LA GIACCA
di Florindo Cirignano
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In un tardo
ed afoso pomeriggio di settembre una decina di persone se ne stavano sedute
in circolo nell’androne di una casa della Vianova di Torre le Nocelle, intorno
ad una montagna di pannocchie di mais. Ad un tratto una donna, con gaia concitazione, gridò “... la zingarella... la zingarella!”. Si riferiva ad una pannocchia che era comparsa dalle foglie appena sbucciate e che non era del tipico color giallo oro del mais, ma di un brillate colore vinaceo. Le “spighe zingarelle” di solito si conservavano come ornamento, in mazzi, attaccate ai muri della casa o nelle cucine. Nel gruppo si era consolidato una specie di gioco, un modo come un altro per passare allegramente il tempo: tutte le volte che si trovava una spiga zingarella, qualcuno doveva raccontare una storia . Mentre le donne si sistemavano comodamente sulle seggiole, mettendo la massima attenzione a che le foglie di mais producessero il meno rumore possibile,il più anziano tra loro, sulla settantina, con un’aureola di capelli candidi che tendeva al giallo sporco, prese la parola . “ Questo che sto per raccontarvi è pura verità, perché capitò proprio a me, tanti anni fa, e voi sapete che non racconto mai stupidaggini. Un giorno mentre governavo le vacche nella masseria che avevo in fitto, udii urla strazianti provenire dalla strada che passava lontano da casa. Capii immediatamente che si trattava di una disgrazia, per cui lasciai cadere il forcone. col quale stavo rivoltando il fieno e mi affacciai all’uscio. Da lontano avanzava una piccola processione. Vidi una donna che strillava come se avesse il diavolo in corpo, mentre alcuni cercavano in tutti i modi di trattenerla; inutilmente, però, perché si divincolava rabbiosamente, scartando da una parte e dall’altra della strada. Riconobbi la donna ed, intuendo che le era capitato qualcosa di tragico, mi avvicinai al gruppo. - “…Compa Giulio che è successo? “- chiesi ad un uomo con gli scarponi ricoperti di fango. - “Mi hanno detto che la figlia di Antonietta è stata trovata morta, ma non so dirti di più. Ho sentito le urla della madre e mi sono precipitato a vedere “. “Percorremmo più di un chilometro prima di arrivare in un campo, dove una decina persone, visibilmente sconvolte, stavano in cerchio involontariamente celando alla madre il corpo della ragazza morta. Le urla si Antonietta aumentarono di intensità e ad esse si unirono quelle delle altre donne. Combinazione volle che nello stesso momento, da un'altra strada, convergessero gli altri membri della famiglia: il padre della giovane morta, i fratelli e le sorelle.
Ma il peggio doveva ancora venire! Quando la barriera di uomini si aprì innanzi ai nuovi venuti comparve il corpo nudo della ragazza. Era stata colpita da un fulmine (***), che le aveva bruciato tutti i vestiti, conferendo un colore grigio cenere al corpo, che giaceva inerme ed impudico sull’erba. In quella nudità, tuttavia non c’era oscenità. Le uniche sconcezze potevano ravvisarsi solamente nel destino, nella fatalità e nella morte, che avevano tolto dalla terra una creatura così giovane ed inerme. Gli occhi sbarrati della ragazza, forse dovrei dire della bambina, mi fissavano pieni di stupore. “Dov’è il sole? Dove sono finiti l’erba e gli alberi?…E le rondini?” sembravano chiedere. La mamma
iniziò una litania antica, che sapeva di sangue, disperazione e morte, ma nello
stesso tempo, anche di amore e di tenerezza. Dondolando ritmicamente il capo,
chiamava continuamente la sua bambina per nome, chiedendosi come avrebbe potuto
vivere senza di lei e Quella tragedia sarebbe stata ricordata per molti anni ancora a Torre. Il giorno appresso furono celebrati i funerali della giovane, ai quali partecipò commosso l’intero paese. Trascorsero più di tre mesi. Un giorno, mentre eravamo a tavola, qualcuno bussò alla porta. Era la sorella della ragazza morta, che mi riportava la giubba, lavata e stirata. I giorni trascorrevano quieti, scanditi dai lavori stagionali dei campi. Un pomeriggio di marzo, tornando a casa, mia moglie Maria, trovò la cucina sottosopra: piatti rotti, posate sparse in ogni angolo della stanza, pentole e tegami ammaccati. Corse fuori a chiamarmi nel campo dove stavo lavorando insieme ai miei ragazzi. “ I ladri –gridò affannosamente- sono venuti i ladri! Correte a casa”. Ci
precipitammo verso l’abitazione. Sembrava che in casa, più che un ladro, fosse
passato un toro, che spezzata la corda che lo tratteneva, avesse sfogato la
propria furia e la propria frustrazione, rovesciando e rompendo tutto quello che
gli si parava di fronte.
