (all’epoca studente in medicina), alla loggia massonica “ Marte Fulminante”.  

Nel 1837 a Torre le Nocelle ci fu un’epidemia di colera che causò diversi morti e grandissimo panico. Fu una delle pochissime volte che non festeggiò San Ciriaco.[38] 

Nei moti del 1848 fu presente tra le file degli insorti, insieme al fior fiore dei giovani e degli intellettuali Irpini, anche Cesare, Rotondi , che avrebbe pagato più tardi a carissimo prezzo l’adesione agli ideali del Risorgimento Italiano.

 


 

[1] Arcangelo Musto : "Mons Militum et Mons Aperti historia" pag. 46.

[2] Cronicae Sancti Benedicti Cansinensis – a cura di L. A.Berto, pag.5:”Omen quippe regnum, ut ait Dominus, in se ipsum divisum desolabitur et quod quis serens seminaverit, hoc et metet … Ogni regno, come dice il Signore diviso al suo interno andrà in rovina e ciò che uno avrà seminato quello mieterà. Così fece anche il popolo dei Longobard, che diventarono folli ed uccisero persino i loro principi. ….Per questo Franchi e Saraveni furono alternativamente chiamati gli uni contro gli altri. I Saraceni devastarono tutto il regno, ponendolo a ferro e a fuoco e radendolo al suolo per circa trenta anni.                                                                                                                                                                          

[3] Nell'anno dell'incarnazione di nostro Signore Gesù Cristo 867, volendo nel nome del Signore visitare i Santi luoghi a Gerusalemme, io Bernardo, avendo preso per miei compagni due fratelli monaci, uno dei quali era del monastero di San Vincenzo a Benevento e si chiamava Teudemundo, l'altro era Spagnolo e si chiamava Stefano, venimmo a Roma dal papa Nicola e ottenemmo la desiderata licenza di partire con la sua benedizione ed assistenza.  Lasciando il monte Gargano viaggiammo per 150 miglia, ad una città in mano ai Saraceni, chiamata Bari che era formalmente soggetta a Benevento. E' posta sul mare ed è fortificata a sud da due grandi muri; a nord sporge alta sul mare. Qui ottenemmo dal principe della città, chiamato sultano, il necessario equipaggiamento per il viaggio, con due lettere di salvacondotto che descrivevano le nostre persone e l'oggetto del nostro viaggio al principe di Alessandria e al principe di Babilonia. Questi principi sono sotto la giurisdizione dell'Emir-al-Mumenin,che governa su tutti i Saraceni e risiede a Bagdad e ad Axinarri che sono oltre Gerusalemme. Da Bari andammo al porto della città di Taranto, alla distanza di 90 miglia, dove trovammo sei navi che avevano a bordo 9000 schiavi cristiani di Benevento [«ambulavimus ad meridiem per XC miliaria usque ad  portum Tarentinae civitatis ubi invenimus naves sex, in quibus erant novem millia captivorum de Beneventanis Christianis»]. In due navi che salpavano per prime e che erano dirette in Africa c'erano 3000 schiavi; nelle due seguenti che erano destinate a Tunisi ce ne erano altri 3000. Le ultime due che contenevano parimenti lo stesso numero di schiavi cristiani, ci portarono al porto di Alessandria dopo un viaggio di 30 giorni. - Early travels in Palestine", ed. T. Wright, Londra 1948, pp. 23-31] 

