Una notte, alla fonte di San Pietro, un messaggero...

di Florindo Cirignano

 

 

La fonte di San Pietro si trova a un chilometro circa dal centro di Torre le Nocelle, al limitare di una fitta selva, che da una scoscesa collina degrada fin nella valle. Nei dintorni, un tempo, c'era un’antichissima chiesa, della quale ora se ne ignora perfino l'ubicazione, che fu completamente distrutta da  uno dei tanti terremoti che nei secoli hanno  funestato questa provincia. Ora la sorgente è ricoperta da rovi ed erbacce, visitata solo da civette e bisce, ma una notte accaddero cose molto strane là... ma fu tanto tempo fa! 

Un certo Aniello è uno dei protagonisti di questo strano racconto, che tramandato per generazioni e raccolto poi dalla signora De Angelis quando era bambina, ha man mano perduto importanti dettagli, mentre- secondo me- altri ne sono stati aggiunti o esagerati (es. due monete d’oro, col tempo, divennero un paniere pieno d’oro).

Di quest’uomo, tranne che fu testimone di un evento inspiegabile, non si sa quasi nulla: Non c'è tomba, né ritratto, né descrizione che ne tramandi il carattere, l'aspetto o la famiglia di appartenenza, né dove abitasse. Possiamo vagamente intuire che la sua casa  dovesse trovarsi dalle parti della contrada Madonna delle Grazie o delle Felette. Un piccolo grumo della sua esistenza, tuttavia, è sfuggito dal naufragio nel nero oceano dell’oblio, sopravvivendo in un racconto e in un diario. All’apparenza si tratta di una storia banale, di quelle che si contavano una volta all’osteria per stupire ascoltatori creduloni, per poi scroccare loro un bicchiere di vino. Anch’io, in un primo momento, l’avevo superficialmente classificata (secondo un mio personale catalogo) tra le storie “fantasma & tesoro”. Se, però,  gli avessi dedicato un po’ più d' attenzione, mi sarei accorto che i nomi dei personaggi, e molti particolari nella narrazione (come il primo incontro di Aniello con la cioccolata o col caffè), non potevano essere il frutto della fantasia di un povero contadino ignorante e ubriacone, poiché già si potevano scorgere pallidi riflessi di una storia assai più complessa.

Sennonché nell’agosto del 2007 ricevetti da una signora americana, una certa Ruth Rubin, una strana e lunghissima e-mail in inglese. Strana davvero, perché a differenza di tante che ne ho ricevute, non voleva notizie su avi torresi o sull’esistenza di remotissimi parenti nel mio paese. Chiedeva, invece, se a Torre le Nocelle ci fosse un luogo chiamato “Fonte di San Pietro” e se mai fosse esistito un signore di nome Anello o Agnello.

Usai Google Traslator e, come spesso accade in questi casi, la traduzione che ne venne fuori fu un incoerente guazzabuglio. Era estate, faceva molto caldo, incombeva la festa di San Ciriaco e la mia pigrizia toccava vette sovrane, perciò, ne stampai una copia, ripromettendomi di leggerla con calma. Purtroppo, come mai mi era successo prima, la dimenticai completamente; non solo, ma per errore cancellai anche la mail stessa.  Ora è enorme il mio rincrescimento, di non aver mai potuto rispondere alla signora Rubin, ringraziarla per la sua fantastica storia e avere da lei ulteriori ragguagli.

Quasi un anno dopo, cercando di mettere ordine in una montagna di carte, documenti e fotocopie di articoli che stavano soffocando il mio studio, ho ritrovato per caso quella velina, malamente tradotta, zeppa di termini che con l’inglese avevano poco a che fare. Mi ci è voluto molto lavoro e la consultazione di tre testi specifici  per venire a capo di questa storia. Le misteriose parole erano per lo più yiddish - qualcuna perfino in ebraico - e gran  parte della lettera era lo stralcio di alcuni diari di una certa  Rebecca, ava della signora Rubin, la quale narrava  in pratica la stessa strana storia  che avevo sentito anni addietro dalla signora De Angelis. Ma la versione che ne fa Rebecca è veramente strabiliante!

