Un coraggio da vendere 

        Dedicato a Jim Capone..

 

La campanella dell’orologio batteva le  cinque in punto ed Antonietta si accingeva ad andare alla funzione serale, che in quel periodo si teneva nella chiesetta dell’Oratorio. Nella Chiesa  di San Ciriaco, difatti,  stavano ridipingendo  una parete annerita a causa  di una infiltrazione d’acqua. Lungo la discesa la donna camminava cautamente, tenendosi stretto  sotto il mento lo scialle che le copriva la testa e parte delle spalle. Colpi poderosi di  vento di ponente, che si infilava tra le case e la chiesa, la investivano sbilanciandola.  Le pietre del selciato, levigate dagli anni, erano molto scivolose, per cui la donna camminava  molto lentamente .

 

Come giunse nella piazzetta della Chiesa udì un trambusto: lungo la strada, che aveva percorso pochi  istanti prima, stava  cautamente discendendo un carro trainato da un cavallo. Un uomo manteneva la cavezza dell’animale, un altro, invece, teneva serrati i freni del veicolo, che affrontava con molte difficoltà la ripida discesa. Un terzo uomo, seduto a cassetta,  si reggeva il cappello che rischiava in ogni momento di volare via.

Quando il carro fu all’altezza della donna, che nel frattempo si era fermata per osservare meglio la scena, l’uomo la salutò con un:

- “ Huè Antoniè, come stai?”.

Antonietta lo guardò perplessa, fissandolo con malcelata curiosità . La fisionomia le era nota, tuttavia non riconobbe l’uomo.

 “ Non mi riconosci più? Sono tanto cambiato?  Sono Pasquale  Capone e ritorno dall’America?”.

Ciò detto discese dal carro ed andò a baciare affettuosamente la donna sulle guance. Erano stati compagni di giochi tanti anni prima.  Parlando convulsamente percorsero  assieme un centinaio di metri, fino alla casa di Pasquale, che si trovava proprio sotto alla chiesetta dell’Oratorio. Qui  il carro si fermò ed i due carrettieri cominciarono a scaricare  casse di legno, un baule  e diverse valige. Terminarono  il lavoro in una mezzora. Pasquale li pagò  e, dopo tanti anni, rientrò nella sua vecchia casa. Vi si fermò solo  pochi minuti, giusto il tempo di prendere da una valigia alcuni “candies”  e dei pacchetti di sigarette per dirigersi, poi, verso la  casa di Antonietta, che intanto aveva rinunciato ad andare a Messa. La porta era aperta ed egli entrò nella piccola cucina, dove il marito di Antonietta, Vincenzo, ed i loro tre bambini  stavano in attesa della cena. Pasquale consegnò le sigarette ed i dolci, merci molto rare in quel tempo, rispettivamente  all’uomo ed ai bambini,che accettarono con visibile gioia. La famiglia divise con l’ospite  le poche patate ed una bottiglia di vino in un clima di allegria che Pasquale non assaporava da tempo.  Dopo cena, mentre Antonietta sparecchiava,fumando una sigaretta, Pasquale cominciò a raccontare  sua vita. Aveva lasciato in America sua  moglie, una donna  a suo dire terribile, che gli aveva avvelenato  la vita e che metodicamente, appena sveglio e prima di addormentarsi, non dimenticava di maledire. Aveva sostituito le preghiere che sua madre gli aveva insegnato con terribili “jasteme”. Era tornato a Torre un po’ per nostalgia, un po’ perché tutta l’ America era troppo piccola per contenere lui e sua moglie. Gli dispiaceva, però, dei bambini che aveva lasciato lì.

 

Nei giorni seguenti sistemò al meglio la casa.  Questa era disposta tutta in verticale; difatti era formata 4 locali uno sopra l’altro. Al secondo piano aveva la stanza da letto che affacciava sulla campagna, al primo piano la cucina e al piano terra aveva attrezzato la sua bottega di calzolaio. Tramite una botola, infine, si scendeva in una cantina assai più ampia degli altri locali, in quanto si estendeva per alcuni metri anche al ad si sotto dell’Oratorio.

Pagò due donne che la pulissero da cima a fondo, comprò lana nuova per i materassi, fece ridipingere la cucina ed ordinò ai falegnami tavoli e sgabelli nuovi. Sistemò gli infissi  e alla fiera di Santo Egidio comprò piatti, bicchieri pentole e terraglie. Si sistemò bene, insomma!  Passava la mattina passeggiando, il pomeriggio nella Società Operaia ( dove qualche tempo dopo ne divenne presidente) a giocare a tressette e di  sera si trovava con gli amici a parlare davanti qualche uscio di Piazza d’Olmo o sotto il monumento, oppure a bere un po’ di vino nell’osteria di Teresina di Turzo nei giorni freddi o piovosi.  Ricominciò, insomma, una vita metodica , tranquilla e banale ma tutto sommato felice.