 [4]  Giovanni Rotondi : Il castello di Avellino a cura di Cirignano Florindo

 [5] Il papa Giovanni X fece appello ai vari dinasti per debellare i saraceni. E Guaimaro Il di Salerno e poi il marchese di Spoleto batterono: il primo quelli d'Agropoli e l'altro quelli di Sepino e Bojano, obbligandoli a riparare tutti alla foce del Garigliano ove si concentrarono anche i superstiti d'altre bande. Così si formò là un vasto accampamento  che venne pure fortificato e messo, mercé il fiume, in comunicazione col mare. Finalmente il papa Giovanni X riuscì a costituire una grande lega coi bizantini, coi principi di Capua e Benevento e di Salerno, e coi duchi di Napoli, Gaeta e Spoleto. Però l'imperatore d'Oriente, per concorrervi, volle che questi dinasti si dichiarassero suoi vassalli. Le milizie della lega sotto il comando del marchese Alberico, nel 915 cinsero d'assedio il “ ribát ” del Garigliano, mentre la flotta bizantina incrociava presso la costa. I saraceni resistettero per tre mesi, poi, dato fuoco alle capanne, tentarono di aprirsi un varco, ma, stretti da ogni lato, furono quasi tutti uccisi o tratti schiavi. 

[6] Nanteri  genet.   di  Naterus, ovvero Nantier latinizzato, abitante di  Nant.  “Nantier de Giry conferma à Porrois il possesso di 7 arpenti tra Noizy e Rennemoulin.Omnibus pr. litt. inspecturis Officialis Curie Parisiensis salutem in Domino. Notum facimus quod constituti coram nobis Nanterus de Giriaco, scutifer, et Ada, uxor ejus, recognoverunt quod abbatissa et conventus de Porregio, habebant et possidebant nomine monasterii sui septem arpenta terre arabilis inter Noisiacum et Regnemolin de feodo eorumdem Nanteri et Ade, ratione ejusdem mulieris moventia primo. anno Domini millesimo ducentesimo quadragesimo primo, mense aprili”. (Cartul., I, no 161.)

 [7] 75. CARTULA VENDITIONIS  1192 – maggio, ind. X, Montefusco

Giovanni figlio del fu Girardo, con la partecipazione della moglie Maria, vende a Costantino figlio del giudice Mercurio, alla presenza dello stesso giudice Mercurio e di un altro giudice di nome Riccardo, la dodicesima parte a lui spettante su un mulino, sito nel casale Perticella dove si dice Torricella, realizzando la somma di 3 romanati e 2 tarì di buona  moneta salernitana

946. SCRIPTUM VENDITIONIS 1194 – novembre, ind. XIII, Montefusco

Trotta, col consenso del padre Amminadab e del marito Nunzio, che le funge da mundoaldo, alla presenza del giudice Guarmondo, vende a Costantino figlio del giudice Mercurio la sesta parte a lei spettante su un molino, sito lungo le sponde del vallone Ursileo, non molto distante dalla località Torricella di Montefusco, realizzando la somma di 10 romanati di buona moneta; inoltre Pietro figlio del fu Girardo dice di porsi non solo come garante di Trotta ma anche del fratello Giovanni, il quale aveva venduto allo stesso Costantino la parte a lui spettante sul detto molino.

949. SCRIPTUM VENDITIONIS 1194 – dicembre, ind. XIII, Montefusco
Nicola, figlio del fu Pietro Ursileo, col consenso del figlio Palmerio e con la partecipazione della moglie Maria, alla presenza del giudice Guarmondo, vende a Costantino, figlio del giudice Mercurio, la decima parte a lui spettante su un molino, sito lungo le sponde del vallone Ursileo, non molto distante dalla località Torricella di Montefusco, ricevendo a saldo un romanato in aggiunta al danaro già ricevuto in acconto.

 [8] Falcone Beneventano - Chronicon, a cura di R. Matarazzo pag.69    

 [9] Francesco Bove  Partenio storia di un territorio- Laterza 1993 pag 32

 [10] Codice Diplomatico Verginiano, Montevergine 1976/186 pag.295 nota 1.BCN  Benev 295 cc 11r -12v. Inventarium fattum per dopnum Nicolaum de Tufo rettore subscrittarum ecclesiarum . Bona stabilia ecclesiarum S.te Marie de Turre , quarum una dependet ab alia.

[11]Die vero  ipsius consecrationis dedicatio altaris  B. Mercurii celebratur in Sancta Sophia” . Falcone Beneventano op.cit. pag 48.

