IL VELO DELLA SPOSA
di Florindo Cirignano
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Questa
bellissima storia è unica nel suo genere e per me è stato molto difficile
riprodurla. La narrazione si svolge
su differenti piani spaziali e
temporali ed il racconto trova un
senso solo nel finale. Me la narrò,
in una sera d’ agosto, un vecchio che
conosceva l’arte d’incantare con la parole. La difficoltà della trama lo obbligava ad usare molti incisi e spesso era
costretto a deviare dal filo del
racconto per inserire qualche chiarimento.
Con grande meraviglia notai come utilizzava lo stratagemma della corrispondenza
epistolare, un riuscito artificio,
mediante il quale i fili del racconto, inizialmente ingarbugliati,
si dipanano in una trama logica
e convincente. Il vecchio possedeva senza dubbio
un naturale talento di
narratore e riusciva non solo ad incantare ma anche a rendere semplici
le cose complicate. Non è detto che a me
che questa operazione riesca. Prima
Parte Paoluccio
Selvitella aveva deciso di dare una svolta alla sua vita. Pur avendo
l’invidiabile impiego di guardia municipale e quella di responsabile della
pubblica illuminazione, aveva da qualche
anno iniziato
un commercio di vino che prometteva molto bene. Se gli fosse riuscito
quanto stava progettando, avrebbe abbandonato il suo posto di lavoro per
darsi anima e corpo alla nuova iniziativa, che gli avrebbe consentito di avere
molto tempo a disposizioni e nessuna testa di cavolo come capo. Avrebbe
abbandonato, soprattutto , la responsabilità di accendere e spegnere i lumi a
gas, che lo obbligava, con qualsiasi tempo, a portare sulle spalle uno scala ed
ad uscire a tarda sera, anche se bruciava per la
febbre a meno che qualche persona di sua fiducia non lo sostituiva
temporaneamente nell’incarico Ora
Paoluccio Selvitella
era abbattuto, prostrato. L’ombra del fallimento si proiettava sulla
sua piccola azienda ed il disonore sul nome della famiglia. Egli, non avrebbe
potuto più onorare i propri impegni. Incombevano vergogna
e miseria. Durante
l’inverno aveva ritirato 600 ettolitri di vino dai piccoli contadini e
produttori della zona, dando loro
solo una minima
caparra. Avrebbe saldato i conti
prima delle festa di San Ciriaco, quando ragionevolmente prevedeva
di aver
venduto gran
parte del prodotto
ad osterie, alberghi e dettaglianti di mezza regione. Aveva stipato
il vino in capaci botte nella sua
cantina,
detta la“Rimessa”,
e fiducioso aveva atteso
che, come ogni anno, i compratori venissero a contrattare le partite.
Purtroppo qualcosa andò storto, poiché tutto il vino inacidì. Non riuscì mai
a spiegarsi come le botti avessero potuto
avariarsi tutte, non solo quelle che contenevano
i delicati bianchi Greco, Fiano e Codadivolpe, ma anche le botti del
corposo Aglianico,
del Piedirosso e della Falanghina
. Insieme ai figli, vagliò tutte le ipotesi possibili:
si pensò al malocchio, alla fattura di una “janara”, che una volta
infestavano le campagne e che erano capaci di far morire il bestiame o di far
ammalare una persona . Si sospettò del
sabotaggio di qualche dipendente, che per vendicarsi di un torto subito,
avrebbe introdotto
piccoli pezzi di “mamma d’aceto” in tutte le botti. Qualunque
potesse essere la causa di quel disastro, in ogni caso entro un paio di
mesi avrebbe
dovuto versare 1200 lire che non possedeva. Paoluccio pagava il prezzo della sua
spregiudicatezza commerciale: aveva voluto mettere in ginocchio il mercato del
vino, accaparrandosene
una grossa fetta,
ed invece
era lui ora
che si trovava al tappeto.
