IL VELO DELLA SPOSA

di Florindo Cirignano

Questa bellissima storia è unica nel suo genere e per me è stato molto difficile riprodurla. La narrazione  si svolge su differenti piani  spaziali e temporali ed  il racconto trova un senso solo nel finale.  Me la narrò, in una sera d’ agosto, un vecchio  che conosceva l’arte d’incantare con la parole. La difficoltà della trama  lo obbligava ad usare molti incisi e  spesso  era costretto a  deviare dal filo del racconto per inserire qualche  chiarimento. Con grande meraviglia notai come utilizzava lo stratagemma della corrispondenza epistolare,  un riuscito artificio, mediante il quale i fili del racconto, inizialmente ingarbugliati,  si dipanano in una trama  logica e convincente. Il vecchio possedeva senza dubbio    un naturale talento  di narratore  e riusciva non solo ad incantare ma anche a rendere semplici le cose complicate. Non è detto che a  me che questa operazione riesca. 

Prima Parte 
( 16 Maggio 1917)

 Paoluccio Selvitella aveva deciso di dare una svolta alla sua vita. Pur avendo l’invidiabile impiego di guardia municipale e quella di responsabile della pubblica illuminazione, aveva da qualche  anno  iniziato un commercio di vino che prometteva molto bene. Se gli fosse riuscito  quanto stava progettando, avrebbe abbandonato il suo posto di lavoro per darsi anima e corpo alla nuova iniziativa, che gli avrebbe consentito di avere  molto tempo a disposizioni e nessuna testa di cavolo come capo. Avrebbe abbandonato, soprattutto , la responsabilità di accendere e spegnere i lumi a gas, che lo obbligava, con qualsiasi tempo, a portare sulle spalle uno scala ed ad uscire a tarda sera, anche se bruciava per la  febbre a meno che qualche persona di sua fiducia non lo sostituiva temporaneamente nell’incarico

 Ora Paoluccio Selvitella  era abbattuto, prostrato. L’ombra del fallimento si proiettava sulla sua piccola azienda ed il disonore sul nome della famiglia. Egli, non avrebbe potuto più onorare i propri impegni. Incombevano vergogna  e  miseria.

 Durante l’inverno aveva ritirato 600 ettolitri di vino dai piccoli contadini e produttori della zona, dando loro   solo una minima  caparra. Avrebbe saldato i conti  prima delle festa di San Ciriaco, quando ragionevolmente prevedeva  di  aver venduto  gran parte del  prodotto ad osterie, alberghi e dettaglianti di mezza regione. Aveva stipato  il vino in capaci botte nella sua   cantina,  detta la“Rimessa”,  e fiducioso aveva atteso  che, come ogni anno, i compratori venissero a contrattare le partite. Purtroppo qualcosa andò storto, poiché tutto il vino inacidì. Non riuscì mai a spiegarsi come le botti avessero potuto  avariarsi tutte, non solo quelle che contenevano  i delicati bianchi Greco, Fiano e Codadivolpe, ma anche le botti del corposo  Aglianico, del Piedirosso e della Falanghina  . Insieme ai figli, vagliò tutte le ipotesi possibili:  si pensò al malocchio, alla fattura di una “janara”, che una volta infestavano le campagne e che erano capaci di far morire il bestiame o di far ammalare una persona . Si sospettò del  sabotaggio di qualche dipendente, che per vendicarsi di un torto subito, avrebbe  introdotto piccoli pezzi di “mamma d’aceto” in tutte le botti.

