Il colore dell'anima
di Florindo Cirignano

 

  

Risentita verso la vita, verso il sole che terso  splendeva nel cielo e perfino verso i fiori che si affacciavano, timidi e stentati, dai piccoli  e poveri vasi di terracotta posti sul davanzale della finestra, Finetta mise sul fuoco la caffettiera con un gesto di stizza.   Prese dallo stesso davanzale una bottiglia di latte e ne riempì un pentolino che poggiò su un altro fornello.

Senza calze, spettinata e dopo una notte insonne non era un gran bel vedere, coperta com' era da una sdrucita vestaglietta blu a fiori gialli, ormai scolorita dagli anni e dai numerosi lavaggi.

Borbottava tra se, maledicendo tra i denti la sua esistenza e perfino i genitori morti da tempo. Perchè l’avevano messa al mondo per poi lasciarla sola e in miseria in quella casetta in affitto nelle Casaline, dove neppure a luglio entrava un raggio di sole?

Sulla sua vita da tempo era calata una patina opaca, simile al velo della panna che in quell'istante  stava affiorando sul latte.

 

Negli ultimi tempi le capitava spesso di passare notti insonni, saturi d’ansia e desideri. La giovinezza stava passando in un baleno e il suo corpo non aveva ancora conosciuto  le carezze di un uomo. Non che fosse brutta; anzi era piacente, ma era povera e senza dote e, per questo, le si proponevano solo uomini brutti, anziani  o vedovi.

“Non mi sposerò mai per disperazione!”- disse all’improvviso ad alta voce, facendo sobbalzare il gatto Tommasino.

Si versò una tazza di caffè bollente che sorseggiò con avidità e  riempì una ciotola di latte caldo per il suo micio, che grato si strusciò alle sue gambe. Poi  versò  un’altra  scodella e vi  aggiunse  il caffè restante.  Coprì la tazza fumante con un piattino, mise sulle spalle un pensante scialle di lana, di colore indefinibile tra il blu ed il viola, e uscì da casa.

Il tragitto fu breve: a pochi metri c’era la casa di Alfonsina, una vecchietta prossima alla novantina, da tempo costretta a letto dal peso degli anni e da una grave malattia reumatica.  

 

 Dai seni, che stavano già perdendo il turgore e la pienezza della giovinezza,  tirò fuori una chiave ed aprì la porta.  Entrò in un cucinino arredato con poveri ed essenziali mobili: un vecchio tavolo, una cassapanca, una credenzina ed un fornello a legna, inutilizzato da anni. La stanza era povera, gelida e buia. Salì una scala di legno, che scricchiolava ad ogni suo passo e giunse ad un ballatoio, sul quale si affacciavano due porte. Una conduceva ad un ripostiglio, l’altra nella stanza della vecchia.

 

Alfonsina era sveglia e salutò la giovane con un debole cenno della testa. Finetta le sorrise tristemente, depose la tazza  su di un comodino e dopo averle sistemati  i  cuscini, prese ad imboccarla come una bambina.

La vecchietta la fissava con i suoi occhi acquosi, senza proferire una parola.  Tra le due non c’era alcun vincolo di parentela: Entrambe erano accomunate soltanto dalla solitudine, anche se  l’anziana signora, un tempo, era stata sposata. Molti anni prima suo marito Mario era emigrato negli Stati Uniti, dove aveva trovato lavoro in una fonderia. Per anni, ogni mese, le aveva inviato  gran parte della sua paga. Lei avrebbe dovuto raggiungerlo là, in America, ma diversi contrattempi l’avevano sempre trattenuta a Torre.

Dopo alcuni anni l’uomo le aveva annunziato di aver portato a termine tutte le pratiche necessarie presso l'ufficio emigrazione, che finalmente sarebbe venuto presto  in Italia in vacanza e che in seguito sarebbero ripartiti assieme. Per questo aveva già  prenotato i biglietti del piroscafo. Era sua intenzione rimanere  in paese per la festa di San Ciriaco, che non vedeva da tanti anni.

