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Fuori dall'inferno
di Florindo Cirignano
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“Io sono stato
qui...e nessuno racconterà la mia storia.”
( Luis
Sepulveda : Le rose di Atacama)
“
Il mio nome è Felice Cefalo e sono nato a Torre le Nocelle”.
“ Con furia lo grido alle stelle e al vento, che sono stati
muti ed impotenti testimoni della mia sofferenza; lo grido
con tutto il mio fiato agli alberi e alle rocce,
nelle cave abbandonate e tra pareti di case distrutte,
perché lo possa riascoltare dall’eco. Questo è il mio nome,
il mio nome di uomo, perché sono stato generato da uomini:
un padre ed una madre che mi hanno sempre amato!”
“Per 598 giorni sono stato solo un numero; sette cifre da
scandire a voce alta e con lo sguardo rivolto a terra; sette
cifre da pronunziare in perfetto tedesco, se non volevo
essere pestato a morte. Ma io non sono un numero: Mi chiamo
Felice Cefalo e sono ritornato dall’inferno”.
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Era
dell’8 settembre del 1943, a sera inoltrata, quando una
colonna di automezzi blindati tedeschi circondò la caserma
del X Reggimento Genio di S. Maria Capua Vetere, dove io
prestavo servizio. Fummo tutti disarmati e, solo in
quell’istante, apprendemmo che un’ora prima, da radio
Algeri, il generale
Dwight D.
Eisenhower
aveva annunciato l’armistizio dell’Italia e la cessazione
delle ostilità.

Poco
più di un'ora dopo, alle 19.42, la notizia fu confermata
dal proclama del maresciallo Pietro
Badoglio.
Ma, purtroppo, noi non ne sapevamo ancora nulla.
Un ufficiale tedesco ci passò in
rassegna e, con voce sprezzante, chiese di fare un passo
avanti a quanti volevano arruolarsi nelle gloriose truppe
del reich, per respingere gli alleati, che stavano avanzando
dalla Sicilia, travolgendo tutto, come un fiume in piena.
Nessuno di noi si mosse. L’ufficiale, paonazzo per la
rabbia, diede rauchi ordini e i soldati, mitra spianati, ci
spintonarono a calci e pugni sui loro autocarri e ci
portarono alla stazione, dove ci stiparono in carri
bestiame. Ammassati come sardine, senza viveri né acqua,
senza un posto dove espletare i nostri bisogni,
intraprendemmo un viaggio alla cui meta non tutti
arrivarono. Dopo tre giorni di tormenti giungemmo a Dachau,
al mattatoio, dove però non erano pecore o vitelli ad andare
al macello, ma uomini, donne, vecchi e bambini.
Ma anche questo non lo
sapevamo ancora! Da lì fummo smistati
a
Mühldorf,
in uno dei campi satelliti di Dachau, un lager dove i
prigionieri rastrellati in mezza Europa erano costretti a
lavorare per l’industria tedesca come schiavi, fino a
morirne. A
Mühldorf si metteva in
pratica la filosofia del
Vernichtung durch Arbeit,
l’annientamento attraverso il lavoro, in spregio alla
Convenzione di Ginevra sui prigionieri di guerra.
Giunti al campo
ci disinfettarono con la creolina, ci rasarono i capelli
con una striscia più corta,
la Straße (strada), ovvero una striscia di rasatura che
andava dalla fronte alla nuca, che serviva da segno di
riconoscimento in caso di fuga e ci consegnarono un paio di
zoccoli di legno e una divisa a strisce di tela grezza, dove
spiccava un numero. Quello sarebbe diventato il nostro nome per
tutto il periodo dell’internamento. Quindi all’ordine: zu
fünf ( in fila per cinque), fummo condotti a colpi di
frustino al block, la baracca dove avremmo passato
tutto il tempo che ci restava dopo il lavoro.”

