Sono stato pregato dalla figlia del protagonista di questa avventura di rendere non riconoscibile l'identità del padre né i luoghi dove l'episodio è avvenuto. Io non ho apportato modifiche sostanziali alla lettera , ma mi sono limitato solo a farne una traduzione, senza però snaturarne la sostanza . Gli asterischi rappresentano le parti sottoposte a censura militare.

 

 

 

UNA LETTERA DAL FRONTE

 

 

 

Ospedale Militare di ******* (censurato)  3/10/1942.

 

Cara mamma, caro papà, cari fratelli, vi scrivo questa lettera dall'ospedale militare di ***** (censurato)     dove sono stato ricoverato più di 20 giorni fa. Vi dico subito che non vi dovete preoccupare perché non sono stato ferito, anche se per molti giorni sono stato tanto ammalato da non ricordare quasi più nulla.

Cari genitori come vorrei che************************* (censurato) e poter passare il Natale con voi. Vi prego voler portare al più presto al nostro caro Santo la mia spilla e la mia catenina d'oro . Tu, caro fratello Ciriaco, ti puoi prendere la mia bicicletta che ti piace tanto. Te la regalo, ma devi accendere per 15 giorni di fila una candela davanti al Cappellone.

Date a ninno (il fratello minore n.d.r.) il mio vestito buono; io me ne farò un altro appena torno . Caro papà cara mamma vi racconto quello che mi è capitato qua e come sono vivo solamente grazie a San Ciriaco.

Verso fine giugno scorso fui mandato, insieme al Caporale Vincenzo Ferreri e ad un calabrese di nome Flaminio, alla città di ****(censurato)  a riportarvi sette muli il che reggimento degli alpini aveva prestato al nostro battaglione. Ci mettemmo una decina di ore di marcia e passammo la notte là per riposarci. Al mattino partimmo sul presto e ci trovammo in una nebbia che mai avevo visto prima.

Caro papà noi non abbiamo proprio idea di quello che può essere la nebbia. Marciavamo in fila e  dovevamo tenerci per il fucile per non perderci. Il caporale, che pure era di Brescia, diceva che una cosa del genere non l'aveva mai vista.

Ben presto fummo costretti a fermarci. Ci mettemmo sotto degli alberi ed aspettammo tutto il giorno e la notte. Il giorno dopo si alzò la stessa nebbia e non avevamo più né una galletta né una goccia d' acqua. Ci mettemmo in marcia, sempre tenendoci per il fucile, nella speranza di incontrare una casa. Camminammo tutto il giorno senza vedere né una casa né un campo coltivato. Ci fermammo per passare un'altra notte all'aperto. Qui fa freddo, ma in estate si sta bene. Il giorno dopo fu la stessa storia e fummo costretti a leccare le foglie come fanno gli animali. Al mattino del quarto giorno la nebbia scomparve, ma noi non sapevamo più dove ci trovavamo. Mezzi morti di fame e di sete andammo in cerca di qualcosa da mangiare.

Dopo un paio di ore incontrammo una ragazza, giovane, brutta e vestita come i contadini del luogo. Non ci capiva, ma, a forza di gesti, le facemmo intendere che avevamo molta fame . Ci fece segno di seguirla.  Non so per quanto tempo ancora marciammo. Sempre più deboli non riuscivamo a tenere il passo della ragazza che spesso si doveva fermare per aspettarci. Al tramonto arrivammo finalmente ad una capanna isolata, con i tetti di paglia e con un piccolo orto sul davanti. Nella casa c'erano tre persone adulte e due ragazzi dell'età di ninno, poveri e sporchi con certi stracci addosso che mamma non li avrebbe utilizzati nemmeno per lavare le scale. Il pavimento era di terra e come mobili avevano  solo un tavolo con qualche sgabello. La ragazza parlò con gli anziani ( forse erano il padre la madre e uno zio, ma non notai  nessuna somiglianza). Non so cosa disse ma la vecchia ci fece cenno di sedere e poco dopo ci diedero una brodaglia che rassomigliava alla sbobba che da noi si fa per il maiale.