Qualunque potesse essere la causa di quel disastro, in ogni caso entro un paio di  mesi  avrebbe dovuto versare 1200 lire che non possedeva. Paoluccio pagava il prezzo della sua spregiudicatezza commerciale: aveva voluto mettere in ginocchio il mercato del vino,  accaparrandosene una grossa fetta,  ed invece  era lui ora  che si trovava al tappeto.  Unico modo per salvarsi dallo scandalo era quello di vendere la casa e le cantine, con tutto quello che c’era dentro. Era la rovina! Anni di lavoro buttati al vento. La possibilità di ottenere  una proroga  dei  pagamenti era impensabile: dato che da due anni l’Italia era in guerra  contro l’Austria  la miseria colpiva tutti indistintamente. L’unica risorsa era un suo compare, don Ciccio Cerza, facoltoso commerciante  che abitava a  San Giorgio. Andò a trovarlo di buon ora e fu ricevuto con molto affetto dal  vecchio compare. Purtroppo  anch’egli  in  quel momento si trovava in difficoltà. Tuttavia questi, per venirgli incontro in qualche modo,  gli propose  di guadagnare una discreta  somma: gli occorreva un uomo di fiducia che guidasse un centinaio di carri di zolfo di Tufo  e di derrate  fin su a Ferrara, a ridosso della seconda linea del fronte. I pochi treni erano riservati al movimento di truppe e di munizioni e non potevano trasportare merci per privati.  Paoluccio S. accettò  senza entusiasmo: la somma che avrebbe percepito  rappresentava una goccia nel male, ma pur sempre qualcosa. La partenza del convoglio  era  stata già fissata per l’alba del sabato successivo, dopo tre giorni. Paoluccio  li avrebbe incontrato  sulla via Nazionale i carri, che sarebbero confluiti là  da diversi paesi, ne avrebbe controllato il carico ed i documenti e quindi avrebbe organizzato al meglio il lungo convoglio.  

 Seconda Parte
19 Maggio 1917 (tre juorni roppo)

Renata, figlia di Domenico, era bellissima. Una figliola unica, uno splendore, uno dei più bei fiori apparsi sul suolo torrese.   Non c’era un ragazzo nel paese che non avesse cercato  di far breccia nel suo cuore. Fu Amerigo Dellaglio, però, un giovane emiliano, figlio di un capocantiere venuto dalle nostre parti per potenziare  la ferrovia che collegava la nostra regione alla Puglia, a  conquistarla.  Renata era figlia unica ed orfana di madre.  Amava molto Torre, amava le sue colline, il suo fiume i suoi campi e la sua gente. Quando si maritò nel 1913 e si trasferì a malincuore a Guastalla, il paese del  marito, portò con sé suo padre, il quale, già malato e non abituato al clima umido, morì, poche settimane dopo. A Torre non aveva più nessun parente e di loro non si seppe più niente. Grande, pertanto, fu la sorpresa  di alcuni  torresi, quando quattro anni dopo, in  una mattina di maggio videro l’uscio della sua vecchia casa aperto. Renata era tornata. 

 Terza Parte
20  maggio 1917 (quatto  juorni roppo)
 

Alla vigila della partenza Paoluccio cenava mestamente insieme a sua moglie Giuseppina ed ai tre figli Rosa, Francesco e Nicola. Tutti in famiglia erano consapevoli delle difficoltà stavano  attraversando per cui in casa c’era un’atmosfera funerea ( fuoco spinto e cannela stutata). I ragazzi  fiatavano appena onde  evitare probabili scatti di collera del capofamiglia. Giuseppina (Peppina)  raccomandava suo marito di riguardarsi durante il viaggio, che  era lunghissimo e non agevole. Preso da ben altri pensieri,  Paolo  ascoltava distrattamente le parole della moglie, sbocconcellando pane e fave. Il suo bagaglio era già pronto e fra poco sarebbe andato a letto, ma era sicuro che non avrebbe preso sonno. Bussarono alla porta. Francesco andò ad aprire il portone e poco dopo rientrò in cucina accompagnato da una donna bellissima.

Era Renata, pallida, quasi diafana e molto agitata. Con concitazione raccontò che aveva saputo che suo marito Amerigo, da un anno al fronte, era stato ferito  gravemente ed era stato trasportato nell’ospedale militare di Padova . La donna era venuta a conoscenza della partenza di quel convoglio e pregava Paoluccio di portarla con sé fino  dove avesse avuto  la possibilità di prendere un treno. Né da  Avellino né da Benevento c’era possibilità di trovare posto sulle rare tradotte che andavano verso nord. Il tono accorato della giovane, infatti,  commosse Peppina, la quale convinse il recalcitrante marito a portarla con se. E così all’alba, partirono su di un calessino alla volta di Passo di Mirabella, dove già attendevano i carri, che dopo accurati controlli,  iniziarono in marcia.  Il viaggio fu lungo e faticoso.

