LA GIACCA

di Florindo Cirignano
 

In un tardo ed afoso  pomeriggio  di settembre, una decina di  persone se ne  stavano sedute in circolo nell’androne  di una casa della Vianova di Torre le Nocelle, intorno ad una montagna di pannocchie di mais.
Le seggiole di paglia, per lo più sfondate, erano tutte  di differente  altezza. Man mano, difatti,  che si rompeva un piede, si pareggiavano gli altri tre, per cui negli anni erano diventati sempre  più sedili a misura di bambino o di nano.
Non tutti i presenti  appartenevano allo stesso gruppo familiare, ma, com’era consuetudine un tempo,  vicini e parenti si davano vicendevolmente una mano  nei lavori agricoli, osservanti d’una tradizione di solidarietà e di mutua assistenza non scritta, ma ben codificata (la veceta).
Le donne, con  rapida torsione della mano, strappavano le foglie alle pannocchie, mentre gli uomini provvedevano a sgranarle (sgragnolare). I  torsoli ( i tutuli), come ossa spolpate, venivano ammucchiati in un angolo, mentre le foglie, necessarie per riempire i materassi, venivano accantonate  da un'altra parte. Il clima era sereno: gli uomini discutevano della vendemmia che si approssimava; le donne, invece, spettegolavano sul ritorno di una  ragazza, la quale, secondo una prassi ben consolidata,  era scappata via col fidanzato nel  giorno della festa di San Ciriaco, per ritornare  a casa, poi, a frittata fatta. I rari momenti di silenzio  erano interrotti dal fruscio delle foglie, dal tintinnare dei chicchi che cadevano sul pavimento di mattoni rossi e dal garrire gioioso dei rondoni che giostravano nel cielo.

Ad un tratto una donna, con gaia concitazione, gridò “... la zingarella... la zingarella!”.   Si riferiva ad una  pannocchia che era comparsa  dalle foglie appena sbucciate e che non era del tipico color giallo oro del mais, ma di un brillate colore vinaceo. Le “spighe zingarelle”  di solito   si conservavano  come ornamento, in mazzi, attaccate sui balconi della casa o nelle cucine. 

Nel gruppo si era consolidato una specie di gioco, un modo come un altro per passare allegramente il tempo: tutte le volte che si trovava una spiga zingarella, qualcuno doveva raccontare una storia .

Mentre le donne si sistemavano comodamente sulle seggiole, mettendo la massima attenzione a che le foglie di mais producessero il meno rumore possibile, il più anziano tra i presenti, sulla settantina, con un’aureola di capelli candidi che  tendeva al giallo sporco, prese la parola. 

“ Questa che sto per raccontarvi  è pura verità, perché capitò proprio a me, tanti anni fa, e voi sapete che non riferisco mai stupidaggini.

Un giorno mentre governavo le vacche nella masseria che avevo in fitto, udii urla strazianti provenire dalla strada che passava non molto lontano da casa. Intuii immediatamente che si trattava di una disgrazia, per cui lasciai cadere il forcone, col quale stavo rivoltando il fieno e mi affacciai all’uscio. Da lontano avanzava una piccola processione.

Vidi una donna  che urlava come se avesse il diavolo in corpo, mentre alcune persone tentavano invano cercavano in di trattenerla; inutilmente, però, perché lei si divincolava rabbiosamente, scartando da una parte e dall’altra della strada. 

 Riconobbi la donna e presentendo che  le era capitato qualcosa di tragico, mi avvicinai al gruppo.

-         “…Compa Giulio cos' è successo? “- chiesi ad un uomo con gli scarponi ricoperti di fango.

-         “Mi hanno detto che la figlia di Rosetta è stata trovata morta, ma non so dirti di più. Ho sentito le urla della madre e mi sono precipitato a vedere “.  

“Percorremmo più di un chilometro prima di arrivare in un campo, dove una decina persone, visibilmente sconvolte, stavano in cerchio involontariamente celando  alla madre il corpo della ragazza morta. Le urla di Rosetta aumentarono di intensità e ad esse si unirono quelle  delle altre donne. Combinazione volle che nello stesso momento, da un'altra strada, convergessero gli altri membri della famiglia: il padre della giovane morta, i fratelli e le sorelle. 

Quello che successe non si può raccontare: la madre si strappava i capelli, le sorelle della morta si graffiavano le guance a sangue: urla, dolore, bestemmie e lacrime.

Ma il peggio doveva ancora venire! Quando la barriera di uomini si aprì per far passare i parenti, comparve il  corpo nudo della ragazza. Era stata colpita da un fulmine (***), che le aveva bruciato tutti i vestiti, conferendo  un colore grigio cenere al corpo, che giaceva inerme ed impudico sull’erba. In quella nudità, tuttavia non c’era oscenità. Le uniche  sconcezze potevano  ravvisarsi solamente nel destino, nella fatalità e nella morte,  che avevano  tolto dalla terra una creatura così giovane ed inerme.

