I falò di San Ciriaco
a Torre le Nocelle
  
di   Florindo Cirignano

 

I riti

 

Ogni anno, da tempi immemorabili, nella sera del 15  marzo nelle strade e nelle contrade di  Torre le Nocelle, a meno che non ci sia pioggia o neve, si accendono i fuochi in onore di San Ciriaco, la cui festa cade il giorno successivo.

Condividiamo quest’usanza col vicino paese di Taurasi, i cui abitanti onorano il nostro protettore con una passione ed un fervore tale da superare talvolta quello leggendario dei torresi.

Ed è su sollecitazione dei Taurasini che mi sono deciso a descrivere i riti  legati  a questa tradizione.

Per prima cosa, però,  trattando di folklore,  si deve precisare che esso non è come uno specchio, che rimanda un’ immagine in maniera chiara ed univoca, ma piuttosto come un prisma che la    riflette   tramite diverse facce e talvolta leggermente distorta.

Non meno importante è comprendere come mai la tradizione delle "feste dei fuochi" sia presente in tutta Europa e quali  potrebbero esserne   gli archetipi.

I contadini europei, quasi da sempre, hanno la consuetudine di accendere i falò in determinati periodi dell’anno ed in occasioni di feste particolari.

La loro origine si perde nella notte dei tempi e va collocata sicuramente  in un periodo anteriore  alla diffusione del Cristianesimo.

Anzi, da questa religione, tale usanza è stata spesso combattuta. Ci sono attestazioni che già nell’VIII sec. vari sinodi Cristiani  hanno tentato di abolirli come riti pagani  . 

Esiste, poi, una certa correlazione tra le feste “del fuoco” e particolari periodi dell’anno. Frequentemente, difatti, queste si concentrano a ridosso degli eventi astronomici  come i due solstizi e gli equinozi.

L’uomo primitivo, che non comprendeva ancora la precessione delle stagioni,  doveva “necessariamente sentirsi in ansia” quando nel solstizio d’estate il  sole raggiungeva  il suo massimo nel cielo e quando all’opposto, nel solstizio d’inverno, pareva non levarsi mai.  “ Riconosciuta la propria impotenza si fronte a questi eventi può aver creduto  di poter aiutare il sole nella sua apparente discesa , di poter sostenere  i suoi passi cadenti  e riaccendere la fiamma morente  della rossa face con la sua debole mano    ( Frazer : The Gold Bough)".

Sia nella forma di falò, sia di torce portate da un luogo ad un altro, o di brace e cenere tolte dal rogo semispento, “il fuoco è considerato promotore della crescita dei raccolti e del benessere dell’uomo e delle bestie, o positivamente  stimolandoli, o negativamente stornando i pericoli  e le calamità che li minacciano  da cause come tuoni e lampi, incendi, muffa, malattia e, non minore delle altre, stregoneria”.

 Ma come era possibile che un popolo potesse immaginarsi di avere benefici così grandi con mezzi tanto elementari?  

Wilhelm Mannhardt    (Teoria Solare) pensava  che, accendendo dei fuochi che imitassero in terra la grande sorgente di luce e di calore, i nostri antenati ponessero in essere incantesimi del sole o cerimonie magiche, le quali  per mezzo della magia imitativa,  dovevano assicurare la provvista necessaria di luce solare agli uomini, agli animali e alle piante. Si pensi, per esempio, anche  alla perdurante tradizione del ceppo di Natale, il quale,   come festività cristiana, fu “innestata” su una precedente festa pagana del Dio Sole.  

Secondo Edward Westermarck (Teoria della purificazione), invece, le cerimonie del fuoco hanno un fine  purificatore, essendo intese  a bruciare e distruggere  tutte le influenze dannose, sia concepite in forme personali ( streghe demoni e mostri) che impersonali ( infezioni, malattie). Il fuoco  visto, insomma,  nella sua qualità di purificare e disinfettare.

 

La tradizione Torrese



Come si potrà  di seguito constatare, la festa dei fuochi di San Ciriaco, che cade a ridosso dell'equinozio di primavera, conservò per lungo tempo alcuni dei  riti primordiali, estremamente originali rispetto ai paesi confinanti.

Il segnale di accensione dei falò era dato dal suono delle campane che annuncia la fine della Messa.
La gente si riuniva  davanti ai fuochi e, sulla  brace, cuocevano  patate, cipolle,  castagne, salsicce o agnello. Il vino contribuiva a vincere il freddo della sera.
 



I sciumienti


C’era un tempo l’usanza di bruciare grasso rancido, ossa ed altre sostanze puzzolenti. Il chiaro intento era quello di tenere lontano spiriti e malocchio.
Col passare del tempo questo rito fu relegato a farsa carnascialesca che sopravvisse fino agli anni quaranta .

