IL GRANO DI MAGGIO
Gotico Torrese

di Florindo  Cirignano

Poche persone conoscono questa storia, ma una volta, nelle gelide serate d’inverno all’ incerto chiarore delle fiamme del camino, o nelle quiete e  profumate notti d’estate, seduti sotto il campanaro,c’era sempre qualcuno che la raccontava ad un auditorio attento e silenzioso. 

 Filippo era un giovanotto di 17 anni all’epoca dei fatti; Un gran pezzo di ragazzo, a dire dei vecchi, figlio primogenito di una coppia di agricoltori che avevano preso in affitto una masseria con un grande appezzamento di terreno  dalle parte di Giancali.

 La terra  era stata da tempo abbandonata e si era rinselvatica. Per mesi tutta la famiglia l’ aveva ripulita e dissodata. Avevano tagliato  i prugnoli selvatici e le siepi spinose, estirpate le radici di alberi secchi  e bruciato mucchi di scoparie ed ortiche, fino a farlo  diventare pulita ed ordinata come un orto di Nandri.

Solo le  radici annerite del  ceppo di  un castagno,  un tempo enorme, resisteva a tutti gli sforzi. Avevano provato a scalzarlo in ogni modo possibile, scavandogli attorno, usando  leve d’acciaio e perfino con una coppia di buoi,  ma senza alcun risultato, per cui avevano deciso di lasciarlo lì, al centro del campo, monumento ad  una  natura ostinata che non voleva piegarsi all’uomo.

  Avevano seminato il grano,  che cresceva rigoglioso e compatto tranne in una minuscola radura al centro del podere, dove resisteva il ceppo con  le sue radici che si estendevano come tentacoli tutto intorno. Si prospettava un ottimo raccolto. Verso la fine di maggio, però, qualcosa cominciò ad andare storto:    comparivano ampie zone calpestate. Dapprima si pensò ad un branco di cani che inseguivano una  volpe o  una cagnetta in calore; ma giorno dopo giorno i danni si facevano sempre più rilevanti, né era più pensabile imputare  loro tutta quella distruzione.

Il contadino decise di correre ai ripari e dispose che il campo doveva essere sorvegliato durante la notte.

  Verso le nove Filippo uscì di casa portando in una bisaccia un pezzo di pane con formaggio ed un “cicino” d’acqua fresca e percorse il viottolo, che attraverso altri poderi lo portò al suo campo. Aveva preso anche una vecchia coperta, un bastone (urpile) fatto di nervi bue  intrecciati ed un coltello.

Giunto al limitare del suo appezzamento, stese la coperta sotto una vecchissima pianta di fico  e si sdraiò.  C’era una piacevole brezza e le spighe frusciavano piacevolmente. Mangiò il pane e diede una lunga sorsata al cicino. Forse si assopì per un po’…  Improvvisamente,però, ebbe  un sobbalzo: il vento era  più freddo e le spighe ora  parevano lamentarsi. Si alzò ed afferrò l’urpile, scrutando attentamente il campo di grano. Una improvvisa nuvola coprì il disco lunare e una cupa oscurità avvolse alberi e campi. I grilli tacquero e perfino le migliaia di lucciole che danzavano nell’aria scomparvero come se un’invisibile mano avesse spento una ad una quelle tenue candele.

Filippo salì sulla pianta di fico, un po’ per paura, un po’ per avere una visuale più ampia.

Passò qualche minuto ed il ragazzo vide ad una cinquantina di metri di distanza comparire un  nuovo solco nel grano che avanzava  nella sua direzione dal centro  verso il bordo  .

- Forse è un maiale fuggito da qualche masseria – pensò.

 Saltò dal fico e si diresse in quella direzione,appostandosi al bordo del campo nel punto in cui presumibilmente l’animale sarebbe comparso. Il fruscio tra le spighe divenne sempre più netto e vicino, finché non si arrestò di colpo  ed invertì il senso come se si fosse accorto della presenza del ragazzo.

Senza pensarci un minuto in più, come si rese conto che l’animale fuggiva verso il centro del campo, Filippo si lanciò nel grano. Trovò immediatamente il solco e   con l’incoscienza  e la spavalderia tipica di quell’età, cominciò a rincorrere la bestia con l’urpile sollevato pronto a colpire. La frenetica corsa durò pochi minuti . Come giunse alla piccola radura , con suo grandissimo stupore, trovò una ragazza seduta sul ceppo del vecchio albero. Poteva avere quattordici o quindici anni ed era vestita come tutte le ragazze che abitavano in campagna in quei tempi. Aveva un aspetto sofferente, le gambe accavallate    e sembrava intenta a togliere una spina  da un piede.

-Chi sei? …Perché mi calpesti il grano?…Che fai qui a quest’ora?- chiese a raffica non  appena, a causa dell’affanno, ebbe  ossigeno a sufficienza per parlare.