Felice nasconde un
taccuino dove registra, come in un diario, i suoi pensieri,
la nostalgia per la sua casa e la famiglia. Dopo il Natale del
43, la nostalgia viene presto sostituita dalla disperazione.
E' anche evidente la disillusione in Mussolini e nel
regime fascista , che hanno condotto un'intera generazione ad
un inutile macello. |
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“ Sapendo che le truppe alleate stavano avanzando e che i
tedeschi subivano una sconfitta dopo l’altra, mi ero illuso
che la prigionia potesse durare solo qualche settimana e che
le S.S., incombendo la disfatta potessero trattare i
prigionieri in maniera più umana. Per circa tre mesi avevo
coltivato questa speranza, ma dopo il Natale del 43 avevo
perso ogni illusione”.
“Quando mi risveglierò
da questo incubo?”- mi chiedevo ogni giorno. Ma l’incubo
continuava, con fasi sempre più atroci. Ogni mattina le
S.S. ci facevano alzare alle cinque e ci obbligavano a
lavarci con l’acqua gelata e subito dovevamo correre
nell’Appellplatz, dove, con qualsiasi tempo, si
faceva l’appello. Ne ho visti tanti svenire per il freddo,
dopo ore passate in fila per l’appello.
Quelle belve dei nostri carcerieri inventavano sempre nuovi
modi per torturarci. L’inverno del 1943 fu il più gelido di
tutti: un’aria
glaciale, che a respirarla, era come se ti conficcassero
aghi nei polmoni. Lavoravamo al gelo tutta la
giornata. Dovevamo pulire le latrine del campo, scavare
tunnel, portare pesi enormi. Ci davano solo una brodaglia
per pranzo e un pezzo di pane nero per cena. Tutti i
prigionieri deperivano di giorno in giorno, perché
l’alimentazione era scarsa e il lavoro durissimo. Non era
raro che qualche prigioniero, nella nostra baracca, tardasse
a denunciare la morte di un compagno solo per accaparrarsi
la sua razione di pane. Un pezzo di pane nero faceva la
differenza tra vivere e morire. Quello che ci davano non
bastava a sfamarci ed non era raro vederci
frugare nei rifiuti, come i maiali, nella speranza di trovare una
carota marcia o qualche foglia di cavolo
raggrinzita. Del
resto eravamo considerati meno degli animali:
Schweine
(porci) e verfluchte Hunde (cani maledetti).
Le S.S. e i kapos ( russi per lo più) erano feroci,
arroganti, sadici; urlavano ordini e ingiurie, picchiavano
con qualsiasi cosa avessero per le mani: frusta, manganello,
calcio del fucile, badile o zappa.
A fine primavera mi ammalai di ulcera gastrica. Le fitte
allo stomaco erano come colpi di pugnale che mi facevano
contorcere dal dolore. Chiesi al mio kapò di poter andare in
infermeria, ironicamente chiamata Revier, some se si
trattasse di un luogo di vacanza, sperando di avere
la Schonung,
qualche giorno di dispensa dal lavoro. Quel maledetto mi ci
mandò, sogghignando qualcosa nella sua lingua, che non
riuscii a comprendere.
All’infermeria mi visitò ( si fa per dire) un’internata
russa che aiutava il medico. Era un donnone alto come un
armadio, ma percepii che provava una certa simpatia per me.
Mi fece avere due giorni di esenzione dal lavoro. Al terzo
giorno, quando tornai da lei ancora dolorante, mi fece
capire, in un misto di russo e tedesco che se le SS mi
avessero giudicato inidoneo al lavoro sarei stato kaput
e mimò l’atto di un’iniettarsi qualcosa sul cuore
(
la
Phenolinjektion
era la famosa “cura ricostituente“ dei campi di
sterminio a base di fenolo, che si iniettava direttamente nel
cuore dello sventurato e che uccideva all’istante). Mi
fece un carezza ed io compresi che voleva salvarmi la
vita. Infatti, solo qualche mese dopo, quasi la metà dei
prigionieri, tutti non idonei a lavorare, furono spediti a Dachau e da lì non tornò più nessuno.