Quella fu l’ultima lettera che Alfonsina ricevette dal marito. Poi di lui non si seppe più nulla. Nemmeno i compaesani che vivevano negli States riuscirono a scoprire che fine aveva fatto.

Era scomparso, inghiottito da quel grandissimo e crudele paese, che non le  voleva restituire nemmeno le ossa. Per anni Alfonsina lo aveva aspettato, sobbalzando ogni qualvolta qualcuno bussava alla sua porta. Poi un giorno, si vestì di nero - neanche lei seppe mai il perché - e da allora portò il lutto per il resto della vita.

 

 Finetta lavò la vecchietta, la pettinò e risistemò il letto; intanto le raccontava quello che succedeva in paese: dei fidanzamenti rotti e di quelli appena iniziati, dei bimbi che nascevano e  degli anziani che morivano.  Alfonsina ascoltava tutto attentamente, annuendo di tanto in tanto. Solo quando Finetta stava per andarsene le disse con una voce flebile,appena percepibile: “ Che dio ti benedica figlia mia!”. Finetta si fermò sull’uscio e la ringraziò con un sorriso, il primo della giornata. Promise di tornare  come sempre verso mezzogiorno e prese la via di casa. Questa aveva solo due stanze: una cucina ed una stanza da letto, dove un giorno avevano  dormito  quei  poveracci dei suoi genitori. Lei aveva un lettino in un angolo, all’opposto del letto matrimoniale. Finetta aveva sempre dormito in quel lettuccio e mai avrebbe osato giacere da sola nel letto dove erano spirati suo padre e sua madre. Non per paura, ma per un inspiegabile  senso di pudore.

Passò la mattinata a ricamare  un lenzuolo di un corredo. Un’altra ragazza del paese si sarebbe sposata e avrebbe dormito col proprio  uomo sotto le lenzuola che lei impreziosiva con disegni di fiori, farfalle multicolori e complicati ghirigori. Sospirò con tristezza e stiracchiandosi andò ad affacciarsi alla finestrella che  dava sulla strada di pietre levigate, lustrate dal passaggio di tante persone nel corso dei secoli.   

Verso le undici cominciò a prepararsi una zuppa per il pranzo.  Ricamò fino a mezzogiorno, quando tolse dal fuoco il brodo. Tagliò due fette di pane e rifece  l'identico tragitto della mattina, uguale a tutti i giorni che si erano succeduti negli ultimi due anni. Le Casaline, a quell’ora, erano piene di odori, rumori e persone: donne indaffarate a preparare il pranzo, ragazzi che tornavano da scuola, uomini che venivano dai campi o dalla piazza, dove avevano atteso  inutilmente d' essere contattati per qualche misero lavoro a giornata. 

Risalì le scale di legno facendo attenzione a non versare il brodo bollente e con un colpo di anca spinse la porta della camera da letto.

Appoggiò il vassoio su di  un comodino e toccò delicatamente la spalla della vecchia, la quale pareva immersa in un sonno profondo. Questa non si mosse. Solo dopo averla scossa con maggior vigore a Finetta si rese conto che  non era più cosciente e emetteva solo flebili rantoli. Non ci volle molto a capire che stava molto male.

Chiamò una vicina  che accorse immediatamente e spedì un bambino a chiamare il medico. Lei invece corse dal prete.

Don Giovanni era piccolo e calvo e se ne stava seduto su di un alto sgabello. I suoi piedi non toccavano terra ed egli li teneva incrociati dietro le gambe dello scomodo seggiolino. Stava ordinando il libro dei censimenti delle anime, che compilava diligentemente ogni cinque anni. Immediatamente si precipitò a prendere la stola viola e l’olio santo.

Quando arrivarono in casa di Alfonsina, nella sua stanza c’erano già altre tre donne del vicinato.

Don Giovanni l’unse e la benedì. Non accettò denaro da Finetta, dato che conosceva le difficoltà in cui si dibatteva la giovane.