 [12] Giovanni Castagnetti . Storia del capoluogo del Principato Ultra Montefusco e Casali

 [13] F. Scandone “ Documenti per la Storia dei comuni dell’Irpinia”:“ Si ordina al mastrogiurato  di Montefuscolo di citare Guglielmo de Griso, e suo fratello Ettore, Andrea de Gratia, Jerusalem de Turrecella, Gregorio de Potta e Desiderio di Montefuscolo, a presentarsi nella Corte locale, per avere assalito e percosso Guarino de Pantinny”.

 [14] Francesco Bove   op. cit. pag 28. BCB Benev.295 n.18 cc.26r-26v-46r. Inventarium bonorum stabilum ecclesie s.ti Petri  de Cerreto  unite sancte ecclesie  s. Bartolomei.Nella stessa opera,  a pag. 33, si fa menzione di una chiesa di  S. Nicola dei Torresi attestata nel 1307, sita il “ loco satis remoto” 

[15] Giovanni Rotondi  op.cit : “In tali scorrerie la banda, ormai già al comando dell'Ursillo, s'avvicinò ad Avellino, e, con l'intesa d'alcuni abitanti, entrò di sorpresa, di notte, in città ove s'impadronì del castello, essendo il conte del Balzo in Provenza, e die’ il sacco alle chiese, al palazzo del vescovo, ai monasteri e alle case dei privati”.

[16] 1438, maggio, 5. Arch. Tocco di M., Lib. priv., 42.          

 [17] Il privilegio è datato da Capua e firmato dal Re. Al fol. 41 vi è copia cartacea del privilegio. Copia è prodotta anche nel Cedolario del 1767, fol. 59.

 [18] 1461, sett., 9. Arch. Tocco di M., Scritt. Div, VII, 12.

 [19] 7/ Giugno 1504 L'università. di Torre di Montefuscolo espone che, per ordine del Gran Capitano, aveva rifornito di razioni di viveri gli uomini di arme di Uñes, di Pedro Suarez, di Rodrigo de Villa Lopez, della Comp. di D. Diego de Mendoza, dando in contanti al primo, dal 19 aprile al 13 maggio, duc. 11, tarì 3. gr. 10; al secondo, altrettanti; e così al terzo; in tutto due. 35 gr. 10. che non potevano essere rimborsati sui fiscali perché allora questi erano concessi al Duca di Gandia. Perciò si ordina al Commiss. di eseguire lui il rimborso, insieme col prezzo di 200 rotoli di pane, 120 rot. di carne di porco, 6 barili di vino, e 20 tomoli di grano per i cavalli, forniti al Sig. Galeazzo  De Bono, commissario. del Gran Capitano, per la Comp. del Principe di Taranto.

 [20] 1563. settembre, "9. Part. Summ., vol. 480, fol. 146 t.

[21] 1569, settembre. 29. Part. Summ., vol. 487, fol. 200.  “Il capitano di Montefuscolo, ad istanza dell'università della Torre di Montefuscolo, costringa a pagar i fiscali taluni, che pretendono « vivere nobilmente » pur esercitando arti varie”

1602, Gennaio 11. Part. Summ., vol. 1594 , fol. 44 t. L'università di Torre di Montefuscolo alla pretesa di Ciccio ed Antonio Cefalo che avevano la pretesa di godere franchigie  dei "viventi nobilmente",oppone ch'essi  " vanno ad arare,fanno i molinari e conducono le bestie alle loro masserie". Si ordina al capitano che li costringa  a pagare come gli altri.

 [22] 1595. novembre, 23. Part. Summ., vol. 1342, fol. 12.L'univ. di Torre di Montefusculo ricorre contro Giov. Cola Cutillo, fiscalario, che ha fatti carcerare alcuni cittadini. Si ordina alla R. Ud. di verificare i pagamenti. Se sono in regola, metta in libertà i carcerati, e non permetta che l'univ. sia molestata.Si riscrive il 31 genn. che liberi i carcerati, se l'univ. dà un garante del pagamento (Ivi, fol. 37t).