Ho sintetizzato molto il racconto, eliminando la quasi totalità delle parti relative al viaggio, inserendo però delle note esplicative per renderlo comprensibile e per correlarlo correttamente a quello di Aniello.

La parte narrata da Aniello è una mia personale ricostruzione  " a posteriori". La sua generosa personalità  è emersa dal dal racconto di Rebecca.

La signora Rubin aveva intenzione di  trarre un libro dai diari della sua ava. Ho imparato a non  sottovalutare mai  una signora americana:prima o poi ne troveremo una copia.

 

 

 

 

Parte prima: Come l'avrebbe raccontata Aniello.

 

“Passò davanti casa, venendo dalla strada di Calore, un carro graaaandissimo (e con le braccia mimava una specie d’immenso uovo), come non ne avevo visto mai, tirato da due cavalli, superbi, neri, grandissimi pure loro!  A cassetta era seduto un vecchio strano, dall’aspetto insolito, con una poderosa barba bianca e capelli lunghi che gli uscivano arricciati lungo le tempie da sotto il cappello e accanto c'era un giovanotto con capelli, barba e occhi neri come carbone e tanto magro che sembrava che dovesse cadere a terra da un momento all’altro. Il vecchio fermò il cavallo, scese cautamente dal carro, come se gli facessero male le ossa e mi chiese con molto garbo se in paese ci fosse un fabbro capace di riparargli il cerchione deformato di una ruota. Io risposi che di fabbri ce ne erano diversi ed egli, allora, mi offrì cinque tarì se avessi portato a riparare la ruota. Cinque tarì, ve ne rendete conto? Avrei dovuto zappare una settimana sotto padrone per cinque tarì! Lo capii subito, dalla pelle delicata e dai vestiti che indossava che quello era un signore e che aveva probabilmente anche molti soldi. Accettai immediatamente l’offerta del vecchio, che mi domandò di indicargli una fonte dove potersi fermare per la notte.  Ci trovavamo a quasi a metà strada tra Fontana d’Agli e la fontana di San Pietro, ma preferii accompagnarli presso di quest’ultima, più prossima al paese. Appena giunti lì, con mia grande sorpresa, vidi scendere dal carro una donna e tre ragazze, tutte vestite come grandi dame.

Verso mezzogiorno tornai da loro con la ruota riparata. Il carro ora sembrava una casa. I cavalli erano stati impastoiati poco lontano ed era stato disposto un tavolo, sedie e, vicino alla sorgente, anche una specie di recinto fatto con quattro pali e della stoffa bianca, che a me sembrò lino. Il vecchio mi accolse con grande allegria e disse di chiamarsi Rabbascione, mentre il giovanotto magro si chiamava Elisario. Sua moglie, una vera signora, si chiamava Miria e le tre figlie, tutte molto belle, Reisella, Esterina e Ribecca. 

Rabbascione (ma che strano nome !), aveva un forte accento straniero. Sua moglie, invece parlava benissimo l’italiano e mi chiese se per caso avessi un forno dove cuocere il pane. Il forno l’avevo, ma era da pulire perché non l'avevo utilizzato da anni, da quando era morta mia moglie.

Verso le due del pomeriggio venne la signora con una delle sue figlie, portando in testa un cesto di pasta lievitata, coperto da una tovaglia bianchissima.  Pulì e spazzolò per bene il forno e mise a cuocere dei pani a forma di trecce.

Mi regalò una bottiglia di acquavite e m’invitò alla cena della sera. Mi raccomandò di venire prima del tramonto del sole.