Unico modo per salvarsi dallo scandalo era quello di vendere la casa e le
cantine, con tutto quello che c’era dentro. Era la rovina! Anni di lavoro
buttati al vento. La possibilità di ottenere
una proroga
dei pagamenti
era impensabile: dato che da due anni l’Italia era in guerra
contro l’Austria
la miseria colpiva tutti indistintamente. L’unica risorsa era un suo
compare, don Ciccio Cerza, facoltoso commerciante
che abitava a
San Giorgio. Andò a trovarlo di buon ora e fu ricevuto con molto affetto
dal vecchio
compare. Purtroppo
anch’egli
in quel
momento si trovava in difficoltà. Tuttavia questi, per venirgli incontro in
qualche modo, gli
propose di
guadagnare una discreta
somma: gli occorreva un uomo di fiducia che guidasse un centinaio di
carri di zolfo di Tufo
e di derrate
fin su a Ferrara, a ridosso della seconda linea del fronte. I pochi treni
erano riservati al movimento di truppe e di munizioni e non potevano trasportare
merci per privati.
Paoluccio S. accettò
senza entusiasmo: la somma che avrebbe percepito
rappresentava una goccia nel male, ma pur sempre qualcosa. La partenza
del convoglio era
stata già fissata per l’alba del sabato successivo, dopo tre giorni.
Paoluccio li
avrebbe incontrato
sulla via Nazionale i carri, che sarebbero confluiti là
da diversi paesi, ne avrebbe controllato il carico ed i documenti e
quindi avrebbe organizzato al meglio il lungo convoglio.
Seconda
Parte Renata, figlia di Domenico, era
bellissima. Una figliola unica, uno splendore, uno dei più bei fiori apparsi
sul suolo torrese. Non
c’era un ragazzo nel paese che non avesse cercato
di far breccia nel suo cuore. Fu Amerigo Dellaglio, però, un giovane
emiliano, figlio di un capocantiere venuto dalle nostre parti per potenziare la ferrovia che collegava la nostra regione alla Puglia, a
conquistarla. Renata era figlia unica ed orfana di madre.
Amava molto Torre, amava le sue colline, il suo fiume i suoi campi e la
sua gente. Quando si maritò nel 1913 e si trasferì a malincuore a Guastalla,
il paese del marito, portò con sé
suo padre, il quale, già malato e non abituato al clima umido, morì, poche
settimane dopo. A Torre non aveva più nessun parente e di loro non si seppe più
niente. Grande, pertanto, fu la sorpresa di
alcuni torresi, quando quattro anni
dopo, in una mattina di maggio
videro l’uscio della sua vecchia casa aperto. Renata era tornata. Terza
Parte Alla
vigila della partenza Paoluccio cenava mestamente insieme a sua moglie
Giuseppina ed ai tre figli Rosa, Francesco e Nicola. Tutti in famiglia erano
consapevoli delle difficoltà stavano
attraversando per cui in casa c’era un’atmosfera funerea ( fuoco
spinto e cannela stutata). I ragazzi
fiatavano appena onde
evitare probabili scatti di collera del capofamiglia. Giuseppina
(Peppina) raccomandava
suo marito di riguardarsi durante il viaggio, che
era lunghissimo e non agevole. Preso da ben altri pensieri,
Paolo ascoltava
distrattamente le parole della moglie, sbocconcellando pane e fave. Il suo
bagaglio era già pronto e fra poco sarebbe andato a letto, ma era sicuro che
non avrebbe preso sonno. Bussarono alla porta. Francesco andò ad aprire il
portone e poco dopo rientrò in cucina accompagnato da una donna bellissima. Era
Renata, pallida, quasi diafana e molto agitata. Con concitazione raccontò che
aveva saputo che suo marito Amerigo, da un anno al fronte, era stato ferito
gravemente ed era stato trasportato nell’ospedale militare di Padova .
