Un efferato delitto

1937: Torre è scossa da un brutale duplice omicidio.

di Florindo Cirignano
 

English version

 

Parte Prima: La strage

Antonio Iarrobino e Maria De Angelis erano due contadini molto anziani, che abitavano al di sopra del ponte delle Palatelle, lungo la strada che collega Torre le Nocelle a Calore. 

All’epoca dei fatti, entrambi i coniugi avevano  superato l’ottantina e, durante la  loro lunga vita coniugale, avevano avuto otto figli: sei maschi che, però, vivevano tutti in America e due femmine, maritate, delle quali solo la maggiore, Maria Grazia (che tutti  chiamavano Zà Piccola) viveva a Torre.
Maria, nonostante l’età, conservava ancora intatta la sua civetteria giovanile e amava ostentare pesantissimi gioielli d’oro che, anno dopo anno, regalo dopo regalo da parte dei figli in America, aveva accumulato. Si racconta che durante le festività di San Ciriaco era solita indossare tre o quattro collane, vistosissimi orecchini e diversi anelli d’oro. In verità si trattava per lo più di banale bigiotteria, ma nessuno se ne era mai accorto. Purtroppo, però,  queste vistose patacche, a torto ritenute di grande valore,  non passarono inosservate. Erano anni di grandissima miseria e violenza, a ridosso della seconda guerra mondiale.

A quel tempo  si era formata una banda di balordi, alcuni di Torre, altri provenienti da paesi limitrofi. Erano capeggiati da un contadino originario di Montemiletto, un omaccione possente, con due enormi e folti baffi, che si chiamava “Pillirino”
Erano ladruncoli di poco conto, che per lo più rubavano animali nelle stalle o svaligiavano qualche masseria isolata, approfittando del fatto che  gli occupanti erano  al lavoro nei campi.

Dopo ogni colpo si riunivano in una masseria assai remota, nel comune di Torrioni. Qui si dividevano i proventi bottino o si facevano cuocere dal proprietario del casolare qualche animale rapinato, gozzovigliando e bevendo per l’intera nottata. Il loro campo di azione si estendeva per un raggio di una ventina di chilometri intorno a Torre. Erano, come già detto,  solo dei ladri di polli, che, i giornalisti oggi, definirebbero  balordi. Ci vuole poco,  però, quando si hanno simili frequentazioni, a fare un salto di qualità.   

Purtroppo un giorno qualcuno  propose di andare a razziare i gioielli di Maria. Molti torresi, nel tempo, si sono convinti che la soffiata provenisse dall’interno della stessa famiglia delle vittime.

Tentarono una prima volta il colpo.

Uno di loro s’infilò nella casa, ma non si accorse della presenza della vecchia Maria, per cui, dopo averla temporaneamente accecata con una manciata di  cenere, si diede precipitosamente  alla fuga.
Ostinatamente,  ci riprovarono con più determinazione dopo qualche tempo.
La casa di Antonio  aveva un terrazzo, sul quale erano stati posti a stagionare alcuni grossi tavoloni di quercia. Una notte la banda si appostò nei dintorni della casa. Attesero con pazienza che non ci fosse alcun segno di attività e, mentre alcuni sorvegliavano la porta di entrata e le finestre, altri due o tre salirono sul terrazzo per forzare un balcone o una botola, in modo da penetrare nella casa.
Non si sa  cosa fece svegliare Antonio: qualcuno disse che fu il suo cane che iniziò ad abbaiare furiosamente, altri affermarono che fu il suo asino che, percepita la presenza di estranei, si mise a scalciare con rabbia contro le assi della stalla. Questo non lo sapremo mai!