A sera, dopo essermi lavato, misi una camicia pulita e andai da loro.  Quando arrivai mi accolsero con grandi sorrisi ( proprio  a me !). Erano tutti lindi e vestiti a festa. Mancava solo il vecchio che comparve dopo un poco, uscendo dal recinto con una tovaglia in mano e i capelli gocciolanti. Capii che dietro quella finta siepe probabilmente c’era una tinozza per il bagno. Si vestì subito, indossando una camicia così bianca che abbagliava e uno scialle, come quelle che portano le donne sulle spalle. Prima del tramonto ci sedemmo a tavola. E che tavola! Piatti di porcellana, bicchieri di cristallo. In un cestino c’erano le pagnotte intrecciate del colore dell’oro. Tovaglia e tovaglioli erano ricamati. Mi vergognai delle mie mani callose, che seppur lavate ripetutamente, avevano tuttavia le unghie nere. Loro, però, non parvero darci alcun peso. La signora accese una candela e ci fece strani segni sopra, e poi ne accese un’altra e poi un'altra ancora, ogni volta facendo il nome di un familiare e poi anche il mio. Ne accese sette, quante le persone sedute a tavola. Poi Rabbascione si mise lo scialle in testa, allargò le braccia e cominciò a pregare (o almeno così mi sembrò) in un’altra lingua. Poco dopo iniziò la cena e vi posso assicurare che non ho mangiato mai tanto bene. Il pane, di farina bianca, però era dolciastro ma molto buono.

In una zuppa c’erano piccoli pezzi di pasta. I signori mi fecero molte domande sul paese, sui prodotti che si commerciavano e sulla mia vita. Sembrarono sinceramente addolorati quando raccontai della morte di mio figlio. Persino il giovane Elisario, che per tutta la sera non aveva detto una parola, sembrò scuotersi. Le tre ragazze erano gentili, oltre a essere belle.

Mangiai cose che non avevo mai provato prima. Notai anche che su di un fuoco, stava cuocendo dell’altro cibo e mi parve strano, perche la cena era quasi terminata. Mi diedero persino un dolce, arance e un bicchiere di acquavite. Allora una delle ragazze portò una bevanda nera e fumante che versò nelle tazze. L’aspetto era disgustoso e solo dopo che gli altri cominciarono a bere, con molta cautela la assaggiai. Era buonissimo! Alla fine del pasto una delle figlie prese un tamburello e cominciò a cantare accompagnandosi col piccolo strumento. Aveva una voce bellissima, con evidente soddisfazione si suo padre, e tutti l’ascoltavano in silenzio. Quando più tardi li lasciai, vidi che Elisario montava una piccola tenda. M’invitarono per la sera successiva e non ci fu verso di rifiutare. Il giorno dopo poiché mi vergognavo a presentarmi con le mani vuote salii nel bosco Sireve e raccolsi tante fragole da riempirne un paniere. Quando a sera tornai da loro, come le ragazze videro le fragole, si misero a saltellare tutte eccitate e contente. Prima del tramonto ci mettemmo a tavola. Mangiammo una specie di zuppa fatta di carne di manzo (era una vita che non ne mangiavo),  patate, grano ed altre verdure.  Poi portarono ancora formaggio e un dolce di mele con zucchero. Alla fine del pasto il vecchio, che di tanto in tanto guardava il cielo come si aspettasse un segno, si mise sulle spalle lo scialle, accese una candela ritorta e cominciò a pregare nella sua lingua. Fu mentre bevevamo un bicchiere di acquavite che per poco non mi strozzai dallo spavento. Da dietro il paravento di lino, improvvisamente, era apparsa una figura stranissima: un vecchio con barba e baffi, con un cappello a cono e vestito in maniera strana. Le ragazze si alzarono dalle sedie e gridando spaventate, si rifugiarono tutte presso la madre. Il giovane magro divenne ancora più pallido. Istintivamente afferrai un coltello dalla tavola e passando davanti alle donne mi preparai ad affrontarlo. Solo il vecchio signore, dopo un attimo di stupore, riprese il controllo e, alzando una mano, con voce ferma disse qualcosa nella sua lingua che fece arrestare lo sconosciuto. Poi presero a parlare. Ebbi l’impressione che lo sconosciuto raccontasse qualcosa di doloroso e terribile. Ogni tanto il vecchio poneva domande allo sconosciuto. A un certo punto ebbi l’impressione che tutta la famiglia sobbalzasse a qualcosa che lo sconosciuto aveva detto. Il vecchio ordinò perentoriamente alle donne di andare sul carro e, con voce incrinata dalla preoccupazione, continuò a porre altre domande. Dopo una decina di minuti mise lo scialle sul capo e cominciò una preghiera, dimenando la testa come se gli pesasse.  Lo sconosciuto s’inchinò e lentamente scomparve nell’oscurità.