Comunque sia, avevamo una tale fame che ne mangiammo due piatti a testa. Per tutto il tempo le sei persone, i tre adulti e i tre ragazzi, ci osservarono senza mangiare e parlando pochissimo tra loro. Ognuno di noi, per sdebitarsi cercò di regalare loro qualcosa: io mezzo pacchetto di sigarette, il calabrese un pezzo di sapone ed il caporale diede alla vecchia degli aghi per cucire ed un paio di banconote. Quelli accettarono tutto senza mai sorridere una volta. A fine serata il vecchio uscì fuori e poco dopo rientrò con una bottiglia. Ci versò nelle gavette due dita di un liquore fortissimo, che non avevamo mai provato e subito dopo la ragazza ci accompagnò in una stanza, dove erano stati posti tre luridi pagliericci . Quando restammo soli ci venne il dubbio che qualcuno di loro potesse avvertire i partigiani e quindi decidemmo di fare i turni di guardia, con l'intesa che l'indomani saremo partiti presto. Ma purtroppo non andò così. Non so dirvi cosa successe quella notte, ma sta di fatto che mi venne una febbre altissima che mi faceva tremare tutto. Non facevo altro che dormire e quando stavo sveglio era come se in testa non avessi più pensieri. Ricordo solo che qualcuno mi dava da mangiare e da bere ma subito dopo mi riaddormentavo.

Una notte però, cari genitori,( ed a dire questo mi si rizzano le carni) incominciai a sentire un suono di campane. Non erano però i tocchi cupi e angoscianti delle campane di queste parti, ma avevano una voce che conoscevo bene: erano le campane di Torre, sonate  come le suona Masto Alberto oppure Cazone con Cirichiano di Pupatella insieme, con il campanone a distesa e la campanella che rintocca quella bella melodia (darin da dà - darin da dà).

Più tempo passava e più le campane mi rimbombavano nel cervello, impedendomi il sonno. Mi sono svegliato completamente e poco c'è mancato che non svenissi dalla puzza. Ero praticamente ricoperto di merda e di piscio. Una puzza terribile aleggiava in tutta la stanza, peggio che in un cacatoio. Chiamai i miei compagni ma non mi rispose nessuno. Allora mi alzai, cercai i miei stivali, che erano spariti, e scesi nella cucina . Nella casa non c'era nessuno ed io mi sentivo ancora la febbre addosso. Cercai di lavarmi e chiamai ancora i miei compagni. Decisi di lavare i miei panni ma non trovai lo zaino dove tenevo un pezzo di sapone né gli zaini dei miei compagni né i nostri fucili. Mi misi allora a cercare la mia roba. Uscii dalla casa e andai in quella che pensavo fosse la stalla. Cari genitori come avrei voluto non esser mai entrato in quella stalla. Attaccati a delle pertiche legate al soffitto c'erano dei ganci da cui pendevano braccia, gambe e lacerti umani , appesi come noi teniamo i prosciutti ed i capicollo  a essiccare ( commo pacche re  puorco a seccà). Non ebbi alcun dubbio che fossero i miei compagni e preso dal disgusto e da una immensa paura scappai via di lì. Mi misi a correre scalzo e non so per quanto tempo ho corso. Ma sicuramente ore ed ore. Non mi fermai mai, perché ogni volta  che volevo sostare per  prendere fiato le campane  suonavano Din Dan ....Din dan sempre  più forte e mi rintronavano in testa. Le campane mi perseguitavano, mi facevano impazzire... mi allontanavano da quella casa.
 Mi trovò un camion dei nostri, svenuto e con i piedi tutti piagati. Mi trovarono alla sera dell' 8 agosto*, dopo trentasette giorni dalla nostra scomparsa.

* per chi non lo sapesse l'8 agosto è la festa di San Ciriaco a Torre le Nocelle

 

UNA LETTERA DAL FRONTE