Per fortuna il tempo fu clemente e risparmiò ulteriori fatiche ad uomini e bestie. Dopo qualche giorno di viaggio Paoluccio divenne meno cupo e cominciò ad essere meno brusco con i carrettieri e specialmente con Renata, con la quale conversava a lungo, talvolta spettegolando allegramente sui compaesani. La ragazza era affabile, cortese e cercava di essere di poco impaccio. I carrettieri, pensando che  fosse una parente del capo, non l’importunavano minimamente, anzi si sforzavano  di essere garbati e civili. Renata, a sua volta, si mostrava affabile e cordiale con tutti. Quando traversarono i passi appenninici gli uomini indossarono i loro mantelli (chi ne possedeva uno) lei si proteggeva il collo  con un velo bianco, molto fine, insufficiente tuttavia  a darle il minimo conforto al freddo, su cui era stato inserito  un monogramma ricamato a tombolo: R.D..  Insomma per quanto lungo il viaggio non fu orribile.Quando alla fine arrivarono a Ferrara , mentre erano in atto le concitate procedure di scarico, la ragazza scomparve senza salutare nessuno.  Paolo consegnò le merci al colonnello Mattini, responsabile per la sussistenza,  il quale dopo una minuziosa ispezione,  rilasciò le  dovute quietanze. Sbrigate le pratiche cercò invano la ragazza per l’intero pomeriggio, interrogando militari  e lavoranti. In quel posto una ragazza, per giunta bellissima, non poteva passare inosservata; nonostante ciò nessuno l’aveva vista . La sera stessa il convoglio, guidato da un Paoluccio imprecante e furioso,  prese la via del ritorno .  

 

Parte Quinta
14 giugno 1917
(vintotto juorni roppo)
   
Lettera del Maggiore Perillo

Al  Rev.  Cappellano  Don Macario  Leoni, II Regim. Fanteria – Primo Batt.  Verona
 

"Caro Don Macario, con la presente Le chiedo conforto circa un avvenimento che mi ha lasciato sommamente interdetto, a cui, per altro, hanno assistito (e ben possono  testimoniare la cosa) anche la Rev.ma Madre Giulia Ferraioli e la   sorella  Suor Maria Belmonte, alias Suor Rosaria, che come me stanno prodigando i loro servigi per la Patria presso l’Ospedale  Militare di Padova.  Iersera, io e le sucitate Sorelle, come di consueto, eravamo intenti a   compiere l’abituale  giro notturno tra le corsie, onde verificare le bisogna dei nostri eroi feriti, allorquando scorgemmo un bagliore venire dal fondo della camerata. Come  lei ben sa in questo luogo giungono quei feriti che, dopo sommari interventi negli ospedali da campo, si reputino di tal gravità da necessitare di particolari cure. Deve  inoltre sapere che, senza mio espresso ordine per iscritto, non sono ammessi  visitatori civili in ispecialmodo nelle ore serali. Per la qualcosa grande fu il nostro sconcerto, allorquando, avvicinandoci al letto del caporale  Amerigo Dellaglio  ivi scorgemmo una giovin fanciulla che amorosamente gli carezzava il fronte.  Enorme, tuttavia, fu lo stupore allorquando ella, scorgendoci nella tenebra, lestamente uscì dalla camerata dileguandosi nel nulla. Dopo aver fatto le doverose ricerche ed accertatomi personalmente presso le sentinelle che piantonavano gli usci che niuno era entrato o uscito in quei frangenti, mi portai nuovamente presso il giaciglio del suddetto caporale. Egli era spirato, dopo 13 giorni di agonia. Non potei far a meno, tuttavia, di notare che avea il viso sereno con un sorriso sulle labbra ed inspiegabilmente fra le mani stringea un  virginale velo da sposa su cui erano anagrammate le lettere  R.D. . Come dianzi detto alcuna persona estranea fu rinvenuta nell’Ospedale, per cui chiede al Reverendo prima e all’amico dopo una possibile spiegazione di quanto veduto perché dove io non posso giungere con la mia scienza forse ella può con la sua esperienza. Con la speranza di vederci presto a Patria liberata, affettuosamente la saluto".