La serata finì in quel modo strano. Il giorno dopo, davanti al portone di casa mia c’era il paniere, col quale avevo portato le fragole, pieno di monete d’oro. Gli sconosciuti erano partiti all’alba, ma come seppi dopo da un mio compare che li aveva visti passare, non avevano preso la strada per la Puglia, ma erano tornati da dove erano venuti. Erano proprio dei gran signori. Con quelle monete mi tolsi la miseria di dosso… però cosa non avrei dato per sapere cosa si dissero quei due davanti alla fonte di San Pietro!” .

 

 

 

 

Parte seconda: Come la racconta Rebecca figlia di Shlomo nei suoi diari ….

 

Il mio nome è Rebecca, figlia di Miryam e Rabbi Shlomo Rav (ecco il “Rabbascione” del povero Aniello). Mio padre era un magghid (un predicatore errante), che andava di shtetl in shtetl (villaggio o città con forti comunità ebraiche), di sinagoga in sinagoga a predicare e a dibattere con altri saggi sul Talmud e la Torà. Era un sant’uomo e un grande studioso, un indagatore solerte della Midrash, per questo era spesso invitato in altre comunità talvolta assai distanti da Vilna, dove da qualche tempo abitavamo e aveva molti discepoli che venivano sin dalla Russia, dalla Romania e dalla Cecoslovacchia. Per casa transitavano eruditi di ogni nazione e sin da piccola mi divennero familiari i nomi di Shammay, Hilel, Rav, Shemu’el, Abbaye e Rava, ma anche quelli di molti antichi cabalisti spagnoli e provenzali.

Mio padre parlava sette lingue e, pur avendo dedicato gran parte della vita agli studi, non era per nulla burbero e altero, al contrario era sempre allegro come un bambino rumoroso impegnato in un bel gioco. Mia madre, una donna bellissima, era per metà della Galizia (Polonia meridionale e non la regione della Spagna) e per metà veneziana. Vivevamo agiatamente, ma era convinzione di mio padre che la ricchezza era tale solo se poteva essere spartita con i più poveri. Per questo faceva continue - e talvolta segrete - elemosine e durante i pasti dello Shabbat alla sua mensa c’erano sempre poveri, perché è scritto nel Talmud che di sabato avviene neshama yeterà, ossia si guadagna un’anima in più. Quando superò i sessanta anni, decise che doveva assolutamente visitare Gerusalemme prima che i rostri di rame dell’angelo della morte lo ghermissero. Diceva che era un voto, che la sua vita sarebbe stata priva di senso se, anche solo per un istante, non avesse potuto posare la fronte sul muro del Tempio di re Salomone. Anche i santi uomini sono spesso molto capricciosi e mio padre ne fornì prova: Quando pretese non solo che con lui, in questo pellegrinaggio, dovesse andare tutta la sua famiglia, ma soprattutto quando decise che non era il caso di imbarcarsi a Venezia, ma  che sarebbe stato magnifico, invece,   prendere mare nel porto di Brindisi. Attraversando quasi completamente l’Italia, era sua intenzione  ritrovare vecchi amici che risiedevano in diverse città italiane. Poi, una volta sbarcati a Patrasso saremo passati a Salonicco, dove si erano sviluppate ottime scuole di Qabbalàh e quindi in Turchia, dove voleva visitare la scuola che un tempo era stata di Jacob Obadiah e di Isaac Shani.  Dalla Turchia, infine, avremmo raggiunto Gerusalemme, la nostra meta.

Non valsero le proteste di mia madre, né i pianti delle mie sorelle maggiori Reisen (ecco la Reisella che credevo fosse una storpiatura di Graziella) ed Esther. Fu irremovibile.  Fece costruire da abili artigiani una casa viaggiante su ruote e comprò due enormi cavalli normanni da tiro.  Si offrì di accompagnarci, in questa folle  avventura, il discepolo prediletto di mio padre, Eliazar, figlio di Gershom Hurwitz,   ricco commerciante di stoffe di Riga. Eliazar era alquanto brutto, magro come uno spago, pallido come un uovo di oca e segretamente e disperatamente innamorato di mia sorella Reisen.  Egli avrebbe dormito in una piccola tenda di tela incerata.