Gli occhi sbarrati della ragazza, forse dovrei dire della bambina, mi fissavano pieni di stupore. “Dov’è il sole? Dove sono finiti l’erba,i fiori profumati  e gli alberi?…E le rondini perché sono fuggite via?” sembravano chiedere.

La mamma iniziò a cantare una litania antica,  che sapeva di sangue, disperazione e morte, ma nello stesso tempo, anche d' amore e  di tenerezza. Dondolando ritmicamente il capo, chiamava continuamente  la sua bambina per nome, chiedendosi come avrebbe potuto vivere senza di lei e perché Dio le aveva riservato un’ingiustizia simile. Affinché quello strazio fosse nascosto agli occhi della madre, mi levai  la  giacca e  ricoprii quel  corpo  che, nell’estremo spasmo della morte si era contratto in posizione fetale. Più che una giacca  era piuttosto  una giubba, di color verde oliva, che faceva parte della  divisa militare invernale che mi avevano consegnato all’atto del congedo.  

Quella tragedia sarebbe stata ricordata per molti anni ancora a Torre. Il giorno successivo furono celebrati i funerali della giovane, ai quali partecipò commosso l’intero paese.  

Trascorsero più di tre mesi.

 Un giorno, mentre ero a tavola, qualcuno bussò alla porta. Era la sorella della ragazza morta, che mi  riportava la giubba, lavata e stirata. 

I giorni trascorrevano quieti, scanditi dai lavori stagionali dei campi. Un pomeriggio di marzo, tornando a casa, mia moglie Maria, trovò la cucina sottosopra: piatti rotti, posate sparse in ogni angolo della stanza, pentole e tegami ammaccati. Corse fuori a chiamarmi nel campo dove stavo lavorando insieme ai miei ragazzi. 

“ I ladri – gridò affannosamente - sono entrati i ladri! Correte !”.

Ci precipitammo  nell’abitazione. Sembrava  che in casa, più che un ladro, fosse passato un toro, il quale, spezzata la corda che lo tratteneva, aveva  sfogato la propria furia e  frustrazione, rovesciando e rompendo tutto quello che gli si parava innanzi. Facemmo un rapido inventario; ma aldilà dei danni  visibili, non mancava nulla, né quel poco di danaro che avevamo risparmiato, né i piccoli oggetti d’oro, regali di battesimo dei ragazzi, accuratamente celati.

  Michelina, mia figlia minore, raccolse per terra la  mia giacca.

La guardò perplessa: “ Eppure  sono sicura di averla vista stamattina nell’armadio “ disse a bassa voce. 

Non  riuscimmo a trovare una spiegazione logica dell’accaduto e per un certo tempo ci fu una certa inquietudine in famiglia. Però il tempo, le belle giornate d’estate e le feste ci fecero dimenticare tutto. Sennonché avvenne che un giorno, intorno ferragosto, andammo alla festa a Montemiletto  e tornammo ben oltre la mezzanotte. Mi accorsi subito che qualcosa non andava: i cani, col pelo rizzato ed il corpo  scosso da tremori violenti, abbaiavano come impazziti, strattonando furiosamente la catena che li tratteneva.  Li chiamai uno ad uno, per nome, per tranquillizzarli, ma essi continuavano ad abbaiare e ringhiare verso la casa. Rimanemmo qualche minuto indecisi sul da fare; poi mandai mia figlia dal nostro vicino, compa Ughetto, affinché venisse con  il fucile. Non dovemmo attendere molto. Aprii cautamente la porta, rassicurato dal compare  che mi seguiva col fucile spianato. Attraversammo il  disimpegno fino ad arrivare nella cucina. Accesi le luci   e  subito mi fu evidente che in casa c’era stato qualcuno. La cucina pareva un campo di battaglia. I graticci appesi a ganci del soffitto erano stati spaccati e per terra erano sparse i formaggi e i  salami messi ad essiccare. I pezzi di lardo e di pancetta  erano stati strappati dagli uncini e sbattuti con furia cieca  sulle pareti ( si vedevano  chiaramente le impronte lasciate dal grasso sull’intonaco). La madia ( ò cascione) era aperta ed il grano sparso per tutta la stanza. Facemmo il giro di tutta la casa. Le camere erano in ordine, tranne la stanza da letto dove trovammo l’armadio completamente fracassato, fatto a pezzi, e i panni sparsi dappertutto. Sul letto, però, in bell’ordine, stava la mia vecchia giacca da soldato.  

