Un
coraggio da vendere
Dedicato a Jim Capone…..
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Come giunse nella piazzetta della Chiesa udì un
trambusto: lungo la strada, che aveva percorso pochi istanti prima, stava cautamente
discendendo un carro trainato da un cavallo. Un uomo manteneva la cavezza
dell’animale, un altro, invece, teneva serrati i freni del veicolo, che
affrontava con molte difficoltà la ripida discesa. Un terzo uomo, seduto a
cassetta, si reggeva il cappello
che rischiava in ogni momento di volare via. Quando il
carro fu all’altezza della donna, che nel frattempo si era fermata per
osservare meglio la scena, l’uomo la salutò con un: - “ Huè
Antoniè, come stai?”. Antonietta lo
guardò perplessa, fissandolo con malcelata curiosità . La fisionomia le era
nota, tuttavia non riconobbe l’uomo. “
Non mi riconosci più? Sono tanto cambiato?
Sono Pasquale Capone e
ritorno dall’America?”. Ciò detto
discese dal carro ed andò a baciare affettuosamente la donna sulle guance.
Erano stati compagni di giochi tanti anni prima.
Parlando convulsamente percorsero assieme
un centinaio di metri, fino alla casa di Pasquale, che si trovava proprio sotto
alla chiesetta dell’Oratorio. Qui il
carro si fermò ed i due carrettieri cominciarono a scaricare
casse di legno, un baule e
diverse valige. Terminarono il
lavoro in una mezzora. Pasquale li pagò e,
dopo tanti anni, rientrò nella sua vecchia casa. Vi si fermò solo pochi minuti, giusto il tempo di prendere da una valigia
alcuni “candies” e dei
pacchetti di sigarette per dirigersi, poi, verso la
casa di Antonietta, che intanto aveva rinunciato ad andare a Messa. La
porta era aperta ed egli entrò nella piccola cucina, dove il marito di
Antonietta, Vincenzo, ed i loro tre bambini
stavano in attesa della cena. Pasquale consegnò le sigarette ed i dolci,
merci molto rare in quel tempo, rispettivamente
all’uomo ed ai bambini,che accettarono con visibile gioia. La famiglia
divise con l’ospite le poche
patate ed una bottiglia di vino in un clima di allegria che Pasquale non
assaporava da tempo. Dopo cena,
mentre Antonietta sparecchiava,fumando una sigaretta, Pasquale cominciò a
raccontare sua vita. Aveva lasciato
in America sua moglie, una donna a suo dire terribile, che gli aveva avvelenato
la vita e che metodicamente, appena sveglio e prima di addormentarsi, non
dimenticava di maledire. Aveva sostituito le preghiere che sua madre gli aveva
insegnato con terribili “jasteme”. Era tornato a Torre un po’ per
nostalgia, un po’ perché tutta l’ America era troppo piccola per contenere
lui e sua moglie. Gli dispiaceva, però, dei bambini che aveva lasciato lì. Nei giorni
seguenti sistemò al meglio la casa. Questa
era disposta tutta in verticale; difatti era formata 4 locali uno sopra
l’altro. Al secondo piano aveva la stanza da letto che affacciava sulla
campagna, al primo piano la cucina e al piano terra aveva attrezzato la sua
bottega di calzolaio. Tramite una botola, infine, si scendeva in una cantina
assai più ampia degli altri locali, in quanto si estendeva per alcuni metri
anche al ad si sotto dell’Oratorio. Pagò due
donne che la pulissero da cima a fondo, comprò lana nuova per i materassi, fece
ridipingere la cucina ed ordinò ai falegnami tavoli e sgabelli nuovi. Sistemò
gli infissi e alla fiera di Santo
Egidio comprò piatti, bicchieri pentole e terraglie. Si sistemò bene, insomma!
Passava la mattina passeggiando, il pomeriggio nella Società Operaia (
dove qualche tempo dopo ne divenne presidente) a giocare a tressette e di
sera si trovava con gli amici a parlare davanti qualche uscio di Piazza
d’Olmo o sotto il monumento, oppure a bere un po’ di vino nell’osteria di
Teresina di Turzo nei giorni freddi o piovosi.