I problemi cominciarono quando decise di far attrezzare lo  stanzino che si trovava proprio in fondo alla casa, per utilizzarlo come dispensa-cantina.  Fece intonacare le mura, l’imbiancò con la calce e predispose scansie con tavole di  castagno. Vi stipò un centinaio di bottiglie di salsa di pomodoro ( preparate da Antonietta) e una discreta quantità di bottiglie di vino spumante Coda di Volpe e di Aglianico. Finito il lavoro, si fermò qualche minuto ad ammirare la sua opera: le bottiglie erano accuratamente allineate,  con ordine maniacale ,come se da questa armonica disposizione ne  dipendesse la  loro buona conservazione. Si sentì soddisfatto e felice.

Quella notte, tuttavia, non riuscì a prendere sonno. In verità dormì un poco e in quel poco ebbe un tremendo incubo, che non riuscì a ricordare se non in maniera confusa. Pasquale si svegliò di pessimo umore  e per tutto il giorno se ne stette lontano dal paese, in campagna, imbronciato e nervoso. A sera mangiò pochissimo e bevve solo acqua.  Dal sovrastante Oratorio gli  giungevano le voci delle monache che  cantavano laudi alla Madonna.  Si mise a letto stanchissimo e si addormentò immediatamente.

 

Sognò una  moltitudine di gente processione : persone vestite in maniera strana, ognuna delle quali reggeva una candela accesa. Il corteo era aperto da un prete con paramenti di color viola  cupo e con uno stranissimo cappello in testa. Uomini, donne e bambini avevano tutti  un’espressione seria o sofferente . Tra tutti Pasquale notò una ragazza dai capelli biondi, abilmente  raccolti in due lunghissime e bellissime  trecce, che camminava  tra gli altri con lo sguardo perso nel vuoto.

 Ecco che  una serie di scoppi fece balzare Pasquale  dal letto. Accese una candela nel momento stesso che l’orologio del campanaro batteva le tre. Si fermò ad ascoltare per interpretare la natura di quei rumori, ma quasi immediatamente un’altra sinistra  salva, proveniente dal basso, rintronò  per tutta la casa nel silenzio della notte.    L’uomo non ebbe cuore di andare a controllare, ma aspettò fino a quando non fu giorno inoltrato.  Finalmente a  giorno fatto, Pasquale  trovò il coraggio di aprire la botola della cantina, ma quel che vide non fu piacevole. Infatti le bottiglie di spumante, nonostante  fossero state completamente sigillate con  un tappo di sughero legate con un doppio cappio di spago grosso, erano inspiegabilmente  tutte sturate ed il vino si era sparso dappertutto. Le bottiglie di pomodoro, invece, erano letteralmente esplose e schizzi di salsa avevano imbrattato soffitto e pareti. La scena  aveva dell’ apocalittico : il pavimento era inondato da un liquido spumoso e rossastro. Per un paio d’ore l’uomo  restò indeciso sul da farsi, troppo scoraggiato dal disastro e dal lavoro che lo aspettava. Però ben presto il composto  cominciò ad inacidire  ed un odore pungente si sparse per tutta la casa. Pasquale fu costretto a chiamare Antonietta chè lo aiutassero a sistemare tutto . Intanto parte  dell’intonaco del soffitto dello stanzino, si era gonfiato. Niente di allarmante, probabilmente una bolla d’aria grande quanto una palla dovuta ad un’infiltrazione di umidità. Pasquale ripensò all’accaduto per  una settimana intera    e  trovò, come unica spiegazione logica al fatto.che la pressione dello spumante aveva fatto saltare  i tappi di sughero che, a loro volta, come in una specie di tiro al bersaglio, avevano centrato le bottiglie di salsa, mandandole in frantumi. Certo,  il fatto  che tutte, ma proprio tutte le bottiglie di salsa, fossero  state colpite  non rientrava proprio nella normalità.    

