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Tanti, ma tanti anni fa, a Torre c'era la taverna di
Teresina di Turzo, una donna bassa e tracagnotta, ma
svelta ed efficiente che, tra l'altro teneva anche un
piccolo commercio di pere. Il suo locale si trovava sulle
Costarelle, di fronte la casa di Diamante.
Era un'osteria
povera: una sola stanza fiocamente illuminata da due
lampade a petrolio, quattro tavoli con stoviglie e bicchieri di terracotta. Appena entrato si
notava una sanguinella di San
Ciriaco affrescata sulla parete frontale,opera di un musicante di passaggio
che l'aveva dipinto in cambio di un pasto.
Era, insomma, una taverna per gente con poche pretese,
frequentata abitualmente da contadini, mulattieri e
scalpellini.
Una sera, seduti ad un tavolo c'era
Pellére, calzolaio, banditore e suonatore occasionale di tamburo, e Pulicano, un barbiere che teneva la sua
bottega in piazza. Stavano mangiando un piatto di fave
cotte, guardando con invidia un mediatore di vini
forestiero, che invece nel piatto aveva un'abbondante
razione di fritto (frattaglie di agnello con
pomodoro e peperoncino). Era una serata d'inverno ed il
fuoco del camino non invogliava alla fretta. Di tanto in
tanto entrava un avventore, portando con sé una scia di gelo sui vestiti. Mentre la serata andava mollemente
esaurendosi, interrotta solo dal rumore delle stoviglie e
dal crepitio delle fiamme del camino, all'improvviso
entrò Peppo re Quattuocchi, il carrettiere, visibilmente
agitato. Era bianco come un cencio; si sedette accanto ai
due e chiese un quartino di vino che tracannò di colpo,
senza però riprendere colore. Pulicano gli
chiese cosa gli fosse successo ed egli, versandosi un
altro bicchiere, cominciò a raccontare:
" Stavo tornando da San Giorgio, dove avevo
consegnato un carico di ghiande ed ero molto in ritardo.
Era già scuro quando sono ripartito da là, per cui
avevo fatto trottare i miei cavalli, i quali avevano come me
fretta di rientrare. Avete visto che freddo fa fuori?... Il
vento mi gelava faccia e mani ed a stento riuscivo a tenere
le redini per governare. Finalmente oltrepassai il bivio di
Dentecane. Avevo da poco superato il Ponte del Duca ed
ero arrivato all'altezza del Cerzone , quando, di colpo i
cavalli hanno scartato e si sono imbizzarriti. Avevano il
pelo irto e la bocca schiumante e, nonostante le
frustate, non avevano intenzione di muoversi di un
centimetro. Mentre io, bestemmiando, cercavo di tirarli
per la cavezza, dalla curva ho visto il chiarore di un
fanale ed il rumore degli zoccoli di un altro cavallo che veniva dalla
direzione di Torre. Le mie bestie, a questo punto, si
sono messi a scalciare e nitrire dal terrore, cercando di
strapparmi le redini dalle mani. Aspettavo con impazienza
il viandante che stava per arrivare, sperando in un suo aiuto per calmare gli animali. Ecco, però, che
all'improvviso esce dalla curva un cavallo nero, enorme,
come mai ne ho visti, con occhi rossi e grandi come
arance. Lo cavalcava un uomo, altrettanto gigantesco, con
un mantello a ruota che fluttuava al vento. Due irsuti e
rabbiosi mastini trotterellavano ai fianchi del cavallo.
Annichilito dalla paura, ho ficcato una mano nella tasca
posteriore del pantalone e, tirata fuori un'immagine di
San Ciriaco che porto sempre con me, ho cominciato a
pregare battendo i denti.
...Mamma mia! Come
faccio a raccontarvi quello che è successo poi? Lo strano gruppo mi è passato vicino facendo il rumore di mille
carri . Non ho visto che fattezze dell'uomo che
transitava sul cavallo in una strana luminescenza verde,
però mentre passava, ho sentito un sibilo terribile. In
quel suono c'era tormento e disperazione, cattiveria ed
infelicità. Era l'urlo silenzioso di migliaia di maiali
sgozzati, di cani che si azzuffavano latrando, di tori
che muggivano, di milioni di persone ululanti che
venivano tormentate e torturate. Un freddo mi gelò corpo
ed anima. Non riuscivo più nemmeno a respirare . Una
delle mie bestie si abbatté per terra mentre l'altra si
impennava scalciando il vento. Il carro si rovesciò su
un fianco. Pochi secondi dopo era tutto scomparso. Mi ci
è voluta una buona mezz'ora per sollevare il carretto e
calmare un poco gli animali. Poi sono venuto qua."
Peppo re Quattuocchi prese un altro goccio di vino e poi
portò i suoi due amici nel vicolo accanto all'osteria,
dove davanti alla rimessa di Paolo Selvitella erano
legati i cavalli. Le bestie avevano il pelo ritto e
stavano ancora tremando dalla paura. 
( Il cerzone stava qui,
sulla destra, più o meno dove ora c'è quell'alberello in primo
piano, lungo la strada che da Torre porta a Dentecane).
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