Ricominciò, insomma, una vita metodica , tranquilla e banale ma tutto
sommato felice. I problemi
cominciarono quando decise di far attrezzare lo stanzino che si trovava proprio in fondo alla casa, per
utilizzarlo come dispensa-cantina. Fece
intonacare le mura, l’imbiancò con la calce e predispose scansie con tavole
di castagno. Vi stipò un centinaio
di bottiglie di salsa di pomodoro ( preparate da Antonietta) e una discreta
quantità di bottiglie di vino spumante Coda di Volpe e di Aglianico. Finito il
lavoro, si fermò qualche minuto ad ammirare la sua opera: le bottiglie
erano accuratamente allineate, con
ordine maniacale ,come se da questa armonica disposizione ne
dipendesse la loro buona conservazione. Si sentì soddisfatto e felice. Quella notte,
tuttavia, non riuscì a prendere sonno. In verità dormì un poco e in quel poco
ebbe un
tremendo incubo, che non riuscì a ricordare se non in maniera confusa.
Pasquale si svegliò di pessimo umore e
per tutto il giorno se ne stette lontano dal paese, in campagna, imbronciato e
nervoso. A sera mangiò pochissimo e bevve solo acqua. Dal sovrastante Oratorio gli
giungevano le voci delle monache che
cantavano laudi alla Madonna. Si
mise a letto stanchissimo e si addormentò immediatamente. Sognò una
moltitudine di gente processione : persone vestite in maniera strana,
ognuna delle quali reggeva una candela accesa. Il corteo era aperto da un prete
con paramenti di color viola cupo e con uno stranissimo cappello in testa. Uomini, donne e
bambini avevano tutti un’espressione
seria o sofferente . Tra tutti Pasquale notò una ragazza
dai capelli biondi, abilmente raccolti
in due lunghissime e bellissime trecce,
che camminava tra gli altri con lo sguardo perso nel vuoto. Ecco
che una serie di scoppi fece balzare Pasquale dal
letto. Accese una candela nel momento stesso che l’orologio del campanaro
batteva le tre. Si fermò ad ascoltare per interpretare la natura di quei
rumori, ma quasi immediatamente un’altra sinistra
salva, proveniente dal basso, rintronò per tutta la casa nel silenzio della notte.
L’uomo non ebbe cuore di andare a controllare, ma
aspettò fino a quando non fu giorno inoltrato.
Finalmente a giorno fatto, Pasquale trovò
il coraggio di aprire la botola della cantina, ma quel che vide non fu piacevole.
Infatti le bottiglie di spumante, nonostante
fossero state completamente sigillate con
un tappo di sughero legate con un doppio cappio di spago grosso, erano
inspiegabilmente tutte sturate ed
il vino si era sparso dappertutto. Le bottiglie di pomodoro, invece, erano
letteralmente esplose e schizzi di salsa avevano imbrattato soffitto e pareti.