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“Questo grande male! … da dove viene?
Come ha fatto a contaminare il mondo? … Da quale seme, … da quale radice
si è sviluppato? Chi è l’artefice di tutto questo?
… Chi ci sta uccidendo? Chi ci sta derubando della vita e della luce,
prendendosi beffa di noi, mostrandoci quelle cose che
avremmo potuto conoscere.
La nostra rovina è di sollievo alla terra? … Aiuta l’erba a crescere, il
sole a splendere?
Questa ombra oscura anche te. … Tu hai mai attraversato questo buio?"
James
Jones,
La sottile linea rossa
Sono
bloccato in un limbo tra l’inferno e la desolazione e vorrei
solo un po’ di pace!
Guardo il
cielo e penso che non c’è più alcuna speranza per me. A cosa
serve tanta sofferenza, chi gode di tanta tortura? A vedere
i nostri aguzzini che innaffiano i fiori o che accudiscono
con amore i loro canarini, chi mai potrebbe pensare quanto
crudeli siano con noi, chi potrebbe concepire, per un solo
istante, che la vita di uno di noi vale meno di un uccello o
un geranio?
Sempre
più ricorrente è il pensiero di correre per quei pochi
metri, fino alle barriere di filo spinato e lasciare
rapidamente vita e sofferenze in una scarica elettrica ad
alta tensione. Tanti già lo hanno fatto.
Nell’estate
del 1944, per mia grande fortuna, fui assegnato a lavorare
in una piccola fabbrica di porcellane. La provvidenza
volle che i padroni, una coppia anziana, fossero delle
bravissime persone. Mi sfamarono, mi curarono e mi
assegnarono un lavoro da uomo e non da bestie. In quei mesi
mi era venuto il dubbio che nei dintorni del campo potessero
esistere persone normali. Forse, mi dicevo, sono scomparsi
dalla Germania, forse dall’intera Europa che stava andando
in fuoco o, addirittura, dal mondo intero. Invece mi
imbattei in due persone per bene, come mio padre e mia
madre, che soffrivano a vedermi tanto miserabile, magro come
uno spettro, con i segni delle percosse. Purtroppo per me
a sera si doveva tornare nel lager, nell’inferno, in fila
per cinque, con le maledette guardie che ci frustavano e ci
colpivano senza alcuna ragione e che ci facevano sfilare
sadicamente davanti ai prigionieri che avevano subito
la
Pfahlstrafe
(pena del palo)
e che
stavano attaccati ad un palo per i polsi dietro la schiena,
soffrendo atrocemente. Ogni notte
mi addormentavo chiedendomi se avrei mai più rivisto mio
padre e mia madre, i miei fratelli e mia moglie.
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Passavano le
settimane in quell’incubo infinito. Nella fabbrica c’erano
un incredibile serie di attrezzi da lavoro e di precisione.
Io fui colpito da un minuscolo cacciavite da orologiaio: Non
ne avevo mai visto uno e spesso lo prendevo in mano per
osservarlo meglio. Il vecchio aveva notato quest’ attrazione
e me lo regalò. Lo celai in una scarpa e quando fui nel
block lo nascosi nel pagliericcio della branda.
Purtroppo pochi giorni dopo ci fu un’ispezione a sorpresa
nella nostra baracca e trovarono il piccolo cacciavite. Per
regolamento noi detenuti non potevamo possedere nulla e
quanto mai un oggetto che potesse divenire una possibile arma.
Il kapo mi trascinò a colpi di frustino presso un
ufficiale delle SS, che urlando ordinò di impiccarmi nell’Appellplatz,
per dare “il buon esempio”. Preso dalla disperazione, mentre
alcune guardie mi trascinavano via, incominciai ad urlare …”Bitte
Ich bin ein Uhrmacher….Bitte Ich Uhr einstellenn” (Sono un orologiaio, aggiusto orologi).