Più tardi venne anche il dottore, che la tastò, l'auscultò e le guardò le pupille. Non proferì una sola parola. Ripose gli strumenti nella borsa e uscì dalla stanza, scrollando  eloquentemente la testa.

Il pomeriggio passò mestamente in un continuo via vai di donne che entravano, recitavano un'orazione  e uscivano. A sera Finetta si trovò sola con la vecchia. Nonostante non avesse mangiato nulla dalla mattina, non ebbe animo di lasciarla sola. Si sistemò di fronte al letto, su di una sedia di paglia vicino ad un cassettone di legno e si coprì le gambe con uno scialle perché, durante quelle ore concitate,  non aveva avuto nemmeno  il tempo di  accendere un po’ di carbonella nel braciere di ottone.

Passarono  alcune ore. Era novembre e faceva molto freddo. Nella stanza filtrava un debole  raggio di luce  di un lampione  della strada che rischiarava la testa della malata, i cui capelli bianchissimi sembravano brillare. Il viso incavato enfatizzava il profilo, il naso pronunciato, il mento e la fronte scarna. Verso le due  Finetta udì uno strano gorgoglio ed immediatamente comprese  che  la sua amica stava per morire. Si alzò dalla sedia, senza alcuna apparente emozione   e si avvicinò al letto. Alfonsina  trapassò serenamente, dimentica ormai dei mesi di maggio della sua giovinezza, delle acque chiare del Nanteri e dei fiori di ciliegio che volavano nel vento.

Trapassava senza  apparente sofferenza e occorsero  solo pochi secondi prima che il cuore si fermasse definitivamente e il viso si componesse nello stupore del vuoto della morte.

 L’ultimo sussulto, un unico spasimo,  le aveva lasciato gli occhi sbarrati. La ragazza sospirò  e le mise la mano sulla fronte per chiudere le palpebre, perché  non è bene per i morti  guardare la luce e perché i  bambini  che sarebbero venuti  l’indomani  insieme alle madri, non fossero turbati da quelle pupille vacue.

In quel momento però accadde qualcosa di straordinario: Dalle labbra affilate ed esangui  uscì  qualcosa che  a prima vista le parve un filo di fumo.

 A guardare bene  più  che fumo sembrava vapore acqueo, però di un delicato colore azzurro. Questo si raccolse come a formare una  noce a mezzo metro   dalla testa della morta, indugiò pochi secondi, e  poi sparì.

La ragazza rimase immobile  non riuscendo a creder a quello che aveva  veduto. Ma era sveglia per davvero?  Certo che lo era, anche se ancora frastornata per lo stupore: stava rabbrividendo per il freddo ,  sentiva il vento fischiare tra le case e gli oggetti nella stanza si trovavano nel posto in cui  dovevano essere. Ma allora a quale fenomeno aveva avuto il privilegio di assistere? Cos’era, dunque,    quella meraviglia fatta di luce ed aria,  del colore di un cielo di aprile,che per qualche istante aveva fluttuato nella stanza?

 Poi ebbe la consapevolezza di aver assistito ad un evento straordinario, ad un miracolo, alla rivelazione di un mistero immenso: quello che la vita non si risolve nel  nulla della morte.

Cominciò a piangere sommessamente, con dolcezza, e, con le lacrime che le scendevano in continuazione lungo il pallido viso,  vegliò la sua amica per il resto della notte.

Il giorno dopo fu celebrato un poverissimo funerale. Don Giovanni benedisse la bara - una cassa di quattro assi - che  fu portata a spalle  al cimitero e là interrata.

 A Finetta sembrò di essere rimasta orfana una seconda volta. Da due anni accudiva la vecchia, senza ricevere per questo suo servizio nemmeno una lira. Con lei divideva i poveri pasti e il tran-tran quotidiano la faceva sentire tranquilla ed utile. Alfonsina era da sempre sua vicina di casa: Aveva visto Finetta  nascere e muovere i primi passi sullo scivoloso acciottolato delle Casaline.  Quando si era ammalata, Finetta era venuta a trovarla e le aveva portato un pasto caldo. Da quella volta, tutti i giorni, tre volte al giorno, col caldo o col gelo, con l’afa o con la tramontana, la ragazza, puntuale era andata  a tenerle compagnia.