La scena aveva dell’ apocalittico
: il pavimento era inondato da un liquido spumoso e rossastro. Per un paio
d’ore l’uomo restò indeciso
sul da farsi, troppo scoraggiato dal disastro e dal lavoro che lo aspettava. Però
ben presto il composto cominciò ad
inacidire ed un odore pungente si
sparse per tutta la casa. Pasquale fu costretto a chiamare Antonietta chè lo
aiutassero a sistemare tutto . Intanto parte
dell’intonaco del soffitto dello stanzino, si era gonfiato. Niente di
allarmante, probabilmente una bolla d’aria grande quanto una palla dovuta ad
un’infiltrazione di umidità. Pasquale ripensò all’accaduto per una settimana
intera e trovò, come unica spiegazione logica al fatto.che la pressione dello
spumante aveva fatto saltare i tappi di sughero che, a loro volta, come in una specie di
tiro al bersaglio, avevano centrato le bottiglie di salsa, mandandole in
frantumi. Certo, il fatto che tutte,
ma proprio tutte le bottiglie di salsa, fossero
state colpite non rientrava
proprio nella normalità. Pasquale,tuttavia, non era uomo che si perdeva facilmente d’animo e alcuni giorni dopo decise di a risistemare lo stanzino. Fece ridare la calce alle pareti da Nicola, l’ imbianchino. Costui gli fece notare la bolla sul soffitto, che frattanto era divenuta assai più ampia , e gli suggerì di rompere il vecchio intonaco e sostituirlo con uno nuovo. A Pasquale gli parve buona idea , perciò si accordarono di effettuare il lavoro il giorno seguente
Il giorno
dopo, di buon’ora, Nicola bussò
alla porta e trasportò giù
per botola le tavole atte a costruire un piccolo ponteggio volante . Dopo un paio d’ore questo fu pronto e,
mentre Pasquale guardava con
attenzione lo svolgersi del lavoro, l’artigiano vi montò sopra, e si portò proprio
sotto la bolla che era diventata ancora più vasta del giorno precedente. Prese un
martello e diede alcuni colpi,
facendo cadere grossi pezzi di intonaco. In una decina di minuti avevano
scalpellato tutto il vecchio intonaco, mettendo a nudo il vecchi soffitto.
Rimaneva da rompere solo un ultimo pezzo
nella parte più interna della cantina. Spostarono il ponteggio
e Nicola, come aveva fatto prima. diede un colpo secco al vecchio e
rigonfio intonaco. Cominciarono a cadere calcinacci e pietrisco, poi di colpo,
crollò una parte del soffitto che travolse entrambi gli uomini. Come un terremoto venne giù tutto e i
due ne rimasero quasi sepolti. Tossendo, annaspando e chiamandosi, con molta fatica, cominciarono a
rimuovere le macerie che ricopriva parte del loro corpo e solo allora si resero
conto che si trattava di ossa umane. Centinai di tibie, costole,
bacini e crani sogghignanti e sdentati si erano sparsi per la cantina. Urlando per l’orrore,
Pasquale e Nicola si lanciarono verso la botola,ma
si scontrarono violentemente lungo la scala ricadendo
sulla montagna di ossa; si rialzarono prontamente e quasi ululando per la paura
ed il disgusto,
guadagnarono l’uscita. Solo più tardi il mistero fu chiarito. Fino alla fine del 1700 i morti erano stati sepolti in una cripta situata tra la Cappella dell’Oratorio e la cantina di Pasquale. Quelle sepolture erano state completamente scordate, anche se ne poteva intuire la presenza da alcune lapidi incastrate tra i mattoni del pavimento della Cappella. Per mesi Pasquale Capone non volle dormire casa sua, ma dato che in America aveva imparato ad essere pragmatico, capì che all’accaduto non bisognava dare molta pubblicità, altrimenti non avrebbe mai più potuto disporre della sua abitazione. Del fatto furono informate solo poche persone: il prete, il sindaco, il sagrestano e le monache. Le ossa furono rispettosamente riportate nella cripta, il solaio rinforzato e risistemato e furono celebrate diverse messe di requiem. Grande, però, fu la commozione di Pasquale quando, dal macabro mucchio, fu estratto il corpo quasi intatto di una giovinetta dalle lunghe trecce bionde. N.D.A. Questo
racconto ha una solida
base di verità. Io ricordo bene Pasquale Capone e la sua bottega giù a
Portanova. Ho pure molto vivido il ricordo di una monaca che narrava
a mio
padre come spesso, nella notte, nell'Oratorio si sentissero respiri, singhiozzi
o rumori che la terrorizzavano. Allora insieme alle altre consorelle si mettevano a pregare
e tutto cessava. Questa storia fu del tutto dimenticata, sennonché
avvenne un fatto analogo molti anni dopo: Durante la ristrutturazione
della casa di Mario Scala cadde un grosso blocco di pietra che sfondò un
tramezzo da cui affiorarono le ossa.
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