Partimmo nel mese di aprile: mio padre raggiante guidava  il carro pieno di donne tristi e rassegnate, canticchiando salmi e vecchie canzoni. Chi lo avrebbe detto mai, invece, che avremmo fatto un viaggio straordinario, il più bello ed emozionante della nostra vita? 

Mia madre aveva due doti straordinarie: la prima, la più stupefacente, era quella di essere sempre pulita e in ordine, mai un capello fuori posto o una piega sui suoi vestiti. Se si fosse trovata in un deserto durante una tempesta di sabbia, ne sarebbe uscita solo con le scarpe leggermente impolverate. La seconda era una sua presunta preveggenza o, come lei asseriva, aveva l’abilità di leggere i segni che il Signore le inviava.

Durante il viaggio, in Austria, un toro enorme ci sbarrò la strada. Non pareva avere intenzioni ostili. Semplicemente si sdraiò di traverso alla via e nessuno di noi ebbe il coraggio di sloggiarlo da dove stava. Non c’era verso di passare col carro e non si vedeva nessuno che reclamasse la bestia. Solo quando si fece scuro, l’animale si rimise sulle zampe e guardandoci ironicamente se ne andò tranquillamente via. Mia madre sentenziò  il Signore  ci ammoniva a non proseguire.  Mio padre, con molta calma, affermò che animali con le corna si addicevano a divinità pagane e che se Dio voleva comunicare con loro, avrebbe usato mezzi più convenzionali, come ad esempio un malekh (angelo, messaggero  divino), i sogni, i Profeti o una bat qol, una voce dal cielo. Scardinare la fede di mio padre era impossibile, ma su questo punto presto avremmo scoperto che si sbagliava.

 

Non menziono le pagine di viaggio e le bellissime considerazioni di un’adolescente colta  e sensibile  che si emoziona a ritrovare, durante il suo viaggio, i luoghi descritti da poeti e scrittori o nel vedere di persona i capolavori classici che aveva  studiato sui libri. Tralascio pure  gli incontri che la famiglia ebbe con parenti o amici a Verona, Venezia, Bologna, Firenze, Pisa. Pistoia, Arezzo, Roma e Napoli. Segnalo solo brevemente un paio di episodi strani del loro viaggio, come lo svenimento di Ester innanzi alla statua del Re David a Firenze (stanchezza o sindrome di Sthental?).

 

 “– A Pisa salimmo tutti sulla sua straordinaria torre.  Eliaziar all’improvviso fu colpito da un attacco di panico che lo immobilizzò come in una statua di sale, come la moglie di Lot davanti a Sodoma. Papà fu costretto a pagare quattro persone che lo portassero giù di peso - mentre io e le mie sorelle ci sbellicavano dalle risate. Mame (mia madre) voleva mantenere il proprio abituale contegno, ma a un certo punto non riuscì più a trattenersi e rise fino a lacrimare.”.

 

(Passiamo direttamente al giorno che arrivarono qua).

 

“Da due giorni eravamo alle prese con terribili saliscendi. Dopo aver superato l’ennesimo scosceso pendio, tenendo sulla sinistra il deprimente panorama di Monte Fuscolo, arrivammo in fondo ad una stretta valle, solcata da un fiume e da dove s’intravedeva un’altra terribile salita. Mio padre si accorse che una delle ruote si era ovalizzata e pensò che sarebbe stato prudente fermarci per farla riparare. Inoltre era un venerdì mattina e incombeva lo Shabbat.

Mame, invece, ha sempre affermato che, passando sotto Monte Fuscolo c’era stato un breve acquazzone e che era apparso un bellissimo arcobaleno, di sotto al quale appariva il piccolo paese verso il quale ci stavamo dirigendo. Per lei questo era stato un altro segno del Signore e su questo fu d’accordo anche mio padre, secondo cui nel Talmud l’arcobaleno era un segno di Dio, il quale manifestava la sua intenzione di proteggere il villaggio.