La donna era venuta a conoscenza della partenza di quel convoglio e pregava
Paoluccio di portarla con sé fino
dove avesse avuto
la possibilità di prendere un treno. Né da
Avellino né da Benevento c’era possibilità di trovare posto sulle
rare tradotte che andavano verso nord. Il tono accorato della giovane, infatti,
commosse Peppina, la quale convinse il recalcitrante marito a portarla
con se. E così all’alba, partirono su di un calessino alla volta di Passo di
Mirabella, dove già attendevano i carri, che dopo accurati controlli,
iniziarono in marcia.
Il viaggio fu lungo e faticoso. Per
fortuna il tempo fu clemente e risparmiò ulteriori fatiche ad uomini e bestie.
Dopo qualche giorno di viaggio Paoluccio divenne meno cupo e cominciò ad essere
meno brusco con i carrettieri e specialmente con Renata, con la quale conversava
a lungo, talvolta spettegolando allegramente sui compaesani. La ragazza era
affabile, cortese e cercava di essere di poco impaccio. I carrettieri, pensando
che fosse
una parente del capo, non l’importunavano minimamente, anzi si sforzavano
di essere garbati e civili. Renata, a sua volta, si mostrava affabile e
cordiale con tutti. Quando traversarono i passi appenninici gli uomini
indossarono i loro mantelli (chi ne possedeva uno) lei si proteggeva il collo
con un velo bianco, molto fine, insufficiente tuttavia
a darle il minimo conforto al freddo, su cui era stato inserito
un monogramma ricamato a tombolo: R.D..
Insomma per quanto lungo il viaggio non fu orribile.Quando
alla fine arrivarono a Ferrara , mentre erano in atto le concitate procedure di
scarico, la ragazza scomparve senza salutare nessuno.
Paolo consegnò le merci al colonnello Mattini, responsabile per la
sussistenza, il
quale dopo una minuziosa ispezione,
rilasciò le
dovute quietanze. Sbrigate le pratiche cercò invano la ragazza per
l’intero pomeriggio, interrogando militari
e lavoranti. In quel posto una ragazza, per giunta bellissima, non poteva
passare inosservata; nonostante ciò nessuno l’aveva vista . La sera stessa il
convoglio, guidato da un Paoluccio imprecante e furioso,
prese la via del ritorno .
Parte
Quinta "Caro
Don Macario, con la presente Le chiedo conforto circa un avvenimento che mi ha
lasciato sommamente interdetto, a cui, per altro, hanno assistito (e ben possono
testimoniare la cosa) anche la Rev.ma Madre Giulia Ferraioli e la
sorella
Suor Maria Belmonte, alias Suor Rosaria, che come me stanno prodigando i
loro servigi per la Patria presso l’Ospedale
Militare di Padova.
Iersera, io e le sucitate Sorelle, come di consueto, eravamo intenti a
compiere l’abituale
giro notturno tra le corsie, onde verificare le bisogna dei nostri eroi
feriti, allorquando scorgemmo un bagliore venire dal fondo della camerata. Come
lei ben sa in questo luogo giungono quei feriti che, dopo sommari
interventi negli ospedali da campo, si reputino di tal gravità da necessitare
di particolari cure. Deve
inoltre sapere che, senza mio espresso ordine per iscritto, non sono
ammessi visitatori
civili in ispecialmodo nelle ore serali. Per la qualcosa grande fu il nostro
sconcerto, allorquando, avvicinandoci al letto del caporale
Amerigo Dellaglio
ivi scorgemmo una giovin fanciulla che amorosamente gli carezzava il
fronte. Enorme,
tuttavia, fu lo stupore allorquando ella, scorgendoci nella tenebra, lestamente
uscì dalla camerata dileguandosi nel nulla. Dopo aver fatto le doverose
ricerche ed accertatomi personalmente presso le sentinelle che piantonavano gli
usci che niuno era entrato o uscito in quei frangenti, mi portai nuovamente