1596, gennaio. 27. Part. Summ., vol. 1342, fol. 45 t. Alcuni particolari ricorrono contro l'univ. di Torre di Montefuscolo, che li aveva fatti carcerare per debiti di fiscali. Si dà mandato al Preside della R. Ud. di farsi dare il conto di tutti i pagamenti, fatti all'università dal 1581 in poi.

 [23] 1595, ottobre, 6. Part. Summ. vol. 1345, fol. 265 t. -Giovanni de Ronca, per la ricusa della nomina di sindaco della Torre di Montefusculo, alla ragione ch'egli ha sette figli, di cui 5 femine, ag­giunge che il suo casale- è distante un miglio; e che nel passato anno fu sindaco Claudio Romellino, suo cognato, che non ancora ha dato il conto, e ch'egli è zoppo e malsano. Si ordina alla R. Ud. di non farlo molestare, e di nominare altra persona.

1595, nov. 22. Part. Summ., vol. 1342, fol. 6.In Torre di Montefuscolo dal parlamento è stato nominato sindaco Giovanni de Ronca. Egli avrebbe voluto  ricusare, perché ha sette figli. Avendo l'università fatto osservare che due figliuole si sono già maritate. e alcuni altri maschi. sono maggiorenni, si ordina al capitano di costringerlo ad accettare la carica.

[24]  (N. Diodato Rivista storica del Sannio Febb. 1999)

[25] Francesco Scandone, nella sua "Storia di Avellino", riporta una lettera datata 30 dicembre 1631 in cui il Viceré esprime al Vescovo di Cirene il dispiacere prodotto dalla notizia del danno che han ricevuto i luoghi della comarca di Avellino "per i lapilli caduti per l'incendio della Montagna di Somma"

Nella stessa lettera si ordina anche di far macinare tutto il grano esistente nei magazzini "per il bisogno del pubblico finché si apra il cammino per il commercio", cioé la via di comunicazione verso la Puglia.I danni subiti dalla città di Avellino sono ricordati in una lettera del Sindaco datata 1 aprile 1632:"Il sindaco et eletti esponeno come con l'occasione dell'incendio della Montagna di Somma è cascata in detta città numerosa quantità di arena et per sollevare le case per non farle cascare come era cominciato a succedere a qualcune, si è levata detta rena da sopra li tetti et buttata nella piazza et strade in modo che ve n'è per ogni strada 4 o 5 palmi. Per non deformare la città e non impedire il commercio si chiede e si ottiene licenza di 200 ducati per comprare un terreno libero e portarvi la cenere."

 [26] 1632. novembre, 18. Part. Coll., vol. 155, fol. 133 t. L'università. di Torre di Montefusculo, pur avendo ottenuta una moratoria dal Reggente Tapia, è ancora molestata da commissarii per i fiscali. Si ordina al R. Auditore Russo di non farle dare fastidio

[27] 1643, maggio, 20. Coll. Decret., vol. 103, fol. 74R. Ass. all'univ di Torre di Montefusculo per la vendita di un territorio demaniale di 3 tomoli, acquistato per duc. 30 dalla cappella di S. Ciriaco. Non c'è altro modo di pagare i fiscali. per liberare il sindaco e gli eletti, messi in carcere dal giudice della R. Ud. per i fiscali. ad istanza di un commiss., Vincenzo del Giudice, inviato del Percettore G. Domenico Marano.

[28] Corriere dell’Irpinia del 3/gennaio 2013  : Volturara e la peste del 1656.

