TORRE LE NOCELLE

 
 
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Quei giorni nella Repubblica di Salò

di Giuseppe de Nisco

 

 
 

 

Il racconto di Fiorenzo Manganiello, classe 1924, Medaglia d’onore 1943-1945, Croce di guerra 1943-1946, Croce per internamento in Germania 1943-1946, tocca molte delle tappe fondamentali della nostra storia patria tra il 1942 ed il 1945. Egli, infatti, ha combattuto a fianco dei tedeschi contro gli anglo-americani, nello sbarco in Sicilia; ha aderito alla Repubblica Sociale Italiana, dopo i fatti dell’8 settembre; ha aiutato la resistenza partigiana ed ha conosciuto la prigionia in Germania.

Signor Manganiello, lei nell’aprile 43, a tre mesi dallo sbarco alleato, si trova in Sicilia, assegnato alla 63° divisione mista dei carabinieri. Perché era sull’isola?

Ero stato inviato sull’isola per un corso accelerato per allievi ufficiali, in quanto ero stato destinato al fronte russo. Poi, fortunatamente direi, il 6 maggio, un bombardamento distrusse i documenti, che riguardavano la nostra partenza; le cose già cominciavano a mettersi male in Russia, per cui non partimmo più. L’11 luglio 43 ci fu lo sbarco americano; perciò, fummo inviati a Gela come battaglione antisbarco. Gli americani, che puntavano su Messina, ci bombardarono a tappeto e riuscirono facilmente a sparpagliarci.

Neanche un mese dopo si trova a Trento, dove, con i fatti dell’8 settembre 43, inizia la sua avventura. Cosa le accadde?

Quando ci fu l’armistizio, ci fu il caos generale. Io, con altri compagni carabinieri, eravamo dentro la sede del GIL di Trento, da dove vedevamo passare soldati italiani e marinai, scortati dai tedeschi. Restammo lì due giorni, il terzo fummo denunciati dal custode del GIL. Tedeschi di 15 anni ci disarmarono e fummo inviati ad un campo di raccolta vicino all’aeroporto del Garda. Da lì, però, riuscimmo a fuggire attraverso il fiume e, dopo esserci liberati della divisa, tornammo a Trento insieme agli sfollati.

A questo punto, dopo una settimana di latitanza, decidete di presentarvi ai tedeschi…

Sì. Venimmo a sapere che noi carabinieri avevamo la possibilità di tornare in servizio attivo con i tedeschi. Ci presentammo, ci misero una fascia al braccio con scritto Polizei. Era l’ottobre del 43.

Nel marzo del 44 lei decide di aderire alla Repubblica Sociale Italiana. Cosa la spinse a farlo?

La volontà di restare vivo. Ci avevano proposto di prestare servizio agli ordini del nuovo fascismo oppure ci avrebbero spediti nei campi di concentramento. Scelsi di aderire, in modo da poter dopo fuggire.

La sua scelta di aderire alla RSI le ha causato problemi con la fine della guerra?

Quando al Centro Recuperi, dove mi presentai, una volta tornato a casa, per comunicare il mio rientro, seppero della mia adesione alla RSI, mi fecero un interrogatorio di terzo grado. Vollero sapere perché avevo aderito, come mi ero guadagnato la nomina a brigadiere, se avevo partecipato ad azioni contro i partigiani. Mi punirono con dieci giorni di prigione per aver prestato giuramento alla Repubblica sociale. Poi ebbi delle difficoltà anche dopo: il grado di brigadiere della RSI non valeva niente; i documenti che certificavano il mio vecchio grado di vice-brigadiere erano andati persi durante la guerra…Dal 1945 al 1948 io, per l’arma dei carabinieri, non ero nessuno. Poi ci fu la reintegrazione e mi fu riconosciuto il mio vecchio grado.

Ma torniamo indietro. Dopo l’adesione alla RSI quale fu il suo compito?

All’inizio svolgevo servizi di rappresentanza: praticamente non facevo nulla; mi avevano inviato a Cremona, dove dovevo semplicemente passeggiare in alta uniforme per le vie della città. Poi, dopo il giuramento, divenni un brigadiere della RSI e fui inviato ad Asolo, il paese di Eleonora Duse, dove dovevamo presidiare un importante incrocio stradale.

Lì viene contattato dai partigiani e decide di aiutarli…

Sì. Fu una sera. Un tenente colonnello medico mi avvicinò e mi propose di aiutare un gruppo di partigiani, lasciandoli passare al posto di blocco. Come forma di riconoscimento mi diede una metà 500 lire; i partigiani avrebbero avuto l’altra metà.

Lei aveva aderito alla RSI, cosa la spinse ad aiutare i partigiani?

L’adesione alla RSI fu solo un modo per sopravvivere, per salvarsi. Quando decisi, invece, di dare aiuto ai partigiani, sentii di doverlo fare. Fu istinto patriottico. Ma fu anche una forma di vendetta contro i fascisti della brigata Muti, che compivano stragi e razzie peggio dei tedeschi.

Poi un giorno foste traditi…Chi vi denunciò?