-Mi hai spaventato- rispose piagnucolando - e mi sono pure fatta male: Ho una spina nel piede. Mi chiamo Antonietta figlia di Giuseppe il grottese ( di Grottaminarda) ed abito vicino al fiume (alla jomara). Stavo andando da mio padre che ha portato i buoi ad arare nella terra di uno ed ho sbagliato strada per l’oscurità.

Il giovine si avvicinò ma la ragazza si alzò di scatto visibilmente spaventata, per cui fu costretto a fermarsi e cominciò a tranquillizzarla. Le disse che non doveva avere paura e che non l’avrebbe sgridata per i danni che aveva procurato al grano.

Filippo tornò a casa  all’alba, ma non riuscì a prendere sonno. Quando si alzò rifiutò  la colazione e  a pranzo  non toccò cibo.

Calata la notte prese la via dei campi; non si appostò più sotto il fico, ma andò direttamente a sedersi   sul vecchio ceppo al centro del campo. Aspettò più di un’ora prima di sentire, in un silenzio divenuto improvvisamente irreale, il fruscio delle spighe. Rabbrividì ma non si mosse! Poco dopo  dal grano spuntò Antonietta, infantile e bella con una sottana a fiorellini e con un fagotto avvolto in un  tovagliolo e tenuto per le quattro cocche legate assieme.  Con naturalezza si sedette accanto a lui e parlarono per ore.

Andò avanti   così per una settimana. Una notte  lei gli diede un piccolo corno in argento, del tipo  che si regalava ai bambini per allontanare il malocchio, e che il giovine ripose accuratamente in tasca  dentro un fazzoletto. Tra loro stava nascendo qualcosa di più di un’amicizia.

 Verso la prima settimana di giugno Filippo però cominciò a stare male. Lo si leggeva in faccia che qualcosa non andava e sua madre fu la prima a notare che il ragazzo era dimagrito sensibilmente. Il suo colorito, normalmente roseo, era divenuto cereo mentre gli occhi avevano perso la naturale vivacità.  Inoltre era chiuso e riservato, mentre prima era allegro ed estroverso. I genitori si convinsero che egli aveva una fattura e lo portarono da una vecchia contadina, di nome Cenzina, che era molta abile a togliere malocchi.

La  donna usò l’olio ed il piatto nella prima sera, una chiave maschia nella seconda, un coltello ed il fuoco nella terza;  tuttavia nulla pareva giovare al ragazzo. La quarta sera Cenzina pensò bene di scandagliarlo (scanagliarlo) a fondo. L’ esperienza e  la saggezza la spingevano a  cercare  qualche indizio della causa del cambiamento del ragazzo da un mese a quella parte.

Dopo un po’ comprese che c’era una ragazza di mezzo ed insistette per avere sempre maggiori ragguagli. Quando Filippo gli svelò i dettagli del primo incontro ebbe un brivido lungo tutta la schiena che le fece intuire d’essere molto vicina ad una verità di cui intuiva a malapena i contorni. 

-Come si chiama la ragazza ?- chiese all’improvviso.

-Antonietta.

- E di è figlia?- insistette la donna (a chi appartene?).

- A Giuseppe il grottese. 

La vecchia emise un urlo che fece accorrere i genitori di Filippo che aspettavano in un’altra stanza. Sconvolta gridava – Che cosa hai fatto figlio mio! Che hai fatto…

I genitori atterriti tentavano di calmare Cenzina che piangendo  si era precipitata a prendere il sale  spargendone manciate   sul pavimento.

- Filippo mio –singhiozzò la vecchia- Antonietta la Grottese  è morta 60 anni fa. Io la conoscevo bene. Fu colpita da un fulmine  sotto un castagno che sta nel vostro campo. Portava  il pranzo a suo padre che lavorava nei campi, quando fu sorpresa da un temporale. Si rifugiò sotto il castagno per non bagnarsi, ma un fulmine l’uccise. Pure l’albero fu completamente distrutto.

 

Pallido e tremante, mentre un sudore gelido gli bagnava il corpo, Filippo prese dalla tasca il fazzoletto e lo aprì lentamente. Non trovo il cornetto d’argento  ma la  falangina annerita di un bambino.

Urlando disperatamente  aprì la porta e fuggì nei campi.

Di lui non si seppe più nulla. Lo cercarono in tanti e i genitori non si rassegnarono mai.  Filippo, però,   sparì  senza  lasciare tracce. Il grano non fu raccolto e quel campo non fu più coltivato. Tutti lo evitavano e i confinati facevano lunghe deviazioni pur di non attraversarlo. Solo la madre del ragazzo, ogni giorno  finché visse, andò  presso il vecchio ceppo a scongiurare Antonietta di ridarle il figlio.