“A Napoli siamo nel pieno della pestilenza che dopo trenta anni è tornata a farci scontare i nostri peccati. Forse in mezzo alle vostre montagne, il vento della morte non è ancora arrivato e forse non arriverà mai. Ma, per impedire la decimazione della popolazione e la perdita di tutti i miei beni, ti prego di mettere in atto insieme con il sindaco e con l'arciprete, tutte le misure che i nostri scienziati ci indicano per far fronte all'evento. Chiudete immediatamente tutti gli ingressi al paese con uomini armati e non fate entrare nessun forestiero, perché si dice in giro che uomini e donne ben vestiti seminano le polveri della malattia che attecchisce e semina la distruzione. Si dice pure che siano mandati dai francesi per vendicarsi de fallimento della rivoluzione di Masaniello e compagni. In ogni caso, se qualcuno presenta i sintomi della pestilenza isolatelo in casa, se è benestante, altrimenti, se è povero, portatelo nell'ospedale, dove avrà perlomeno un pasto assicurato. Poi manda i tuoi uomini a pulirne la casa dal sozzume. Non dimenticarti di rispettare i Santi e chiedere loro l'intercessione presso il Signore per allontanare il morbo. Fai raccogliere tutto il popolo in Chiesa con messe continue e fai portare in processione per il paese la statua di San Sebastiano, che ci ha già protetto in altre occasioni da questa pestilenza bubbonica, come raccontano i nostri vecchi. Sono sicuro che il clima fresco, i miasmi del lago e l'isolamento nelle montagne le faranno da ostacolo e Iddio, nella sua misericordia, vi proteggerà”. 

[29] 1681, luglio, 30. Part. Coll.., vol. 361, fol. 126 t.Con suo memoriale l'univ. di Torrenocelle espone di essere ab immemorabili in possesso della giurisdizione della Zecca di pesi e misure. Ora, nella festività di s. Ciriaco, l'univ. di Montefuscolo, pretende turbare tale possesso, col pretesto ch'è un casale di Montefuscolo. Invece « nell'antiche numerazioni e nella moderna si trova numerata per terra distinta e separata da Montefuscolo. con governo separato e fiscali ed assegnatarii di fiscali separati, e i cittadini di Montefusculo, che vi possiedono beni, ne pagano la bonatenenza ».Si ordina alla R. Udienza di procedere in giustizia.

1688 luglio, 21. Coll. Provis.„ vol. 254, fol. 8.Si ordina alla R. Ud. di provvedere in giustizia sulla domanda di Torrenocelle. L'univ. dice di essere da tempo immemorabile in possesso della giurisdizione della Zecca di pesi e misure, specie nella festa di s. Ciriaco. Ora viene molestata dall'univ. di Montefusculo, col pretesto ch'è un suo casale, mentre ha governo separato, numerazione di fuochi e fiscali separati,ed anche territorio separato, tanto che i cittadini di Montefuscolo, che vi possiedono beni rurali, ne pagano la bonatenza».

1697 Luglio 20 Part coll. vol 1038 fol 176. Si ordina alla R.Ud. di P. U. di deputare, in nome del vicerè, "persona ad esercitare la giurisdizione di Mastro della fiera e della Zecca di pesi e misure nella fiera di San Donato, che da tempo immemorabile esercitata dal sindaco di Montefuscolo in tutto il suo territorio, et signanter nella Torre delle nocelle , dove il Principe di Montemiletto e l'univ. di detto casale intende intorbitare tale giurisdizione

 [30] Arturo Bascetta: Scoperte storiche 27/06/2007: La prima grande catastrofe che colpì la zona fu il terremoto del 1688, al quale seguì quello del 1694, come ricorda Napolillo, citando una Relazione anonima, consultata da Salvatore Pescatori e conservata nella Biblioteca provinciale "Scipione Capone" di Avellino, che attesta:

Il maggior danno si sente accaduto nella provincia chiamata di Principato Ulteriore, ove la città di Ariano è stata tutta distrutta, a riserva di pochissimi edifici, i quali quantunque non siano affatto inutili e rovinati, sono però rimasti talmente aperti, che sono inabitabili (...). E sebbene il numero de' morti in essa città, oltre de' storpi, non ascendono secondo l'ultime notizie, che a centosettanta, ciò è stato perché, nel tempo che accadde il tremuoto, la gente si trovò uscita per le campagne, ove abitano presentemente, e anche nelle grotte, per la neve caduta ne' giorni susseguenti al tremuoto, la disgrazia se le rende maggiormente sensibili. La Terra di Bonito anche è rovinata tutta, e centocinquanta morti, e trecento feriti; e sentendosi ivi di continuo scuotere la terra, la rimanente gente atterrita vive per la campagna oppressa dalla neve. La stessa disgrazia si sente accaduta alla terra detta Pietra delli Fusi con morte di circa cento persone. Carifri nella stessa forma, e fra morti si conta quel Marchese di casa Capobianco colla moglie e figli, oltre a due altri figli del Duca di Colle Corvino, Miro. Mirabella è anche rovinata, con molta mortalità

[31] Vedi  INGV Database Macrosismico Italiano  1694 09 08 11:40:--Irpinia-BasilicataStudio CFTI (Boschi et al., 1997) alla pag. http://emidius.mi.ingv.it/DBMI04/query_eq/external_call.htm?eq_id=1070&eq_group=

 [32] L. A. Muratori: Gli Annali d’Italia Napoli 1783 “Funestissimo riuscì quest’ anno al Regno di Napoli per un curiosissimo terremoto, non inferiore a quello della Sicilia  dell’anno precedente. (…) In Ariano e Avellino assaissime persone perirono  e quasi tutte le case caddero.

 [33] Fiorenzo Iannino : Montemiletto la carestia del  1764,   in  Corriere dell’Irpinia   7/11/2011  

Nel biennio 1763/64 le popolazioni del Regno di Napoli soffrirono una terribile carestia: “le ragioni più evidenti ed immediate della crisi-  ha scritto in proposito lo storico Aurelio Lepre- possono essere cercate nella successione di cattive annate (1759, 1761, e 1763) e nel fatto che nel 1763 alla distruzione dei raccolti in alcune regioni del regno si accompagnò la scarsezza del raccolto in Sicilia”. La carestia fu aggravata da una antiquata ed inefficiente politica annonaria, che favorì inevitabilmente l’occultamento del grano ancora disponibile nei depositi dei grandi incettatori e le conseguenti speculazioni commerciali. La crescita vertiginosa dei prezzi impinguò anche le casse di importanti signori feudali: “A parte i massari pugliesi - ricorda ancora Lepre - le maggiori quantità di grano disponibili per la commercializzazione erano nelle mani dei grandi baroni che lo ricevevano dai contadini sotto forma di terraggio. Erano essi a trarre i maggiori vantaggi dagli alti prezzi ed a fare buoni guadagni anche in tempi di carestia. Era già avvenuto in passato ed avvenne anche allora”.

 
Di più, la denutrizione delle masse popolari favorì la diffusione di un’epidemia di tipo tifoideo che mieté numerose vittime nella capitale (dove si era concentrata una massa enorme di mendicanti giunti dalle province) ed in molti altri centri del regno. Ad Avellino la situazione sanitaria precipitò tragicamente: 
Vedevasi il feretro per le strade ripieno di cinque e sei cadaveri portarsi alle sepolture più volte il giorno. Ma perché tutte le sepolture si empirono, si fece da questa città una sepoltura, detta Il Camposanto, nel luogo detto Piano D’Ardine e proprio da sopra il fiume detto la Scrofeta, ed ivi si portavano i cadaveri di notte per non atterrire maggiormente la gente, che alla giornata si aspettava la mote per inedia, e detti cadaveri si esportavano dentro un carrettone coverto, ed almeno la volta vi erano trenta morti e questo viaggio si faceva molte volte la notte”. 
Tra gli altri centri dell’Irpinia più duramente colpiti dalla carestia e dall’epidemia, vi fu Montemiletto, capoluogo dell’importante stato feudale dei principi Tocco, gravitante sull’animata strada delle Puglie. 

