Il monaco, il diavolo e gli gnocchi
di Florindo Cirignano
| Quando mio nonno, tanti anni fa, mi contava questo fatto esordiva così: “ Questa storia a tatone lo raccontava suo tatone…”. Ma se il mio trisavolo Carmine era nato nel 1722, vuol dire che questo racconto circola nella mia famiglia da più di trecento anni. Una volta, da queste parti, si aggirava un monaco, fra’ Raimunno, che su di un piccolo somaro, faceva il giro dei paesi del circondario, spingendosi fin nelle contrade più inaccessibili ed isolate di questo bellissimo lembo di terra che è la valle del Calore. Era un frate cercatore, forse del monastero di S. Egidio e possedeva una certa competenza nel curare gli animali domestici e anche per questo era assai benvoluto dai contadini. Corpulento e sempre gioviale, aveva sempre una risposta pronta e le sue battute di spirito spesso erano acuminate come pugnali. Nonostante avesse un debole per la buona cucina ( questo non era un segreto e lo si deduceva immediatamente dal suo faccione rubizzo e dalla pancia imponente), era un bravo uomo, forse in odore di santità. A lui si rivolgevano, per ricevere consiglio, ragazze ai primi turbamenti, donne tradite, uomini disperati e giovani innamorati; per tutti aveva una parola di speranza e di incoraggiamento. Una volta, in uno dei suoi giri, era stato trattenuto in una massaria di Taurasi, dove si festeggiava il battesimo di un neonato. Le occasioni per far festa, una volta, erano rare ed era bene approfittarne quando capitavano. Fra Raimunno aveva divorato con infinita voluttà tre grandi piatti di gnocchi, letteralmente coperti da una coltre di ricotta salata grattugiata: il primo perché aveva fame, il secondo per la salute del bimbo appena entrato nella Chiesa di Cristo ed il terzo perché era “Grazia di Dio” e le grazie del Signore si accettavano senza discussione o recriminazioni. Dopo gli gnocchi aveva ripreso a mangiare tutto quello che i padroni di casa gli avevano messo innanzi. Dato,però, che teneva molto al suo decoro di religioso, aveva bevuto solo due bicchieri di vino, preferendo continuare il pasto con la sola acqua di fonte. La festa durò tutto il pomeriggio e quando il frate prese la via del ritorno stava già imbrunendo. Era d’estate: un plenilunio chiarissimo illuminava la campagna e senza alcun timore per malfattori, il monaco, con la coscienza sgombra e la beatitudine nel cuore, avanzava lentamente tra i vigneti, le macchie di castagni, i boschetti di carpini e quercia, canticchiando ora inni sacri, ora canti popolari, in una discutibile ed incomprensibile alternanza.
Era scuro quando giunse all’ Isca
della Cavalera, dove il fiume Calore, che separa le fertili
campagne di Taurasi da quelle altrettanto generose Torre le
Nocelle, era guadabile. Tutto
Al guado l’asinello calpestò porzioni di luna, costellazioni e stelle che si specchiavano nell’acqua chiara, e proprio in quel momento il frate intravide un chiarore proveniente direttamente nel fiume alla sua sinistra. Si arrestò perplesso. Raganelle, cani ed uccelli notturni di colpo tacquero e lo stesso suono dell’acqua corrente parve ridursi di intensità, sovrastati da un flebile canto, che proveniva da dietro un canneto. Anche luna era diventata più pallida e le costellazione parevano essersi nascoste dietro nubi di stelle Fra Raimunno incitò l’asino e guadò il fiume, risalendone il corso sulla sponda di Torre, finché non passò oltre il canneto che si frapponeva al chiarore. Ora la visuale era del tutto libera. E cosa vide il santo uomo? Nell’acqua tiepida, completamente nuda, c’era una donna di una bellezza abbagliante. Ai raggi del plenilunio, le goccioline d’acqua rilucevano sul suo corpo perfetto, mentre decine di lucciole le orbitavano intorno. La donna cantava una canzone con una voce roca e sensuale. Si lavava con fare impudico, senza nascondere la sua nudità, e fissava in modo lascivo e sfacciato il religioso. Il frate era debole contro la tentazione della gola, ma ben temprato contro quelle della carne o del denaro, per cui continuò per la sua strada come se niente fosse avvenuto, salmodiando per coprire col suo canto quello della donna.
La sua era la voce suadente ed arrogante di dea pagana della fecondità, adorata da generazioni lontane con orge e sacrifici di sangue. Niente al mondo poteva competere con quei seni, quelle cosce, quei fianchi. Tutto appariva vano a loro confronto: l’amore per il prossimo, la fede e persino lo stesso Dio Il somaro, col pelo irto per la paura, si era arrestato di colpo, incapace di fare un sol passo in avanti. Iniziò una terribile lotta tra la volontà del monaco e quella demoniaca della bella ammaliatrice. Il corpulento frate sembrò soccombere, perché la voce gli era morta in gola e non poteva né a cantare né pregare, tanto era frastornato, affascinato, svuotato di ogni ricordo. Ma era pur sempre un santo uomo e quando la donna gli sussurrò tra promettenti sospiri: “ Vieni, vieni qui Raimunno che ti porto con me…”, il frate irrigidì ogni muscolo, corrugò la fronte finché gli occhi non divennero due sottili fessure, digrignò i denti irrigidendo allo spasimo la mascella, mutò per l’immane sforzo la fisionomia stessa del volto e…. emise una tonante scorreggia, una schioppettata, che echeggiò per l’intera valle del Calore. -“Per adesso portati questa!”- esclamò il religioso, col fil di voce che gli era rimasto. Per mezzo di quel terribile sberleffo, la diabolica creatura comprese l’impossibilità di far breccia nell’animo del religioso e, urlando e bestemmiando, si tramutò in fumo giallastro, che si dissolse pigramente nell’aria calda della sera, mentre, come per incanto, le raganelle, i grilli e gli altri animali ripresero il loro abituale frastuono. -“ Amen ! Così sia !”- disse il monaco Fra' Raimunno ripresosi, visibilmente soddisfatto, continuò il suo cammino, cantando e lodando il Signore per avergli dato la forza di resistere al demonio, ma anche benedicendo la taurasina, la quale gli aveva preparato gnocchi tanto saporiti. |