 Firmato Magg. Luigi Perillo , primario dell’Ospedale Militare di Padova  

 

 27 Giugno  1917  
Lettera di Don Macario
Al Maggiore Luigi Perillo , comandante dell’Ospedale Militare  di Padova

 "Amico mio la tua missiva molto mi ha crucciato e per un istante ho dubitato  della tua testimonianza   ( e di tanto faccio ammenda), ma invero mi sono sovvenuti il tuo equilibrio, la tua sobrietà dimostrata in altre circostanze, la saldezza della tua fede, nonché il tuo quotidiano rapporto con la morte e la sofferenza. Per questa ragione, approfittando di una staffetta che andava verso la città di Guastalla ho pensato bene di inviare una missiva  a Don Ilario Polli, mio fratello in Cristo nonché mi vecchio camerata di seminario  e  curato del paese dello sventurato caporale, onde chiedergli di avvisare i familiari del decesso del loro caro. Ne ho ricevuto una risposta a stretto giro di staffetta e non certo era tanto che mi aspettavo di leggere. Il buon Don Ilario mi fa sapere che nessuno della famiglia dello sventurato caporale è a tuttoggi in vita, in quanto suo padre trapassò due anni orsono di febbri terzane, mentre la sua diletta moglie Renata defunse il 15 maggio scorso in una epidemia di tifo petecchiale che colpì la nostra comunità. Il vecchio reverendo ci tiene a farci sapere che la giovindonna, durante i suoi deliqui invocò ripetutamente il nome del suo adorato sposo e che come sua ultima volontà chiese di essere interrata col suo velo da sposa. Caro figliuolo mi preme farti sapere che sia Don Ilario che io siamo stati molto colpiti da questa storia e non dubitiamo punto che entrambi i giovini siano  oramai già  nelle grazie di Nostro Signore e che tal  amore  sia una risposta celeste  a tanto odio ed a   tante strazi. Per la qualcosa abbiamo deciso di celebrare Messa in suffragio di due anime tanto belle quanto  sfortunate. Insomma nella storia che tu m’hai contato non percepisco fetore  di zolfo, semmai profumo di gigli e viole.  Riguardati figliolo mio, sii saldo nella fede e sappi che sempre pregherò che tu ritorni salvo e sano da quest’orribile guerra." 

Firmato Rev.  Cappellano  Don Macario  Leoni 

 

29 Luglio 1917 /    ( settanta juorni roppo) 

Paoluccio tornò a Torre  e quando oramai era al culmine della disperazione ricevette  un telegramma. Lo aprì con molta preoccupazione, pensando che a disgrazia di aggiungeva disgrazia. Restò,invece, stupefatto nel leggere il seguente testo:  
Telegramma: Mittente  Colonnello F. Mattini  Comandante Generale Servizio Sussistenza et Salmerie del Reale Esercito Italiano
 

Destinatario: Paolo Selvitella.  Torre le Nocelle.
 

“ Come concordato con sua gentile sorella vogliate  consegnare at deposito generale città  Ferrara  600 hl aceto di vino at prezzo unitario di 210,89 lire at hl. Somma sarà regolata metà contanti metà con fedi  pagamento a riscuotere a vittoria conseguita. Distinti saluti et viva Italia”

Firmato  Colonnello F Mattini. 

 Fine

 

 

N.D.R.

 In una cartolina  che  Domenico Iarrobino spedì alla sua famiglia dal fronte. nella quale  fa sapere  dell'arrivo di P. Selvitella  nelle retrovie, ho trovato un' implicita conferma di questo racconto che ritengo veramente straordinario .