L’ufficiale diede ordine un secco ordine di alt ; con flemma
trasse dalla giubba un vecchio orologio e me lo porse,
dandomi l’ultimatum di ripararlo entro mezzogiorno, se
volevo salva la vita.
“ Madonna mia ed ora cosa faccio?”- pensai.
Tornai alla baracca disperato e cominciai a sfilare vite dopo
vite. Io non so cosa sia veramente successo in quel giorno:
Se intervenne San Ciriaco, il Santo del mio paese, se
furono le preghiere di mia madre o la fortuna che tanto può,
talvolta più dei meriti, ma sta di fatto che , dopo tre ore che armeggiavo
sull’orologio, ora scuotendolo, ora piangendo, ora
parlandogli e pregandolo come se potesse ascoltarmi, questo
di colpo prese vita, annunziando la propria resurrezione con
un timido tic-tac. Temendo che quel battito potesse
esaurirsi, rimontai immediatamente la cassa e lo riportai
all’ufficiale, che emise un grugnito di soddisfazione. Per
quel giorno il patibolo poteva restare inattivo.
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Ai margini del lager c’era un boschetto. Un giorno, proprio
da lì, vedemmo arrivare un cerbiatto, tanto affamato da
rinunciare alla proverbiale diffidenza della sua
specie e da arrivare sino alle baracche in cerca di cibo. Tutti i
prigionieri lo adottarono subito, dividendo con l’animale
qualche torsolo di cavolo o le bucce di patata. A nessuno,
nonostante la grande fame, passò per la testa di ucciderlo e
mangiarlo. Mi sono sempre chiesto come fosse possibile che, in quel
luogo dove parole pietà,
compassione, bellezza e umanità erano state bandite, potesse nascere un
sentimento di misericordia nei riguardi di un animale. Forse
furono i suoi occhi innocenti a colpirci. Forse
riacquistammo la consapevolezza che al di là di quel filo
spinato c’era ancora una vita normale, dove erano natura
e Dio a regolare le leggi della vita e della morte e non
superuomini in divisa. Per settimane nascondemmo a turno
nelle baracche il cerbiatto, fino a che non riprese le forze,
quindi lo lasciammo libero di tornare ai suoi boschi,
incitandolo perché fuggisse con tutta la sua grazia e
leggerezza verso la libertà. " Salvati almeno tu!"-
gridarono molti in tante lingue differenti.
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Es brent, briderlekh, es brent.
Undzer orem shtetl, nebekh,
brent!
Es hobn shoyn di fayertsungen
Dos gantse shtetl
ayngeshlungen.
Alts arum shoyn brent,
Un ir shteyt un kukt
Azoy zikh, vi undzer shtetl
brent.
Mordechai Gebirtig |
Brucia
fratelli brucia
Ah ! la nostra
povera città già brucia
già lingue di fuoco
avvolgono tutta la città
e
i venti malvagi infuriano
e voi state attorno.
mentre la nostra città brucia.
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Il 29 aprile
del 1945 arrivarono gli Americani.
Da tempo,
nonostante nel campo non filtrasse nessuna informazione
dall’esterno, avevamo avuto la percezione che i tedeschi
stavano per capitolare. Aerei alleati sorvolavano
sempre più spesso il campo e di notte si sentivano in
lontananza gli echi dei bombardamenti e i rombi
della contraerea. C’era un Dio allora! I tedeschi
stavano iniziando a pagare per tutto il male che avevano
fatto; le loro città si stavano sbriciolando come le città
di mezza Europa sotto le bombe dei loro Stukas. La mattina
del 28 aprile ci rendemmo conto che tutte le S.S. erano
scomparse dal campo. Quando gli alleati ci videro, esseri
scheletriti coperti da stracci e pustole, gusci
senza anima, non potevano credere ai loro occhi. Poi
trovarono le fosse
comuni.