 [34] Piero Camporesi  : Il pane selvaggio, Garzanti 2004 “ Il pan ch’a dentro questo [il loglio], oltra che perturba la mente facendo star come ebriachi et face dormir assa et nausea.”

[35]   S. Sacco: Dizionario storico fisico del Regno di Napoli  1796 pag. 50.

[36] L’anno dopo sarebbe stato nominato generale.

[37] Pietro Colletta fa questa descrizione dei brutali metodi  del gen. Manhés : “Gioacchino poi che vidde possibile ogni delitto a' briganti, fece legge che un generale avesse potere supremo nelle Calabrie su di ogni cosa militare o civile per la distruzione del brigantaggio. Il generale Manhès, a ciò eletto, passò il seguente ottobre in apparecchi, aspettando che le campagne s'impoverissero di frutta e foglie, aiuti a' briganti per alimentarsi e nascondersi; e dipoi palesò i suoi disegni. Pubblicate in ogni comune le liste de' banditi, imporre a' cittadini di ucciderli o imprigionarli; armare e muovere tutti gli uomini atti alle armi; punire di morte ogni corrispondenza co' briganti, non perdonata tra moglie e marito, tra madre e figlio; armare gli stessi pacifici genitori contro i figli briganti, i fratelli contro i fratelli; trasportare le gregge in certi guardati luoghi; impedire i lavori della campagna, o permetterli col divieto di portar cibo; stanziare gendarmi e soldati ne' paesi, non a perseguire i briganti, a vigilare severamente sopra i cittadini. Nelle vaste Calabrie, da Rotonda a Reggio, cominciò simultanea ed universale la caccia al brigantaggio.Erano quelle ordinanze tanto severe che parevano dettate a spavento; ma indi a poco, per fatti o visti o divulgati dalla fama e dal generale istesso, la incredulità disparve. Undici della città di Stilo, donne e fanciulli (poiché i giovani robusti stavano in armi perseguitando i briganti), recandosi per raccorre ulivi ad un podere lontano, portavano ciascuno in tasca poco pane, onde mangiare a mezzo del giorno e ristorare le forze alla fatica. Incontrati da' vigilatori gendarmi, dei quali era capo il tenente Gambacorta (ne serbi il nome la istoria), furono trattenuti, ricercati sulla persona, e poiché provvisti di quel poco cibo, nel luogo intesso, tutti gli undici uccisi. Non riferirò ciò che di miserevole disse e fece una delle prese donne per la speranza, che tornò vana, di salvare, non sé stessa, ma un figliuolo di dodici anni. [...]
Lo spavento in tutti gli ordini del popolo fu grande, e tale che sembravano sciolti i legami più teneri di natura, più stretti di società; parenti e amici dagli amici e parenti denunziati, perseguiti, uccisi; gli uomini ridotti come nel tremuoto, nel naufragio, nella peste, solleciti di sé medesimi, non curanti del resto dell'umanità. Per le quali opere ed esempi viepiù cadendo i costumi del popolo, le susseguenti ribellioni, le sventure pubbliche, le tirannidi derivavano in gran parte dal come nel regno surse, crebbe e fu spento il brigantaggio. Questa ultima violenza non fu durevole: tutti i Calabresi, perseguitati o persecutori, agirono disperatamente; e poiché i briganti erano degli altri di gran lunga minori, e spicciolati traditi, sostenitori d'iniqua causa, furono oppressi. Sì che, di tremila che al cominciare di novembre le liste del bando nominavano, né manco uno solo se ne leggeva al finire dell'anno; molti combattendo uccisi, altri morti per tormenti, ed altri di stento, alcuni rifuggiti in Sicilia, e pochi, fra tante vicissitudini di fortuna, rimasti, ma chiusi in carcere.
 »

 