Ci addentrammo in un sentiero secondario, stretto e polveroso, che s’inerpicava per un gradevole pendio e, dopo una mezz’ora, passammo davanti ad una vecchia casa cadente, sul cui uscio sedeva un uomo che sonnecchiava al sole del mattino. Dai pochi stracci che indossava, s’intuiva che viveva in miseria. Il poveretto sobbalzò alla vista del nostro carro e rimase quasi inebetito dallo stupore, allo stesso modo di Elia quando all’improvviso gli apparve il carro di fuoco che lo avrebbe portato in cielo.

Mio padre scese dal carro con calma e si fermò a parlare con lui in maniera molto conciliante per cui, tranquillizzato, ci accompagnò in una piccola radura alla base di una collina, dove sgorgava una fonte di acqua purissima e gelida. Disse che era la fonte di San Pietro e mio padre fu assai felice di fermarsi in un luogo dedicato a un altro Ebreo.

Il posto era appartato e molto tranquillo, isolato da una siepe di ginestre gialle e di pervinche viola. Mio padre invitò l’uomo, che si chiamava Agnello, al primo pasto dello Shabbat e mame chiese se potevamo cuocere i challot (pane a forma di treccia) e una torta nel suo forno. Quando fu andato via, tutti si misero a organizzare l’accampamento: Gli uomini fissarono dei pali a terra e, con una lunga pezza di stoffa, fecero un paravento quadrato, dietro al quale collocarono una  tinozza, dove  a turno  sul tardi facemmo il miqwè ( bagno rituale).

Agnello arrivò assieme a due assistenti del fabbro con la ruota riparata e due bottiglie di vino. Rimontata la ruota, i due garzoni andarono via mentre noi ci mettemmo a tavola. Sul fuoco, intanto, stava cuocendo il cholent ( piatto a base carne e verdure per il sabato) per il pasto dell’indomani. Mio padre parlò a lungo con Agnello che gli raccontò della sua solitudine e del rimpianto della vita con sua moglie e suo figlio, entrambi morti prematuramente. Di tanto in tanto, a turno, mia madre e mio padre traducevano a noi figlie e a Eliazar quello che andavano dicendo e così comprendemmo che il nostro ospite non amava più la vita, che era stata tanto avara con lui, ma che tuttavia non sembrava avere rancore col Signore. Mia madre benedì le candele e mio padre eseguì il kiddush (benedizione del vino) e cominciammo a mangiare i ferfel (specie di tagliolini). Era Shabbat ed eravamo tutti molto felici. Reisen prese un tamburello con il quale accompagnò una canzone che rese tutti ancor più contenti, tanto che per la prima volta vidi sorridere il nostro ospite.

A fine cena mio padre raccomandò ad Agnello di venire l’indomani al terzo pasto dello Shabbat.

La mattina dopo rimanemmo a goderci il sole: mio padre e le mie sorelle leggevano, io e mia madre facemmo una passeggiata nei dintorni. Mia madre era di ottimo umore, fintanto che non vide un falco che solcava il cielo da occidente a oriente e che stringeva tra gli artigli un serpente, che si contorceva e dibatteva disperatamente. Secondo mame presto avremmo avuto brutte notizie. Agnello portò un paniere colmo di fragole di bosco, le più deliziose che avevamo mai mangiato.