Migliaia di corpi diligente accatastati l'uno su l'altro
secondo il concetto di ordine teutonico. Alcuni
soldati, tutti dei ragazzi sui vent'anni, si
sentirono male, qualcuno diede di stomaco, altri piansero.
Ci diedero da mangiare. Quel cibo abbondante,dopo anni di
inedia, ingurgitato
con furia, purtroppo causò la morte di molti
internati. Che pena... Morire proprio in quei giorni, dopo
essere sopravvissuti a tanta bestialità! . Ci
dissero che ci sarebbe voluto almeno un mese per
rimpatriarci tutti, che prima dovevamo rimetterci e che poi la
Croce Rossa avrebbe provveduto a portarci nelle rispettive
nazioni. Io non potevo, non volevo restare nemmeno un giorno
di più in quella terra maledetta, così una mattina mi misi in marcia per tornare a casa.
“Hast du Brot? Bitte, gib mir das Brot!”.
“ Hai del pane? Per favore dammi del pane”. Quante volte ho pronunciato
queste frasi. Qualcuno mi scacciava, qualcun altro aveva
pietà di me e mi dava da sfamarmi. Passai la frontiera
con l’Austria ed entrai in Italia. Avanzavo a piedi, su
carri di fieno, raramente su qualche camion che andava verso
sud. Passai per paesi distrutti, cascinali incendiati,
campi incolti, tristi eredità di una guerra inutile e
stupida. Impiegai due mesi per arrivare a Torre. Quando
verso la fine di giugno vidi il mio paese e, man mano che mi
avvicinavo, il campanile, attorno al quale
vorticavano un nugolo di rondoni, il petto quasi mi si
squassò dai singhiozzi. Arrivai a casa di mio padre, a
Bosco Faiano, e scorsi lungo il viale di casa un tavolo sul
quale era posato un piatto con un pezzo di pane e di formaggio
e una caraffa d' acqua. Mio padre Ciriaco aveva tre figli
prigionieri: io in Germania, mio fratello Fiore in Africa ed
Armando in Inghilterra. Egli da mesi,
ogni giorno, preparava quella tavola per gli sbandati
che potevano passare di là, augurandosi che, da
qualche parte nel mondo, un altro genitore potesse
dare pane ai suoi sfortunati figli.
Per anni ho
cercato di avere notizie dei due vecchietti che tanto mi
aiutarono durante il mio calvario. Forse anche loro sono
stati inghiottiti dalla guerra. Sono convinto,
tuttavia, che il loro spirito operi da qualche altra parte
nel mondo, perché l’amore è come un fiume carsico, o meglio
come la fonte Aretusa, che scompare, ingoiata dalla
nera terra, ma ricompare limpida e cristallina là dove mai
te lo saresti aspettato. Per anni mi sono chiesto
perché Dio avesse voluto salvare proprio me e non
gli altri, che forse lo meritavano più di me. Per anni mi
sono svegliato nel cuore della notte, sobbalzando e
urlando, terrorizzato da incubi tremendi
e col cuore ancora oppresso da tenebre che non sono mai più
svanite. Ai miei figli non racconterò mai nulla della
morte, delle sofferenze e di quali e quanti orrori possono
essere inflitti da un uomo ad un altro uomo. Non devono
sapere dei forni, delle torture, del filo spinato. Solo
così le tenebre staranno lontano da loro.”
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Il presente racconto non è
( purtroppo!) opera di fantasia, ma sono avvenimenti
realmente accaduti al signor Felice Cefalo.
Alcune citazioni sono state estrapolate dal bellissimo
saggio di Daniela Accadia :“La lingua nei campi nazisti
della morte”.
Altre suggestioni inconsce mi sono venute
sicuramente dalle opere di Primo Levi,
Ka-tzetnik 135633, André Malraux e di tanti
altri autori letti nella mia vita, tutti
accumunati dalla stessa orrenda esperienza. Il materiale
iconografico parte è del signor Cefalo, parte è stata
reperita in internet. |
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