Ci denunciò un giovane, che noi avevamo aiutato a scampare ad un arresto per diserzione. Un giorno lo trovammo in divisa e subito ci colse il terrore che potesse denunciarci. Così fu. Il 17 luglio 44 fui svegliato da un ufficiale tedesco, che mi disarmò e mi condusse fuori. Mentre camminavo, vedevo le vecchie farsi la croce al mio passaggio. Non capivo, poi all’angolo della strada vidi, dentro un camion, il colonnello medico ed altri miei compagni sotto il tiro delle mitragliatrici. Pensai che ormai era finita. Ci portarono al carcere mandamentale di Treviso, dove ci tolsero i gradi e ci rinchiusero in cella di isolamento per dieci giorni. Fu terribile.

Lì lei scampò per caso alla morte. Perché?

In seguito ad un attentato partigiano, ci fu una rappresaglia nazista. I tedeschi vennero alla prigione a prelevare dei detenuti; alcuni miei compagni morirono, io mi salvai.

Poi cosa accadde?

Il 6 di agosto alle 18 fummo portati in un campo di raccolta vicino Treviso; ci caricarono sui carri bestiame. Destinazione: Dachau. Ricordo ancora il terrore, che mi prese quando vidi che al confine la locomotiva italiana fu sostituita da quella tedesca. Giunti al campo ci misero in fila; con noi c’erano donne, uomini, anziani. L’ingresso del campo era, all’apparenza, bellissimo: c’era una struttura architettonica in ferro, con le bandiere naziste e i colori di Hitler. Quando oltrepassammo l’ingresso, però, tutto cambiò. Ci divisero a gruppi, ci spogliarono e ci disinfettarono. Quindi presero le generalità e ci assegnarono il numero: il mio era 3930, non lo scorderò mai. Io fui assegnato alla 13 zona B del campo.

A Dachau molti ebrei sono morti nei forni: voialtri del campo avevate notizia della loro sorte?

Eravamo ignari di tutto. Vedevamo i camini dei crematori e tutto quel fumo uscire…ma non pensavamo assolutamente a quale scopo fossero adibiti. Lo abbiamo scoperto dopo, con grande orrore.

Come venivate impiegati voi prigionieri di guerra a Dachau?

Al mattino c’era l’Austein, la sveglia. All’inizio non capivo cosa significasse quella parola; lo scoprimmo dopo, quando conoscemmo il frustino del comandante del campo, un bulgaro con un lungo mantello nero ed un simbolo di morte sul cappello. Dopo la sveglia e l’adunata, i tedeschi ci portavano a Monaco, dove sgomberavamo le strade dalle macerie dei bombardamenti. Molti dei miei compagni sono morti a causa di bombe inesplose al momento dell’impatto, ma che sono esplose dopo tra le macerie. Al ritorno eravamo sempre di meno. Altre volte ci portavano nei campi, a raccogliere patate: ore ed ore piegati sotto il sole a picco, tanto che molti di noi preferivano le bombe di Monaco. Dopo quattro mesi, alcuni di noi vennero selezionati, per andare a lavorare fuori dal campo, in alcune fattorie bavaresi. Ci consegnarono ad un signore distinto, che ci offrì persino una gassosa al bar, cosa che a noi sembrò quasi assurda. Alla stazione fummo caricati su un treno, che si mosse, con nostra grande gioia, in direzione dell’Italia. Avevamo i brividi; speravamo di superare il confine, così da essere a casa, ma il treno si fermò a Hoenbrun. Ognuno di noi fu assegnato ad una fattoria.

Come veniva trattato lì?

Niente a che vedere con il campo, si capisce. Al mio arrivo mi accolse tutta la famiglia. Fui lavato e sbarbato, mi diedero persino del thè. Poi mi fecero visitare la loro tenuta. A sera, per la prima volta dopo tre anni, andai a dormire in un letto, con materasso e lenzuola. Naturalmente dormii male: sognavo me bambino a Torre (Le Nocelle) e mio fratello.

E il lavoro?

Il lavoro era duro, ma sopportabile: bisognava mungere le mucche, tagliare il fieno, cercare legna.

Lei restò in quella fattoria fino agli inizi del maggio 1945, quando arrivarono gli americani…

Sì. Il 2 maggio 45 vidi un autocolonna americana passare avanti alla fattoria. Mi buttai fuori, senza rendermi conto che ero vestito con una divisa militare, regalatami da un tedesco, con cui avevo stretto amicizia. A momenti quelli mi sparavano addosso. Poi, per fortuna, gli feci capire che ero un prigioniero.

A questo punto inizia il suo ritorno a casa.

Che Odissea! Ricordo che arrivammo al Brennero su una macchina tedesca, su cui, come riconoscimento, avevamo scritto Italia. Al confine gli americani ci fermarono e ci portarono in un centro raccolta. Ci spiegarono che dovevamo entrare in Italia organizzati ed ordinati, per evitare che qualche criminale di guerra tedesco potesse, mischiato a noi, superare il confine. Arrivammo a Verona sulla tradotta del Nord, il treno che partiva da Monaco, dove noi carabinieri eravamo stati inviati per fare servizio d’ordine. Da Verona arrivammo a Treviso, quindi a Roma, su treno che trasportava tronchi. Da Roma poi giungemmo, via Cassino, a Napoli, dove un pullman mi portò ad Avellino. Qui, a ricevermi, trovai un comitato di accoglienza, che aveva saputo del mio arrivo, grazie alla CRI. Mi portarono al Municipio, allora in via Mancini, mi lavarono e mi rifocillarono. A casa, a Torre, arrivai il 22 luglio. Trovai mio fratello ed i miei genitori, che mi accolsero con grande commozione.