Al calar del sole mio padre indossò il tallit e fece la cerimonia dell’Habdalà, che divideva lo Shabbat dagli altri giorni non sacri. Benedì il vino, inalò spezie profumate, accese una candela e dopo il mayrev continuammo tranquillamente a discutere tra noi e col nostro ospite, che gradiva molto il nostro cibo. Anello aveva le mani sporche di terra, che gli si era attaccata in una vita di lavoro e che nessun bagno avrebbe mai potuto più portare via. Era molto timido e non prendeva nulla da mangiare o da bere da sopra la tavola, se non offerto da mia madre. Anni di troppo vino gli aveva   procurato  un tremore delle mani.  La sera era serena, la luna piena, l’aria tiepida e calma, ma di colpo gli  usignoli,  che fin a quel momento ci avevano assordato  con i loro richiami d’amore, smisero di cantare e  anche altri animali del bosco più discreti si zittirono di colpo. Un lampo d’inquietudine apparve sul volto del nostro  ospite,  che avendo forse  percepito lo  strano silenzio scrutava preoccupato  le tenebre. Ecco che, senza che si udisse il minimo fruscio, all’improvviso, nel cerchio di luce delle candele apparve una figura, provocando  il panico tra noi ragazze. Esther lanciò un urlo e si rifugiò tra le braccia di mamma, lo stesso facemmo io e Reisen, come i pulcini che si rifugiano sotto le ali della chiocciola al comparire dell’ombra del falco. Eliazar  rimase di sasso come sulla torre di Pisa,  mentre Anello afferrò un coltello e con un balzo s’interpose tra noi e lo sconosciuto. Solo mio padre non si mosse dalla sua sedia e dopo un iniziale di sconcerto  alzò imperiosamente la mano, sussurrando a occhi chiusi un’ invocazione. L’inquietante creatura si fermò immediatamente. Sembrava un uomo molto vecchio e non vestiva come la gente che avevamo finora incontrato lungo il viaggio,  perché aveva uno shtrayml (cappello orlato di pelliccia) e uno zhupitse (caffetano),  del tutto simile a quelli  che portano uomini facoltosi in Bulgaria o in  Russia.

E  fu  in russo  che mio padre -  il solo  tra noi  che lo comprendeva -  gli parlò e nella stessa lingua egli rispose. Furono minuti eterni e irreali: tutti rimanemmo spaventati e guardinghi, mentre mio padre interrogava nervosamente lo sconosciuto. Solo di tanto in tanto filtrava una parola a noi comprensibile. E fu una di queste, Chmielnicki,  a lasciarci terrorizzate. Altre due parole ci furono chiare:  Marie Casimire e Jan.  Mio padre, allora, perentoriamente ci ordinò di montare sul carro. Da qui udimmo  solo un bisbiglio lontano e qualche minuto dopo (che a me parvero un’eternità)  la voce ferma di mio padre  che recitava il Qaddish, la preghiera dei morti. Quando ci chiamò e noi ci avvicinammo timidamente al tavolo, lo sconosciuto era andato via, Eliazar  era sempre di sale e Anello non aveva ancora abbandonato il coltello. Mio padre ci comunicò che avremmo dovuto interrompere il viaggio. L’indomani, prima dell'alba, noi avremmo ripreso la strada per la Polonia, ma che non era il caso di impressionare il povero Anello con enigmi che mai avrebbe potuto capire. Fu perentorio e dalla sua voce roca e agitata comprendemmo che non era il caso di far domande. E così al primo tenue chiarore, ci rimettemmo  cupamente in marcia e ripassammo davanti alla casa del nostro nuovo amico, dove mio padre lasciò il paniere delle fragole in cui aveva messo due monete d’oro.  “

“Per anni ho sentito fior fiore di studiosi e saggi dibattere sulla natura di quell’essere: se fosse stato  uno shed, un dibbuk o un gilgl.  Solo qualche tempo dopo venimmo a sapere cosa aveva rivelato a mio padre quella notte. I miei genitori avevano deciso che, per la nostra educazione, era  bene che noi ragazze ci trasferissimo a Parigi presso una parente. In realtà volevano solo tenerci  lontano dalla Polonia. Alla vigilia della partenza, mentre insieme consumavamo l’ultimo pasto, mio padre ci raccontò, per la prima volta, cosa lo spirito aveva detto e predetto.

Quando era comparso davanti alla fonte, interrogato da mio padre, non volle rilevare il suo nome. Disse solo che non vedeva la luce da un tish’a ve av (una data simbolica per gli ebrei, il 9 del mese di Ab, giorno della distruzione del Tempio) di molti e molti anni prima, quando preso dallo sconforto non aveva sopportato più lo splendore del sole, preferendo a esso le tenebre e recando, in tal modo, grave offesa al Signore. Era venuto per la volontà rebbe Mordecai, vecchio maestro di mio padre, un sant’uomo morto trenta anni prima, che gli inviava questo preoccupante messaggio: “ Torna a casa Shlomo! E' scritto che tu, come Mosè non debba vedere la terra promessa. Torna perché domani Marie Casimire piangerà suo marito Jan. Lo scudo sarà spezzato, la Polonia perduta e la nostra gente nuovamente perseguitata. Adoperati con tutte le tue forze di scongiurare un'altra Chmielnicki. Sappi che verrà un falso profeta e in Podolia saranno date alle fiamme molte sinagoghe e montagne di Talmud.”