La guardò perplessa: “ Eppure sono sicura di averla vista stamattina nell’armadio “ disse a bassa voce, come se parlasse tra se. Non riuscimmo a trovare una spiegazione logica dell’accaduto e per un certo tempo ci fu una certa inquietudine in famiglia. Però il tempo, le belle giornate d’estate e le feste ci fecero dimenticare tutto. Sennonché avvenne che un giorno, intorno ferragosto, andammo alla festa a Montemiletto e tornammo dopo la mezzanotte. Mi accorsi subito che qualcosa non andava: i cani, col pelo rizzato ed il corpo scosso da tremori violenti, abbaiavano come impazziti, cercando di spezzare la catena che li tratteneva. Li chiamai uno ad uno, per nome, per tranquillizzarli, ma essi continuavano ad abbaiare e ringhiare verso la casa. Rimanemmo qualche minuto indecisi sul da fare, poi mandai mia figlia dal nostro vicino, compa Ughetto, affinché venisse con il fucile. Non dovemmo attendere molto. Aprii cautamente la porta, rassicurato dal compare che mi seguiva col fucile spianato. Attraversammo il disimpegno fino ad arrivare nella cucina. Accesi le luci e subito mi fu evidente che in casa c’era stato qualcuno. La cucina pareva un campo di battaglia. I graticci appesi a ganci del soffitto erano stati spaccati e per terra erano sparse i formaggi e i salami messi ad essiccare. I pezzi di lardo e di pancetta erano stati strappati dagli uncini e sbattuti con furia cieca sulle pareti ( se ne vedevano chiaramente le impronte lasciate dal grasso sull’intonaco). La madia ( ò cascione) aperta ed il grano sparso per tutta la stanza. Facemmo il giro di tutta la casa. Le camere erano in ordine, tranne la stanza da letto dove trovammo l’armadio completamente fracassato, fatto a pezzi, e i panni sparsi dappertutto. Sul letto, però, in bell’ordine, stava la mia vecchia giacca da soldato. Più tardi, quando mia moglie entrò in casa assieme ai ragazzi, scoppiò in un incontenibile pianto: le provviste irrimediabilmente perdute, l’armadio distrutto ma, peggio ancora ci appariva l’oltraggio per una vita privata violata. Un estraneo era entrato nella nostra camera da letto e frugato nella nostra roba! Per fortuna
avevo qualche risparmio da parte che mi permisero di acquistare un nuovo armadio
e di sostituire le riserve alimentari perdute. Il tempo, fortunatamente,
rimargina molte ferite e mitiga vecchie paure e così, dopo alcuni mesi di
tensione, ci lasciammo alle spalle quella bruttissima esperienza. Una mattina
di ottobre ci svegliammo molto presto. Io dovevo mungere le vacche e mia moglie
doveva infornare il pane che aveva lavorato la sera prima. Era ancora buio e
faceva freddo perciò mia moglie indossò la mia vecchia giacca. Il forno e la
stalla sono separati solo da un tramezzo, per cui si poteva sentire sia il
muggito delle vacche che il crepitio delle fascine che bruciavano nel forno
dall’altra stanza. Dopo un’ora di lavoro la temperatura si era sufficientemente
innalzata per via del fuoco. Mia moglie si tolse la giacca e l’appese ad un
chiodo della parete. Di colpo si levò un vento improvviso che fece turbinare la
paglia e sbattere le porte della stanza. Le mucche presero a muggire e quasi
contemporaneamente udii mia moglie urlare dall’altra stanza. Mi precipitai
alla porta, ma questa era bloccata. Cercai di aprirla a calci e a spallate, ma
inutilmente. Mia moglie gridava sempre di più forte supplicandomi di aiutarla
mentre le bestie si agitavano, tentando di rompere le pastoie. Preso dalla
disperazione afferrai un ascia ( la stalla era anche il deposito degli attrezzi)
e cominciai a percuotere la porta. Le vecchie tavole cedettero quasi subito ed
io mi precipitai in aiuto di mia moglie. In un turbine di paglia cenere e
scintille, tra ululati di vento,
Ce la cavammo
con qualche bruciatura e tanta paura. Non ho mai capito cosa volesse quell’entità da noi, eppure penso di aver fatto la cosa giusta quando ho voluto coprire quella bambina. Ma forse, in qualche luogo che non so immaginare, la piccola si trovava ancora nuda, così come il fulmine l’aveva lasciata, e le serviva la giacca perchè aveva freddo”.
------------------------------------------------------------------------------------------- (***) L’episodio di una ragazza folgorata è già presente in un’altra storia (Il grano di maggio). Ciò fa presupporre che il fatto, realmente avvenuto, abbia molto impressionato la comunità torrese o che ci sia stato più di un episodio di morte per folgoramento.
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