[38] Florindo Cirignano : L’ Epidemia di colera del 1837 in www.torrelenocelle.com/storia/colera.htm   “Il morbo partì dalle paludi malsane del Gange, dove serpenti velenosi si attorcigliano lungo tronchi putridi e tigri feroci lanciano nelle foreste il loro richiamo di morte. Passò per le steppe dell’Afganistan e raggiunse il Corno d’Oro. Per quasi 20 anni disseminò di morti l’intera Asia Minore prima di passare in Europa, poi, portato da contrabbandieri, arrivò in Liguria nel 1835. Nel 1836 fece la sua comparsa nel Regno delle Due Sicilie, lasciando un lungo codazzo di morte. A Napoli ci furono 100 nuovi contaminati al giorno. A Torre si presentò nel mese di marzo in forma alquanto benigna. Ci furono pochi contagiati, ma tutti ebbero un’evoluzione positiva. Ritornò più forte, però, a fine luglio e questa volta pretese il suo tributo di morte. Il Cholera, o morbo asiatico, agli inizi di agosto aveva già colpito diverse famiglie e si ritenne opportuno non fare la festa di San Ciriaco ma, anzi, di creare un lazzaretto in una non identificata ” massaria di campagna” dove ricoverare gli infermi. Il giorno di San Lorenzo “alle ore venti moriva nella massaria di campagna Carmina Di Iorio, di anni 60, contadina, attaccata dal morto asiatico (cholera)”.  Immediatamente si diffuse il panico tra i torresi. Da fuori arrivavano strane voci su avvelenatori prezzolati da nobili o da stranieri che contaminavano l’acqua per distruggere le classi popolari. Si raccontava di paesi decimati dal morbo, tanto che i cadaveri dovevano essere abbandonati lungo le strade. Si guardavano con diffidenza e odio i pochi forestieri, ambulanti per lo più, che si azzardavano a mettersi in viaggio.  Il 19 morì Giuseppa Addonizio di 70 anni che abitava in via Trinità, ma che era stata trasferita nella “massaria di campagna” che serviva da lazzaretto.  Anche gli animali si ammalavano e morivano contribuendo ad appestare l’aria con miasmi mefitici. La malattia si presentava con un’iniziale scarica diarroica, la quale si ripeteva incessantemente lungo la giornata. Venivano, poi, crampi muscolari, debilitazione, sonnolenza e vomito. Nell’arco di pochi tempo si poteva morire di disidratazione. A quel tempo non era stata compresa la meccanica della malattia e che il contagio si trasmetteva per via fecale, tramite la contaminazione delle acque e del cibo, frutta e verdura in primis. I medici, completamenti impotenti innanzi alla portata dell’epidemia, erano in disaccordo sulla terapia e sulle modalità di prevenzione. Questa incertezza fece in modo  che ogni torrese credesse di avere un personale efficace rimedio. C’era chi teneva costantemente un sorso di vino in bocca, sforzandosi di respirare solo col naso, chi masticava incessantemente aglio e cipolla, ritenuti rimedi efficacissimi contro ogni infezione. Si credeva che la malattia si diffondesse per via aerea tramite i miasmi, perciò si accendevano davanti alle case dei falò con legna e paglia bagnata, in modo che facesse molto fumo, necessario a debellare il contagio. Maghi e fattucchiere preparavano intrugli miracolosi a base malva, peperoncino, fichi secchi e ingredienti innominabili. I più agiati pensavano che il rum e il limone fossero gli unici rimedi validi e ne facevano grande uso. I contadini adoperavano l’aglio, il vino, la menta, l’ortica e l’erba di San Giovanni.Il 21 agosto morì un bambino di 12 anni: Carmine Scala che abitava sulle Costarelle. Anch’egli era stato trasportato nel lazzaretto ( non si capisce bene se ci fosse una di queste strutture in ogni paese, oppure ce ne fossero solo alcuni  territoriali che servivano più comuni. Uno ad esempio, per tradizione popolare, si trovava tra Serra e Montefusco.)L’ultimo a morire, il 17 ottobre, fu Ciriaco Bianchino, 56, bracciale, abitante in via Trambato ( Casaline) e deceduto nella solita “massaria di campagna”.  Solo a fine autunno il morbo fu debellato.