Ora era rimasta  sola, immensamente e disperatamente sola, e la depressione cominciava a prendere il sopravvento. Già di natura taciturna e riservata, divenne ancor più cupa e chiusa.

Usciva di casa solo per andare  in chiesa di domenica mattina, per  fare la spesa o per consegnare alle clienti il lavoro commissionato. Passava le giornate a ricamare, con il collo che le doleva sempre di più e le mani che si intorpidivano per il freddo e il continuo cucire. L’ago talvolta  le sfuggiva di mano ed aveva difficoltà ad infilare il filo nelle cruna. Tuttavia  proprio da quelle mani uscivano, come  per miracolo,  api dorate e  colorate cornucopie di frutta poste tra festoni e angioletti, che si fissavano  sul cottone  o sul prezioso  lino delle Fiandre. Una notte sognò Alfonsina  che le diceva di aver  freddo, tanto freddo e che occorreva accendere un  fuoco perché si  potesse riscaldare. Finetta ingenuamente interpretò il messaggio come una richiesta di candele da apporre  sulla tomba e  difatti ne acquistò un pacco intero, che portò sulla povera fossa nella quale giaceva la sua amica.

Una sera, poco prima di Natale, andò a consegnare una tovaglia ad una donna che abitava  sulle  Costarelle, che stava preparando un ricco  corredo per sua figlia che si sarebbe  maritata  coll'avvento della primavera. Si intrattenne un bel po’ con la cliente, che  soddisfatta del risultato, le aveva commissionato un ulteriore lavoro. Purtroppo nella stanza entrò la futura sposa, ragazza pettegola e viziata, che cominciò a sputare veleno sui ricami.

“ Sono storti ….! Il cottone è di cattiva qualità …! Non vale niente….! Santina l’avrebbe fatto meglio!” – sparava in continuazione.

 Sua madre cercò  invano  di contenere l’odiosa ed acida  ragazza, ma poi  si vide costretta a disdire il lavoro che solo pochi minuti prima aveva commissionato.

Finetta trattenne a stento  le lacrime, ma poi, appena varcò la soglia della casa e si trovò nel buio della strada cominciò a singhiozzare per l’umiliazione subita.

 Era una vita, ormai, che stava mandando giù rospi e ora non ne poteva  veramente più. Si coprì la testa col suo scialle colore viola, simile a quello della  carta di maccheroni, così che nessuno avrebbe notato le sue lacrime. Ma  quella sera sarebbe stato  improbabile incontrare qualcuno a Torre, perché sul paese incombeva una nebbia densa, lattiginosa, impenetrabile.

Ma non era certo questo che preoccupava Finetta, che si tormentava nella sua rabbia e nella sua frustrazione. “ Brutta stronza, che ne capisce quell’acida puttana di ricamo? Brutta zoccola! Ho lavorato tre settimane a quella tovaglia…!”.

Piangendo ed inveendo  arrivò  in piazza e  là scorse una figura che salita dalla strada della chiesa  si dirigeva verso le Casaline. Non le prestò molta attenzione. Quando a sua volta iniziò a salire  lungo la stradina che porta al centro storico, dopo pochi metri,  vide la stessa  donna seduta sugli scalini di una vecchia casa. Costei, completamente vestita di nero e  con uno scialle tirato sulla testa,  stava con il capo chino,  per cui i tratti del  viso non erano distinguibili. Quando Finetta  le passò accanto sussurrando un “Buonasera”,  sentì una voce che le disse: “ Non t’avvilì figlia mia e abbicceme o fuoco!”.

Finetta si voltò di scatto ed esclamò: “ Za Alfonsì! Si tu ? " ; ma non vide nessuno. Sullo scalino,  dove  prima sedeva la donna, fiotti di nebbia beffardi  danzavano mulinando  nel   vento.

