Galleria di grandi personaggi torresi

Francesco Capone

1906-1981

 

 

Per essere un eroe dovresti essere un soldato, magari un generale, con cavallo e sciabola.
Per diventare eroe dovresti gettare il tuo cuore e la tua giovane vita al di là delle linee nemiche.

Per essere un grande, dovresti essere un artista, uno che rende ancora più azzurro l’azzurro del cielo, o che da un masso di marmo estrae i seni e glutei della più bella Venere mai veduta.

Per essere accettato nel novero dei potenti, dovresti raccogliere i semi delle tue parole e spargerle nel vento perché germi poesia o fare scoperte sensazionali nelle scienze.
Per essere un grande dovresti essere uno  statista, importa poco se avrai fatto il bene di una nazione o se avrai reso orfani milioni di bimbi .

Questo ci hanno insegnato e, purtroppo,  questi sono i nostri limiti; non saper vedere eroismo al di fuori di certi schemi, né arte o talento al di fuori del riconoscimento ufficiale, né poesia nelle parole disarticolate di un bimbo. L’eroismo, tuttavia, spesso è puro tran- tran, è fatica, lavoro duro, è spaccarsi la schiena ma andare avanti, è abbandonare certezze ed affetti per inseguire dignità e pane. Essere grande è mantenersi onesti e puliti anche nelle ristrettezze  ed averne il riconoscimento della società.
Gli emigrati (e lo affermo con convinzione) sono  eroi sconosciuti, ignorati, ma  sempre protagonisti della storia del paese che sono stati costretti a lasciare e quella del paese che li ha ospitati.
Prendiamo una uomo tra tanti: Francesco Capone.
Francesco era un uomo alto, imponente (“sembrava il campanaro” disse una volta un bambino), con una mano grande quanto una racchetta da tennis, un Carnera dall'animo  gentile ( tranne quando lo facevano infuriare. Un "melonaro", che si scontrò con lui, non passò mai più per Torre).  Molti torresi lo ricordano ancora quando lavorava 12 ore al giorno sotto la ditta Pastorelli o la ditta Giordano ( quando a Torre  si costruirono le fogne e l'acquedotto) e  poi, senza fermarsi, andava a lavorare ancora in campagna. Sedici, diciotto ore di lavoro per mantenere la sua numerosa famiglia.  Fu costretto ad emigrare in America negli anni cinquanta e passò tanto  tempo, prima che la sua famiglia lo raggiungesse. Lavoro, amarezze, privazioni, malinconia. Quante volte, l’8  agosto, avrà pianto, di nascosto per non mostrarsi deboli con amici e compagni di lavoro, immaginandosi,  momento per momento, la processione, la banda, i fuochi, i figli lontani! Lavorare, risparmiare su tutto, mandare soldi alla famiglia,  subire ingiustizie, tormentarsi giorno dopo giorno per i propri figli che vivono al di là dell'oceano.  Non è anche questo eroismo?
Francesco Capone, fece strada, divenne un onorato cittadino americano e meritò il  rispetto e l'affetto  della  nutrita comunità italiana.
Negli anni 70 gli fu conferito il Cavalierato della Presidenza  della Repubblica Italiana, come degno rappresentante di un popolo laborioso, che  forse più di tutti aveva contribuito a portare sviluppo e ricchezza agli Stati Uniti d’America.

Se un giorno vi trovaste a New York ( da turisti spero, non da emigrati!), andate a visitare l’isola di Ellis Island.  Spesso ho scritto  di questo luogo, oggi monumento nazionale, dal quale sono transitati oltre sessanta milioni di emigrati. Lì c’è una stele, su cui stanno incisi 10.000 nomi di persone approdate da tutti gli angoli della terra: uno di questi  è quello di Francesco Capone.