presso il giaciglio del suddetto caporale. Egli era spirato, dopo 13 giorni di
agonia. Non potei far a meno, tuttavia, di notare che avea il viso sereno con un
sorriso sulle labbra ed inspiegabilmente fra le mani stringea un
virginale velo da sposa su cui erano anagrammate le lettere
R.D. . Come dianzi detto alcuna persona estranea fu rinvenuta
nell’Ospedale, per cui chiede al Reverendo prima e all’amico dopo una
possibile spiegazione di quanto veduto perché dove io non posso giungere con la
mia scienza forse ella può con la sua esperienza. Con la speranza di vederci
presto a Patria liberata, affettuosamente la saluto". Firmato
Magg. Luigi Perillo , primario dell’Ospedale Militare di Padova
27
Giugno 1917 "Amico
mio la tua missiva molto mi ha crucciato e per un istante ho dubitato
della tua testimonianza (
e di tanto faccio ammenda), ma invero mi sono sovvenuti il tuo equilibrio, la
tua sobrietà dimostrata in altre circostanze, la saldezza della tua fede, nonché
il tuo quotidiano rapporto con la morte e la sofferenza. Per questa ragione,
approfittando di una staffetta che andava verso la città di Guastalla ho
pensato bene di inviare una missiva a
Don Ilario Polli, mio fratello in Cristo nonché mi vecchio camerata di
seminario e curato del paese dello sventurato caporale, onde chiedergli
di avvisare i familiari del decesso del loro caro. Ne ho ricevuto una risposta a
stretto giro di staffetta e non certo era tanto che mi aspettavo di leggere. Il
buon Don Ilario mi fa sapere che nessuno della famiglia dello sventurato
caporale è a tuttoggi in vita, in quanto suo padre trapassò due anni orsono di
febbri terzane, mentre la sua diletta moglie Renata defunse il 15 maggio scorso
in una epidemia di tifo petecchiale che colpì la nostra comunità. Il vecchio
reverendo ci tiene a farci sapere che la giovindonna, durante i suoi deliqui
invocò ripetutamente il nome del suo adorato sposo e che come sua ultima volontà
chiese di essere interrata col suo velo da sposa. Caro figliuolo mi preme farti
sapere che sia Don Ilario che io siamo stati molto colpiti da questa storia e
non dubitiamo punto che entrambi i giovini siano
oramai già nelle grazie di
Nostro Signore e che tal amore sia una
risposta celeste a tanto odio ed a
tante strazi. Per la qualcosa abbiamo deciso di celebrare Messa in
suffragio di due anime tanto belle quanto sfortunate.
Insomma nella storia che tu m’hai contato non percepisco fetore
di zolfo, semmai profumo di gigli e viole.
Riguardati figliolo mio, sii saldo nella fede e sappi che sempre pregherò
che tu ritorni salvo e sano da quest’orribile guerra." Firmato
Rev. Cappellano
Don Macario Leoni 29
Luglio 1917 / (
settanta juorni roppo) Paoluccio
tornò a Torre e quando oramai era al culmine della disperazione ricevette
un telegramma. Lo aprì con molta preoccupazione, pensando che a
disgrazia di aggiungeva disgrazia. Restò,invece, stupefatto nel leggere il
seguente testo: “
Come concordato con sua gentile sorella vogliate
consegnare at deposito generale città
Ferrara 600 hl aceto di vino
at prezzo unitario di 210,89 lire at hl. Somma sarà regolata metà contanti metà
con fedi pagamento a riscuotere a
vittoria conseguita. Distinti saluti et viva Italia”
Firmato
Colonnello F Mattini. Fine
N.D.R. In una cartolina
che Domenico Iarrobino spedì
alla sua famiglia dal fronte. nella quale fa sapere dell'arrivo di P. Selvitella
nelle retrovie, ho
trovato un' implicita conferma di questo racconto che ritengo veramente
straordinario .
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