 

 

Note della signora Rubin

 

Secondo la signora Rubin questo episodio è databile con assoluta certezza - e questa sarebbe  una grande novità per una storia di questo genere: Sarebbe accaduto il 16 giugno del 1696, un sabato, con luna piena.

Nel racconto di Rebecca ha scoperto due riferimenti inequivocabili: La preannunciata morte di Jan Sobieski, ovvero Giovanni III re di Polonia, avvenuta il 17 Giugno 1696. Che si tratti proprio di lui lo deduce sia per il nesso con sua moglie, Marie Casimire Louise de la Grange d'Arquien, sia dal passaggio dello “scudo spezzato”. A Giovanni III, il vero vincitore della battaglia contro i turchi di Kara Mustafa a Vienna nel 1683, fu effetivamente dedicata una costellazione, quella dello Scudo.

SSecondo la nostra informatrice americana, ci sarebbe, poi,  un altro particolare storicamente attendibile e cioè il riferimento al falso profeta che avrebbe portato gravi sciagure agli ebrei. Intorno alla metà del XVIII sec. (una cinquantina di anni dopo) sarebbe divenuto  molto popolare un eretico di nome Jacob Frank, uomo moralmente molto discutibile, seguace del movimento di Shabbetai Zevi. Quest'ultimo, oltre a definirsi nuovo messia, in un’occasione aveva addirittura abiurato per divenire mussulmano. Frank, anch'egli apostata, creò tali problemi agli ebrei nella regione della Podolia, che come conseguenza al suo operato, si scatenarono dei pogrom e furono bruciate “montagne di Talmud” a Leopoli, Brody, Zolkiew”.

C’è un riferimento a Chmielnicki,responsabile nel  1648 di uno dei peggiori massacri dell’epoca. Furono sterminati migliaia di ebrei, compreso donne e bambini, tanto che, solo a sentirne pronunciare il nome, i protagonisti del racconto furono colti da terrore .

Una sola cosa in questa storia non mi quadra: l’episodio dell’arcobaleno. Nel 1696 la cittadinanza di Torre le Nocelle era stremata, il paese ridotto ad un cumulo di macerie. Due violentissimi terremoti, uno nel 1688 l'altro nel 1692, l’avevano raso al suolo e dubito, a differenza di quanto pensava Miryam,  che l'arcobaleno significasse un favore accordato da Dio.  Presumo, inoltre, che quella tragedia fosse stata la causa dei lutti di Aniello e del suo conseguente vizio del bere.  

La signora Rubin menziona un altro passaggio nei diari di Rebecca, molto più tardo, rispetto al racconto, quando ormai sono già morti i suoi genitori e sua sorella Esther:  

“ Ogni tanto ripenso a quel bellissimo viaggio, l’ultimo che ho fatto con la mia famiglia al completo. Avevo solo tredici anni allora. Ero una ragazza felice e amata e mai scorderò quella notte in Italia, quando alla fonte di San Pietro un terrificante messaggero ci annunciò la morte del nostro re. E ricorderò sempre il nobile gesto di Anello, al quale tremavano le mani  per l'uso smodato di alcol ma non il suo cuore e che istintivamente si slanciò a difesa di noi donne, senza pensare prima  a se stesso. Questo mi riempie di speranza nell’umanità.

Con gli anni ho compreso che  quando le tenebre ti avviluppano nel manto della disperazione, un piccolo lume può essere importante quanto lo stesso  sole e che il Signore ti concede di incontrare un giusto, un pio, un generoso, un coraggioso, ove meno te lo aspetti, magari coperto di stracci e con le mani nere di terra.  Mazel tov (buona fortuna) a te Anello, ovunque tu sia in questo momento!”.