Chi si avventurava a maritarsi durante il periodo di carnevale, spesso incorreva nella seguente burla: Alcuni buontemponi (qualcuno ricorda ancora Ciccio 'e Catapano e "o Francese"), fermavano il corteo nuziale e, con la scusa di togliere il malocchio agli sposi, li “incensavano” con fumi pestilenziali, tra le risate degli invitati e dei presenti.
 

I fiscoli


Con questa parola comunemente si designano i cerchi con cui  un tempo si filtrava l’olio d'oliva nei frantoi.

A Torre le Nocelle, però, erano denominati fiscoli anche delle bizzarre torce che venivano costruite in occasione della festa dei fuochi di San Ciriaco. Ad una attenta analisi si può capire come, tutto sommato,  forse siano la stessa cosa.

Frazer riferisce l'uso di molti popoli di accendere cerchi o ruote che venivano fatte ruotare per vie e campi o che venivano fatti roteare su sostegni di legno.

Probabilmente a Torre le Nocelle  si accendevano i vecchi filtri dell’olio ( che annualmente dovevano essere sostituiti). Successivamente si usarono queste originalissime  torce che presero lo stesso nome.

Queste consistevano in piccoli dischi di corteccia di ciliegio che venivano impilate fino a raggiungere i 50/60 cm con del fil di ferro.
I fiscoli, accesi obbligatoriamente alle fiamme dei falò, venivano fatte ruotare vorticosamente,  producendo una suggestiva ruota di fuoco ed  un caratteristico rumore simile al sibilo ( "fisco" ) del vento.
Oggi, purtroppo,  si usano i banalissimi biancali
 

I tezzuni



Quando i falò erano spenti le donne raccoglievano qualche tizzone e lo portavano a casa.
Per la proprietà transitiva della magia, il fuoco, sacro perché dedicato a San Ciriaco, trasmetteva potere e sacralità ai tizzoni, con i quali si tracciava un segno di croce sugli stipiti delle porte delle abitazioni, delle stalle e dei granai, per tener lontano le malattie dagli uomini e dagli animali.

 
Quando c’era bufera se ne metteva un pezzetto nel fuoco del camino, poiché si pensava che questo servisse a proteggere la casa dai fulmini,


E’ verosimile che un tempo a Torre, come in altre parti d’Europa, si ponessero nei falò rami verdi e se ne facessero bruciare solo un’estremità. Anche a questi, sempre secondo la proprietà transitiva,  i fuochi  trasmettevano  potere e sacralità. I rami venivano piantati al centro dei campi per proteggerli dalla grandine.
 

La rasa


A tarda sera, quando le fiamme dei falò si erano esaurite e i tizzoni andavano man mano spegnendosi, i presenti  si davano da fare a riempire  capaci contenitori  di rame (rasére) con le braci, attingendo dai cumuli fumanti.

Non si sa per certo se si faceva  questo  per purificare  col fuoco"sacro" le abitazioni, oppure perchè per gente poverissima  era impensabile lasciare che tanto combustibile andasse sprecato. 

 In tempi remoti, comunque, anche la cenere aveva un a sua utilizzazione rituale.
Talvolta era mescolata alle sementi prima si sparpagliarle nei campi, con la speranza di ottenere raccolti abbondanti .

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Dei riti  passati, come abbiamo visto, ben poco è rimasto. Solo un contenitore senza contenuti.

Oggi si compiono cerimonie senza che alcuno ne comprenda il significato, in quanto da tempo si è spezzato quel legame culturale col  mondo contadino che ne  era portatore. La ritualità magica delle origini  è stata fagocitata dalla religione.

I fuochi si accendono in onore di San Ciriaco tout-court e non per proteggere i  germogli di grano o le gemme degli alberi da frutto; il fuoco è una scusa come le altre per socializzare, mangiando qualche patata arrostita. Purtroppo  viviamo  un 'era  della nostra civiltà  connotata dalla solitudine, dove occorre   creare artatamente  occasioni per poter stare insieme.

E’ tramontato  il tempo in cui  i contadini, con perfetto sincretismo,  da una parte compievano riti  pagani  atti a tenere lontano il malocchio  e i danni alle colture, dall’altra  facevano voti  ad un Santo cristiano che scioglievano  a raccolta avvenuta, durante la festa di agosto.

Degli antichi  rituali il mondo moderno non conserva più la coscienza  ma solo le forme. Tra di esse,  noi, ipertecnologici attori, ci  muoviamo  come automi, confusi,  nevrotici e forse senza più un’anima.