Il cavaliere del cerzone

di Florindo Cirignano

 

   

Tanti, ma tanti anni fa, a Torre c'era la taverna di Teresina di Turzo, una donna bassa e tracagnotta, ma svelta ed efficiente che, tra l'altro teneva anche un piccolo commercio di pere. Il suo locale si trovava sulle Costarelle, di fronte la casa di Diamante.

Era un'osteria povera: una sola stanza fiocamente illuminata da due lampade a petrolio, quattro tavoli con stoviglie e bicchieri di terracotta. Appena entrato si notava una sanguinella di San Ciriaco affrescata sulla parete frontale,opera di un musicante di passaggio che l'aveva dipinto in cambio di un pasto. Era, insomma, una taverna per gente con poche pretese, frequentata abitualmente da contadini, mulattieri e scalpellini.
Una sera, seduti ad un tavolo c'era Pellére, calzolaio, banditore e suonatore occasionale di tamburo, e Pulicano, un barbiere che teneva la sua bottega in piazza. Stavano mangiando un piatto di fave cotte, guardando con invidia un mediatore di vini forestiero, che invece nel piatto aveva un'abbondante razione di fritto (frattaglie di agnello con pomodoro e peperoncino). Era una serata d'inverno ed il fuoco del camino non invogliava alla fretta. Di tanto in tanto entrava un avventore, portando con sé una scia di gelo sui vestiti. Mentre la serata andava mollemente esaurendosi, interrotta solo dal rumore delle stoviglie e dal crepitio delle fiamme del camino, all'improvviso entrò Peppo re Quattuocchi, il carrettiere, visibilmente agitato. Era bianco come un cencio; si sedette accanto ai due e chiese un quartino di vino che tracannò di colpo, senza però riprendere colore. Pulicano gli chiese cosa gli fosse successo ed egli, versandosi un altro bicchiere, cominciò a raccontare:

" Stavo tornando da San Giorgio, dove avevo consegnato un carico di ghiande ed ero molto in ritardo. Era già scuro quando sono ripartito da là, per cui avevo fatto trottare i miei cavalli, i quali avevano come me fretta di rientrare. Avete visto che freddo fa fuori?... Il vento mi gelava faccia e mani ed a stento riuscivo a tenere le redini per governare. Finalmente oltrepassai il bivio di Dentecane. Avevo da poco superato il Ponte del Duca ed ero arrivato all'altezza del Cerzone , quando, di colpo i cavalli hanno scartato e si sono imbizzarriti. Avevano il pelo irto e la bocca schiumante e, nonostante le frustate, non avevano intenzione di muoversi di un centimetro. Mentre io, bestemmiando, cercavo di tirarli per la cavezza, dalla curva ho visto il chiarore di un fanale ed il rumore degli zoccoli di un altro cavallo che veniva dalla direzione di Torre. Le mie bestie, a questo punto, si sono messi a scalciare e nitrire dal terrore, cercando di strapparmi le redini dalle mani. Aspettavo con impazienza il viandante che stava per arrivare, sperando in un suo aiuto per calmare gli animali. Ecco, però, che all'improvviso esce dalla curva un cavallo nero, enorme, come mai ne ho visti, con occhi rossi e grandi come arance. Lo cavalcava un uomo, altrettanto gigantesco, con un mantello a ruota che fluttuava al vento. Due irsuti e rabbiosi mastini trotterellavano ai fianchi del cavallo. Annichilito dalla paura, ho ficcato una mano nella tasca posteriore del pantalone e, tirata fuori un'immagine di San Ciriaco che porto sempre con me, ho cominciato a pregare battendo i denti.

...Mamma mia! Come faccio a raccontarvi quello che è successo poi? Lo strano gruppo mi è passato vicino facendo il rumore di mille carri . Non ho visto che fattezze dell'uomo che transitava sul cavallo in una strana luminescenza verde, però mentre passava, ho sentito un sibilo terribile. In quel suono c'era tormento e disperazione, cattiveria ed infelicità. Era l'urlo silenzioso di migliaia di maiali sgozzati, di cani che si azzuffavano latrando, di tori che muggivano, di milioni di persone ululanti che venivano tormentate e torturate. Un freddo mi gelò corpo ed anima. Non riuscivo più nemmeno a respirare . Una delle mie bestie si abbatté per terra mentre l'altra si impennava scalciando il vento. Il carro si rovesciò su un fianco. Pochi secondi dopo era tutto scomparso. Mi ci è voluta una buona mezz'ora per sollevare il carretto e calmare un poco gli animali. Poi sono venuto qua."
Peppo re Quattuocchi prese un altro goccio di vino e poi portò i suoi due amici nel vicolo accanto all'osteria, dove davanti alla rimessa di Paolo Selvitella erano legati i cavalli. Le bestie avevano il pelo ritto e stavano ancora tremando dalla paura.

( Il cerzone stava qui, sulla destra, più o meno dove ora c'è quell'alberello in primo piano, lungo la strada che da Torre porta a Dentecane).