Finetta scappò a casa e si mise a recitare le preghiere dei morti. Si rese conto, tuttavia, di non aver avuto alcuna paura di quanto era successo  e che, anzi, avrebbe volentieri parlato un po’ con quello che sicuramente era lo spirito della sua cara amica.

  Per l’intera notte,poi, rimuginò le  sue parole"Non t’avvilì figlia mia e abbicceme o fuoco" . Ma cosa voleva da lei Alfonsina? Al mattino, di buon'ora, si portò nella casa della vecchia,  convinta che parte di lei   soggiornasse ancora lì dentro e che avesse  effettivamente freddo e bisogno  del fuoco . Ma uno spirito può avere freddo? Aprì  tuttavia la porta con la chiave che nessuno era venuto ancora  a reclamare e si diresse  presso la cucinetta in muratura  alimentata a legna. Era due anni che questa non veniva usata.  Recuperò dei rametti, tanto secchi da sembrare carta, li mise  nella fornacella.  Al di sotto alla griglia di ghisa c'era il raccoglitore   delle ceneri che pieno fino all’orlo doveva essere necessariamente svuotato. Finetta prese un secchio e una paletta da camino e cominciò a rimuovere la cenere. Dopo un paio di palettate, però, urtò qualcosa di metallico. Tirò fuori  una scatola  di latta, un vecchio contenitore  di biscotti non più in commercio. Scosse la scatola e dal rumore comprese che non era vuota. Ma perché stava lì?  Con grande curiosità l'aprì  e  ne trasse un rotolo strettamente avvolto nella carta di maccheroni. Quando lo svolse per poco non le venne un colpo. C’erano  tanti biglietti da mille lire  e tanti dollari di diverso taglio: una piccola fortuna! S otto il grosso fascio di banconote c’era anche una busta che conteneva un foglio bollato. Lo lesse e con stupore apprese che quelle erano le ultime volontà di Alfonsina,  debitamente vistate da un notaio, risalenti a molto prima che la malattia la costringesse a letto. La sua amica aveva disposto che la casa e tutto quello che conteneva doveva essere consegnata a Finetta,  in qualità di sua erede universale.

  

Epilogo

Come mai Alfonsina, in tempi non sospetti, avesse deciso  di nominare Finetta sua erede è  davvero  un mistero.
Nello stesso anno, durante la festa di San Ciriaco, la ricamatrice  conobbe un ragazzo che lavorava in Lombardia, ma che veniva ogni agosto a passare le vacanze a Torre dai genitori. Si sposarono dopo 8 mesi.  All’epoca c’era l’usanza che la sposa doveva esporre  in casa il proprio corredo, in modo che i compaesani potessero valutare l'entità della dote. Le signore che andarono a vederlo quasi morirono d'invidia perché mai più i torresi avrebbero visto qualcosa di  più strabiliante.

Con enorme abilità Finetta aveva trasformato lenzuola, tovaglie ed asciugamani in vere opere d’arte, con inserti di tombolo e chiacchierino, ricamati con punti difficili e ricercati. Pavoni e pavoncelle si muovevano in giardini dove zampillavano fontane spumeggianti, leonesse e cervi  si rincorrevano in labirinti di tralci di vite e rose, colombe e tortore si posavano leggere sui rami dei maggiociondoli. Al centro di ogni sua creazione non c’era il solito monogramma, ma   una spira che innalzandosi delicatamente si condensava  a forma di noce,  ricamata in un unico  splendente colore:  il colore dell’anima .

 

Quando la nipote di Finetta, che ogni anno tornava a Torre per la festa di San Ciriaco, mi narrò questa storia, pensai ad una specie di  variante della fiaba di Mazzapauriello. Sennonché, poi, ho potuto verificarne alcuni particolari: sua nonna effettivamente era una ricamatrice, era  orfana, abitava nelle Casaline, accudiva una vecchietta e questa le lasciò tutti i suoi averi.  Se  abbia visto, però,  lo spirito dell’amica non potremo mai saperlo;  a me, tuttavia,  piace pensare che ciò  sia veramente accaduto.