I MORTI NON SI DERIDONO
di Florindo Cirignano

Seduto, anzi disteso in un equilibrio da contorsionisti, sui tre gradini del monumento, in quella strana posizione tipicamente torrese, che necessita d’anni di apprendistato, chiacchieravo con un vecchio compagno d’infanzia che, puntualmente, ogni anno torna da Milano per passare qualche giorno tra vecchi amici e tra vecchi ricordi.  Quella sera non c’eravamo fatti travolgere dalla malinconia “del bel tempo andato”, ma chiacchieravamo tranquillamente, passando con disinvoltura   dalla politica nazionale al calcio locale. Poi, tra le risate, mi aveva narrato della sua odissea del giorno prima, quando un amico lo aveva convinto a preparare il formaggio in casa.

Si avvicinava il crepuscolo, l’aria era calda, la piazza animata e la conversazione molto piacevole. Di tanto in tanto fissavo distrattamente   i pali delle luminarie, che sembravano ciclopici giavellotti piantati nella carne della piazza ed il campanile, da sempre presente nei miei ricordi e nel mio immaginario, che sembrava   bruciare ai raggi di un sole, che si apprestava a addormentarsi dietro Montefusco.   Nulla, in quel momento avrebbe potuto turbarmi: né il passaggio di una deliziosa ragazza canadese, né l’orripilante visione dei due maledetti, che in quel momento transitavano confabulando concitatamente per la piazza.  Udii distintamente la stentorea voce di un fabbro   torrese che li apostrofava chiamandoli vampiri. Effettivamente da anni tormentano il paese, senza ritegno né vergogna, per ingraziarsi un chierico di moda e gonfiare a dismisura i loro portafogli, incuranti delle maledizioni ( ‘e jasteme) che i torresi rivolgono a tutta la loro progenie e dell’imbarazzo che provano i propri figli a sentire parlare tanto male di loro. Ma forse è vero: sono solo insaziabili vampiri!.

Ad un tratto l’amico si alzò e mi annunciò che doveva assentarsi per un attimo, ma promise che sarebbe tornato presto. Effettivamente, dopo una decina di minuti, fu di ritorno.  Mi spiegò che era andato ad assicurarsi che sua madre, molto anziana, non fosse rimasta sola, perché, con l’avanzare della sera, la vecchietta cadeva letteralmente nel panico e addirittura si disperava, se qualcuno non era in sua compagnia.  

-”Probabilmente sarà a causa dell’età. I vecchi spesso si comportano come bambini    – sentenziai”.

-“ La cocchiara sape che ce sta ind’a pignata (il cucchiaio sa cosa c’è nella pignatta)” – esclamò il mio amico . “ Non è come tu pensi. Questa paura del buio la perseguita da più di settanta anni”.

Lo pregai di raccontarmi la storia e mi predisposi ad ascoltarlo con attenzione. Anch’egli si sistemò sul secondo gradino del monumento, appoggiando la testa su una specie di cuscino di pietra che è il basamento dell’obelisco.

“ Mia madre abitava  con i suoi genitori e con i fratelli più piccoli in una casa sulla Costarella , dove poi avrebbe vissuto Trecco. Di fronte c’era l’osteria di Teresina di Turzo.  Il locale era minuscolo, con pochi tavoli, imbiancato con calce viva. Dalla porta e dalla finestra del piano terra, s’intravedeva, sulla parete opposta, una sanguinella di San Ciriaco disegnato, in cambio di un pasto, da un musicante di passaggio.

Un giorno, ad ora di pranzo, mia madre ed   i miei nonni udirono un gran trambusto: grida di uomini ed urla isteriche di donne. Si affacciarono sul terrazzino e videro molte persone che si precipitavano nell’osteria. Passarono solo un paio di minuti e la folla, concitatissima, si riversò fuori . Seduto su di una sedia come se fosse la statua di San Ciriaco, trasportato da sei robusti e crucciati torresi, c’era il corpo esanime di una uomo sui cinquanta anni,

Costui, come riferì una stravolta e pigolante ragazza, mangiando una zuppa di patate con baccalà, si era strozzato con una lisca (“na puca”) e tutti i tentativi per liberargli la trachea si erano dimostrati vani. Agonizzante, lo avevano caricato sulla sedia per portarlo dal medico.  Ma l’uomo era già morto. Il corpo era sballottato a destra e a manca, per questo la testa inanimata oscillava e roteava inerte come quella di una marionetta. Mia madre, giovane e sconsiderata come quasi tutte le ragazze a quell’età, pur alla presenza di una tragedia, fu colpita da quel grottesco ciondolare e non riuscì a trattenere un sorriso. Passarono i giorni, anzi passò l’estate e parte dell’autunno e le giornate cominciarono ad accorciarsi. Un tempo a Torre le messe domenicali iniziavano alle sei del mattino. Un orario inconcepibile oggi, ma non ai quei tempi, quando contadini e braccianti dovevano essere nei campi di buon’ora, anche di domenica, e le ragazze dovevano obbligatoriamente dare una mano nelle faccende di casa.

Una domenica di novembre, mia madre si svegliò al rintocco delle campanelle dell’orologio che battevano le cinque o per lo meno credette che fossero cinque rintocchi. Si lavò nella bacinella con acqua gelida, si avvolse in uno scialle e, senza mangiare nulla, per poter accedere alla comunione, scese le scale di casa. Fece solo pochi passi prima  che il sangue si raggelasse che ella rimanesse impietrita come una statua di sale: da dietro l’angolo di don Ciriachino, quello slargo che sta di fronte alla bottega di Fillirico, uscì una figura, un essere mostruoso che aveva una  testa ciondolante, come quella di un girasole a cui si è  spezzato il gambo.  Costui, pur camminando restava sempre allo stesso posto, e rivolgendosi alla ragazza impietrita dal terrore, le disse sogghignando “ Com’è… non riri chiù mò? ( cosa c’è… adesso non ridi più?)”.

 E’ inutile precisare che mia madre fuggì a gambe levate e che da quel giorno  non volle mai più andare al cimitero e che  non è voluta mai restare sola di notte….e sono trascorsi più di settanta anni ormai.