Pasquale,tuttavia,  non era  uomo che si perdeva  facilmente d’animo e  alcuni giorni  dopo decise di a risistemare lo stanzino. Fece ridare la calce alle pareti da Nicola, l’ imbianchino. Costui gli fece notare la bolla sul soffitto, che frattanto  era divenuta assai più ampia , e gli suggerì di  rompere  il vecchio intonaco e sostituirlo con uno nuovo.  A Pasquale  gli parve buona idea , perciò si accordarono di effettuare  il lavoro il giorno seguente

 

Quella sera Pasquale cenò pochissimo e non tocco nemmeno un goccio di vino, nonostante ciò non riuscì quasi a chiudere occhio anche se per parte della sera era stato cullato dal dolcissimo suono dell’organo ( ahimè! tornerà mai più?).  Si agitò nel letto per tutta la notte e , nei  pochi minuti in cui si assopì, sognò di nuovo la strana  processione,  solo che questa volta le figure  scendevano per una  scala a chiocciola : una fila incessante e silenziosa di persone che reggevano una candela che a stento illuminava il pallore dei loro volti, un torrente di piccole luci che si muovevano lungo una strana spirale di pietra. Si sorprese nel rivedere la figuretta triste  dalle lunghe trecce bionde che gli passava davanti senza neppure accorgersi di lui.  Si svegliò di soprassalto.

Il giorno dopo, di buon’ora,  Nicola bussò alla porta  e trasportò giù per  botola le tavole atte a  costruire un piccolo  ponteggio volante . Dopo un paio d’ore questo fu pronto e, mentre Pasquale  guardava con attenzione  lo svolgersi del  lavoro, l’artigiano vi montò sopra, e si portò proprio sotto la bolla che era diventata  ancora più vasta del giorno precedente. Prese un martello  e diede alcuni colpi, facendo cadere grossi pezzi di intonaco. In una decina di minuti avevano scalpellato tutto il vecchio intonaco, mettendo a nudo il vecchi soffitto. Rimaneva  da rompere solo un ultimo  pezzo   nella parte più interna della cantina. Spostarono il ponteggio  e Nicola, come aveva fatto prima. diede un colpo secco al vecchio e rigonfio intonaco. Cominciarono a cadere calcinacci e pietrisco, poi di colpo, crollò una parte del soffitto che travolse entrambi gli uomini. Come un  terremoto  venne giù tutto e i due ne rimasero quasi sepolti. Tossendo, annaspando  e chiamandosi, con molta fatica, cominciarono a rimuovere le macerie che ricopriva parte del loro corpo e solo allora si resero conto  che si trattava di ossa umane. Centinai  di tibie, costole, bacini e crani sogghignanti  e sdentati si erano sparsi per la cantina. Urlando per l’orrore, Pasquale e Nicola si lanciarono verso la botola,ma si scontrarono violentemente lungo la scala  ricadendo sulla montagna di ossa; si rialzarono prontamente e quasi ululando per la paura ed il disgusto, guadagnarono l’uscita.  

 Solo più tardi il mistero fu  chiarito. Fino alla fine del 1700 i morti erano stati sepolti in una cripta situata tra la Cappella dell’Oratorio e la cantina di Pasquale. Quelle sepolture erano state completamente scordate,  anche se  ne poteva intuire la presenza da alcune lapidi incastrate tra i mattoni del pavimento della Cappella. Per mesi Pasquale Capone non  volle dormire casa sua,  ma dato che in America aveva imparato  ad essere pragmatico, capì che all’accaduto non bisognava dare molta pubblicità, altrimenti non avrebbe mai più potuto disporre della sua abitazione. Del fatto  furono informate solo poche persone: il prete, il sindaco, il sagrestano e le monache.  Le ossa furono rispettosamente riportate nella cripta, il solaio  rinforzato e risistemato e furono celebrate diverse messe di requiem. Grande, però, fu la commozione di Pasquale quando, dal  macabro mucchio, fu estratto il corpo quasi intatto di una giovinetta dalle lunghe trecce bionde.  

N.D.A.

Questo  racconto   ha una solida base di verità. Io ricordo bene Pasquale Capone e la sua bottega giù a Portanova. Ho pure  molto vivido il ricordo di una monaca che narrava  a mio padre come spesso, nella notte,  nell'Oratorio  si sentissero  respiri, singhiozzi o rumori che la terrorizzavano. Allora insieme alle altre  consorelle si mettevano a pregare e  tutto cessava. Questa storia fu del tutto dimenticata, sennonché   avvenne un fatto analogo molti anni dopo: Durante la ristrutturazione  della casa di Mario Scala cadde un grosso blocco di pietra che sfondò un tramezzo da cui affiorarono le ossa.
Per quanto riguarda l’Oratorio ( il mio caro Oratorio, il mio indimenticabile asilo infantile, la mia bellissima scuola di religione), dopo il terremoto del 1980, quando l’edificio fu ristrutturato,    le ossa furono portate via dal parroco   Don Mario Minichiello e seppellite  nella cripta del cimitero comunale. Non so se ciò fu un bene! Finché vi dimoravano   i morti, l’edificio era frequentato  dai  compaesani  vivi, ora invece gli unici torresi che lo visitano sono i gufi e i barbagianni.