LA SCOMMESSA

di Florindo Cirignano

 

 

 

 

Una volta a Torre viveva uno sfaccendato, di carattere arrogante e rissoso, gran bevitore e gran bestemmiatore.  Non aveva una occupazione fissa, ma campava di espedienti o di occasionali lavoretti. Una sera d'inverno, come sua abitudine, entrò nell'osteria del paese e si fermò ad un tavolo a bere. All'epoca l'osteria di Carluccio stava nella piazzetta della Chiesa, dove ora sta la Casa del Pellegrino. Alcuni avventori del locale narravano, come spesso succedeva, episodi legati a spettri o ad apparizioni demoniache. Un vecchio, in particolare, raccontava di quando, da giovane, mentre tornava a Torre da Dentecane, aveva avuto un incontro terribile sotto il " Cerzone", una quercia secolare e sinistramente famosa. L'atmosfera nell'osteria era molto tesa, come sempre succede quando a racconto segue racconto e non mancava qualche brivido tra gli avventori, nonostante il calore  fumoso della stanza. Solo il locandiere sembrava non interessarsi alla cosa e se ne stava con i suoi pensieri in un angolo buio della sala. 
 Lo sfaccendato ascoltava con visibile interesse ed approfittò della pausa di fine narrazione, per vantarsi del proprio coraggio e  deridere la codardia  del vecchio e degli altri. 
" E' dei vivi che bisogna aver paura – sentenziò – non dei morti!". La discussione si animò. Altri avventori avvicinarono le loro sedie per ascoltare  meglio. Un individuo magro e calvo  propose allora  una scommessa per misurare il coraggio dello spaccone: Tutti i presenti gli avrebbero pagato le consumazioni di vino per 15 giorni se fosse stato capace di andare nel cimitero, scendere nell'ossario e portare un teschio fin nella bettola. 
Complice il vino, la scommessa fu accettata da tutti ed il nostro uomo baldanzosamente prese la strada del cimitero. La serata era fredda ed egli percorse il chilometro fino al camposanto senza incontrare un'anima viva. Arrivato alla sua meta, scavalcò facilmente il cancello e si diresse verso l'ossario. Da una tomba prese una mozzicone di  candela, l'accese e , dopo aver aperto il chiavistello del cancello di ferro dell'ossario, scese le strette ed umide scale della cripta. Si guardò attorno, afferrò un teschio che stava in un cesto  insieme ad altre ossa e riprese a risalire la scala. Nel varcare la porticina della cripta, però, si sentì trattenere per il cappotto. Con i capelli ritti in testa dalla paura, gridò: " Lasciami…….lasciami", divincolandosi per fuggire. Una mano invisibile,tuttavia, lo tratteneva inesorabilmente. Solo dopo alcuni secondi, lunghi come secoli, lasciato cadere per terra il teschio ed urlando come un animale , con uno sforzo poderoso ed in preda al panico riuscì a liberarsi dalla presa  e a lanciarsi fuori dal camposanto. Arrivò schiumante all'osteria. Lo rianimarono con generose razioni di  vino e solo dopo alcuni minuti,  stentatamente, riuscì a raccontare quello che gli era accaduto. 
Il giorno dopo due uomini, che avevano ascoltato la storia la sera prima,  andarono a curiosare  nel cimitero per verificare il racconto . Trovarono un teschio per terra ed un pezzo di cappotto che si era impigliato nel chiavistello della porta della cripta. Ridendo a crepapelle si portarono  a casa dell'uomo per  deriderlo e per fargli sapere che non era stato    un morto resuscitato a trattenerlo   per il cappotto bensì un   banale chiavistello. Purtroppo il malcapitato non lo seppe mai. Era morto di paura la notte stessa.