IL GRANO DI MAGGIO
Gotico
Torrese
di Florindo Cirignano

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Poche persone conoscono questa storia, ma una volta, nelle gelide serate
d’inverno all’ incerto chiarore delle fiamme del camino, o nelle quiete e profumate notti
d’estate, seduti sotto il campanaro,c’era sempre qualcuno che la raccontava
ad un auditorio attento e silenzioso. Filippo era un giovanotto di 17 anni all’epoca dei fatti; Un gran pezzo di ragazzo, a dire dei vecchi, figlio primogenito di una coppia di agricoltori che avevano preso in affitto una masseria con un grande appezzamento di terreno dalle parte di Giancali. Solo le radici
annerite del ceppo di un castagno, un tempo enorme, resisteva a tutti gli sforzi. Avevano
provato a scalzarlo in ogni modo possibile, scavandogli attorno, usando
leve d’acciaio e perfino con una coppia di buoi,
ma senza alcun risultato, per cui avevano deciso di lasciarlo lì, al
centro del campo, monumento ad una
natura ostinata che non voleva piegarsi all’uomo. Il contadino decise di correre ai ripari e dispose
che il campo doveva essere sorvegliato durante la notte. Giunto al limitare del suo appezzamento, stese la
coperta sotto una vecchissima pianta di fico
e si sdraiò. C’era una
piacevole brezza e le spighe frusciavano piacevolmente. Mangiò il pane e diede
una lunga sorsata al cicino. Forse si assopì per un po’… Improvvisamente,però, ebbe
un sobbalzo: il vento era più
freddo e le spighe ora parevano
lamentarsi. Si alzò ed afferrò l’urpile, Filippo salì sulla pianta di fico, un po’ per
paura, un po’ per avere una visuale più ampia. Passò qualche minuto ed il ragazzo vide ad una cinquantina di metri di distanza comparire un nuovo solco nel grano che avanzava nella sua direzione dal centro verso il bordo . - Forse è un maiale fuggito da qualche masseria –
pensò. Saltò
dal fico e si diresse in quella direzione,appostandosi al bordo del campo nel
punto in cui presumibilmente l’animale sarebbe comparso. Il fruscio tra le
spighe divenne sempre più netto e vicino, finché non si arrestò di colpo
ed invertì il senso come se si fosse accorto della presenza del ragazzo.
Senza pensarci un minuto in più, come si rese conto che l’animale fuggiva verso il centro del campo, Filippo si lanciò nel grano. Trovò immediatamente il solco e con l’incoscienza e la spavalderia tipica di quell’età, cominciò a rincorrere la bestia con l’urpile sollevato pronto a colpire. La frenetica corsa durò pochi minuti . Come giunse alla piccola radura , con suo grandissimo stupore, trovò una ragazza seduta sul ceppo del vecchio albero. Poteva avere quattordici o quindici anni ed era vestita come tutte le ragazze che abitavano in campagna in quei tempi. Aveva un aspetto sofferente, le gambe accavallate e sembrava intenta a togliere una spina da un piede. -Chi sei? …Perché mi calpesti il grano?…Che fai
qui a quest’ora?- chiese a raffica non appena,
a causa dell’affanno, ebbe ossigeno
a sufficienza per parlare. -Mi hai spaventato- rispose piagnucolando - e mi sono
pure fatta male: Ho una spina nel piede. Mi chiamo Antonietta figlia di Giuseppe
il grottese ( di Grottaminarda) ed abito vicino al fiume (alla jomara). Stavo
andando da mio padre che ha portato i buoi ad arare nella terra di uno ed ho
sbagliato strada per l’oscurità. Filippo
tornò a casa all’alba, ma non
riuscì a prendere sonno. Quando si alzò rifiutò
la colazione e a pranzo
non toccò cibo. Calata
la notte prese la via dei campi; non si appostò più sotto il fico, ma andò
direttamente a sedersi sul
vecchio ceppo al centro del campo. Aspettò più di un’ora prima di sentire,
in un silenzio divenuto improvvisamente irreale, il fruscio delle spighe.
Rabbrividì ma non si mosse! Poco dopo dal
grano spuntò Antonietta, infantile e bella con una sottana a fiorellini e con
un fagotto avvolto in un tovagliolo
e tenuto per le quattro cocche legate assieme.
Con naturalezza si sedette accanto a lui e parlarono per ore. Andò
avanti così per una
settimana. Una notte lei gli diede
un piccolo corno in argento, del tipo che
si regalava ai bambini per allontanare il malocchio, e che il giovine ripose
accuratamente in tasca dentro un
fazzoletto. Tra loro stava nascendo qualcosa di più di un’amicizia. Verso
la prima settimana di giugno Filippo però cominciò a stare male. Lo si leggeva
in faccia che qualcosa non andava e sua madre fu la prima a notare che il
ragazzo era dimagrito sensibilmente. Il suo colorito, normalmente roseo, era
divenuto cereo mentre gli occhi avevano perso la naturale vivacità.
Inoltre era chiuso e riservato, mentre prima era allegro ed estroverso. I
genitori si convinsero che egli aveva una fattura e lo portarono da una vecchia
contadina, di nome Cenzina, che era molta abile a togliere malocchi. La
donna usò l’olio ed il piatto nella prima sera, una chiave maschia
nella seconda, un coltello ed il fuoco nella terza;
tuttavia nulla pareva giovare al ragazzo. La quarta sera Cenzina pensò
bene di scandagliarlo (scanagliarlo) a fondo. L’ esperienza e
la saggezza la spingevano a cercare
qualche indizio della causa del cambiamento del ragazzo da un mese a
quella parte. Dopo
un po’ comprese che c’era una ragazza di mezzo ed insistette per avere
sempre maggiori ragguagli. Quando Filippo gli svelò i dettagli del primo
incontro ebbe un brivido lungo tutta la schiena che le fece intuire d’essere
molto vicina ad una verità di cui intuiva a malapena i contorni. -Come si chiama la ragazza ?- chiese all’improvviso. -Antonietta. -
E di è figlia?- insistette la donna (a chi appartene?). -
A Giuseppe il grottese. La
vecchia emise un urlo che fece accorrere i genitori di Filippo che aspettavano
in un’altra stanza. Sconvolta gridava – Che cosa hai fatto figlio mio! Che
hai fatto… I
genitori atterriti tentavano di calmare Cenzina che piangendo
si era precipitata a prendere il sale
spargendone manciate sul
pavimento. -
Filippo mio –singhiozzò la vecchia- Antonietta la Grottese
è morta 60 anni fa. Io la conoscevo bene. Fu colpita da un fulmine
sotto un castagno che sta nel vostro campo. Portava
il pranzo a suo padre che lavorava nei campi, quando fu sorpresa da un
temporale. Si rifugiò sotto il castagno per non bagnarsi, ma un fulmine
l’uccise. Pure l’albero fu completamente distrutto. Pallido
e tremante, mentre un sudore gelido gli bagnava il corpo, Filippo prese dalla
tasca il fazzoletto e lo aprì lentamente. Non trovo il cornetto d’argento
ma la falangina annerita di
un bambino. Urlando
disperatamente aprì la porta e
fuggì nei campi. Di
lui non si seppe più nulla. Lo cercarono in tanti e i genitori non si
rassegnarono mai. Filippo, però, sparì senza
lasciare tracce. Il grano non fu raccolto e quel campo non fu più
coltivato. Tutti lo evitavano e i confinati facevano lunghe deviazioni pur di
non attraversarlo. Solo la madre del ragazzo, ogni giorno
finché visse, andò presso
il vecchio ceppo a scongiurare Antonietta di ridarle il figlio.
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