Più tardi, quando mia moglie  entrò in casa assieme ai ragazzi,  scoppiò in un incontenibile pianto: le provviste  irrimediabilmente perdute, l’armadio distrutto ma, peggio ancora ci appariva  l’oltraggio  per una vita privata ormai violata. Un estraneo era entrato nella nostra camera da letto e frugato nella nostra roba!

Per fortuna avevo qualche risparmio da parte che mi permisero di acquistare un nuovo armadio e di sostituire le riserve alimentari perdute. Il tempo, fortunatamente, rimargina molte ferite e mitiga vecchie paure e così, dopo alcuni mesi di tensione, ci lasciammo  alle spalle quella bruttissima esperienza. Una mattina di ottobre ci svegliammo molto presto. Io dovevo mungere le vacche e mia moglie doveva infornare il pane che aveva lavorato la sera prima. Era ancora buio e faceva freddo perciò mia moglie indossò la mia vecchia giacca. Il forno e la stalla sono separati solo  da un tramezzo, per cui si poteva sentire sia il muggito delle vacche che il crepitio delle fascine che bruciavano nel forno dall’altra stanza. Dopo un’ora di lavoro la temperatura si era sufficientemente innalzata per via  del fuoco. Mia moglie fece l'atto di togliersi la giubba, quando, all'improvviso,  si levò un vento che fece turbinare la paglia e sbattere le porte della stanza. Le mucche presero a muggire e quasi contemporaneamente  udii  mia moglie urlare dall’altra stanza. Mi precipitai alla porta, ma questa era bloccata. Cercai di aprirla a calci e a spallate, ma inutilmente. Mia moglie gridava sempre di più forte  supplicandomi di aiutarla, mentre le bestie si agitavano sempre di più,  tentando di rompere le pastoie.  Preso dalla disperazione afferrai un ascia ( la stalla era anche il deposito degli attrezzi) e cominciai a percuotere la porta. Le vecchie tavole cedettero quasi subito ed io mi precipitai in aiuto di mia moglie. In un turbine di paglia cenere e scintille, tra ululati di vento, abbaiare di cani e muggiti, la poveretta, cercava freneticamente   di divincolarsi da qualcosa che la tratteneva. Quando misi  bene a fuoco la scena mi si drizzarono i capelli sulla  testa: Un braccio, uscito dal muro, tratteneva la giacca per un lembo. Nonostante il terrore corsi ad aiutare mia moglie, che ormai in preda ad una crisi isterica non finiva più di urlare e dimenarsi Con molta fatica  le sfilai la giubba. Come questa cadde sulla paglia, per incanto cessò il vento e a poco a poco si placarono anche  gli animali. Mi addossai alla parete opposta, con mia moglie tremante, che mi abbracciava convulsamente, e per qualche minuto cercai di far rallentare i battiti del mio cuore impazzito. Fissavo la giacca ancora incredulo, dubitando  di quanto avevo visto. Poi, mia moglie, come se avesse avuto un’improvvisa ispirazione, senza dire una parola, corse nell’altro locale, dove le mucche avevano ripreso a masticare tranquillamente il fieno, e ritornò subito dopo con un forcone.  Senza esitare, come ipnotizzata, determinata come mai, col viso tirato e pallido, inforcò la giacca e la lanciò tra le fiamme del forno.  Per qualche attimo non successe nulla, anzi ci fu un incedibile silenzio. Poi le fiamme sibilarono  come il fischio del treno. Gialle lingue di fuoco uscivano dalla bocca del fornace mentre si poteva distinguere una specie di mugghio che rimbombava dall’interno. Io e mia moglie ci accucciammo per terra nell’angolo più lontano, non avendo neppure la forza di fuggire. Il rumore si fece sempre più intenso fino a che il forno non esplose come un vulcano eruttando calcinacci, cenere e tizzoni infuocati.

Ce la cavammo con qualche bruciatura e tanta paura.
Non riuscimmo più, però, a vivere  in quella casa e dopo pochi mesi l'abbandonammo per trasferirci qui.

Non ho mai capito cosa volesse quell’entità da noi. Eppure penso di aver fatto la cosa giusta quando coprii il corpo di quella bambina. Col tempo, però,  mi è venuto da pensare che, in qualche luogo che non so immaginare, la piccola si  trovava  ancora nuda, così come il fulmine  l’aveva lasciata, e le serviva  la giacca per  ripararsi dal freddo”. 

 

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(***) L’episodio di una ragazza folgorata  è già presente in un’altra storia (Il grano di maggio). Ciò fa presupporre che il fatto, realmente avvenuto, abbia molto impressionato la comunità torrese o che ci sia stato più di un episodio di morte per folgorazione.