Il vecchietto (aveva ottantaquattro anni) si affacciò sull’uscio per capire cosa stesse succedendo, ma appena oltrepassò il vano della porta, dal terrazzo gli fecero cadere un pesantissimo tavolone, che probabilmente lo uccise all’istante. Immediatamente Pillirino s’introdusse in casa e si diresse nella stanza da letto. Per il gran baccano si era svegliata anche Maria, che vedendo l’intruso nella sua camera, cominciò ad urlare. Il delinquente le fu immediatamente addosso e, afferratela per il collo, un piccolo fragile collo di una donna di quasi novanta anni, brutalmente la strozzò.
Maria, però, prima di morire, nel disperato tentativo di difendersi, aveva graffiato profondamente le guance del suo assassino e gli aveva perfino strappato un ciuffo dei suoi  enormi baffi spioventi.

I vicini che trovarono i cadaveri dei due affermano che il povero Antonio era ancora sepolto sotto la grossa tavola. Racconta Ngiulinella re Staffone che all’epoca aveva sette anni: “ Entrai incoscientemente nella stanza di Maria e la vide morta, con la testa appoggiata al capezzale del letto e solo allora il maresciallo dei carabinieri Manuli mi ordinò di uscire, facendomi notare che, i miei  piedi nudi erano lordi del sangue  di Antonio, che  avevo calpestato  nell'entrare in casa,   scavalcando il cadavere che stava ancora per terra”.

 Gianninella, anche lei bambina  all’epoca dei fatti,   ricorda  che  Maria aveva il pollice della mano sinistra in bocca, come  un bebè che  succhia il  il proprio pollice per    addormentarsi.

Altro che C.S.I. e N.C.I.S.!  A quel tempo, non solo non si concepiva il concetto di salvaguardare la scena del crimine, ma si permetteva a dei bambini di assistere a tali orrori.

Il duplice delitto suscitò uno scalpore e un allarme immenso nella piccola comunità torrese. I graffi sulla faccia di Pillirino erano stati notati da qualcuno. I peli  trovati nella mano della morta erano compatibili, per colore e dimensione ai  baffi dell'uomo, per cui i carabinieri si misero  immediatamente sulle sue tracce.

 

Parte seconda: La  fine della latitanza

Pillirino si diede alla macchia. Si nascondeva nei pagliai e nelle case dirute, passando, nottetempo, da un paese all’altro. Aveva tagliati i baffi e fuggiva continuamente,  braccato dai carabinieri. Non si allontanava di molto, però, preferendo rimanere nei paraggi dove poteva ricevere qualche soldo dai suoi compari, con i quali riusciva a sopravvivere.
La latitanza durava da quasi due anni e a lui cominciava a pesare. Un giorno si travestì da zingara e, a una fiera in un paese vicino, avvicinò cautamente  Ngiulillo o Pratolano, affinché portasse un messaggio ad un torrese di fiducia che lo potesse recapitare ai suoi compagni.

Pillirino faceva sapere  che era stufo della sua vita randagia, che voleva rientrare a Torre e che pretendeva di essere protetto dai suoi compari. Stabilirono, poi, di incontrarsi a una fiera  che si sarebbe tenuta in un altro paese  dopo un mese,  per avere una risposta. Non si sa chi portò la risposta, ma è certo che    fu fissato un incontro notturno in un luogo remoto, nelle campagne di Torre.

Alla data stabilita, di notte, tutti i membri della  vecchia banda convennero nel luogo pattuito. Essi tentarono di far capire al fuggitivo che la sua pretesa era impossibile, che doveva andare via definitivamente da Torre, in modo che nessuno poteva provare la loro partecipazione al delitto.

“ La croce la devi portare tu" - dicevano. "I carabinieri cercano  te solamente  e se ti scoprono da queste parti capiranno che qualcuno ti sta aiutando ed andranno più a fondo nelle indagini”.

Pillirino non solo non volle sentire ragioni, ma esasperato li minacciò di fare i nomi di tutti, nel caso fosse stato preso. A questo punto i suoi ex amici, che avevano preventivamente valutato un'opzione ad una tale richiesta,   si lanciarono su di lui, che però, intuendone le intenzioni, si diede alla fuga. Ci fu un lungo e disperato inseguimento nelle buie campagne torresi.

Pillirino, col cuore che gli scoppiava nel petto, pensò che sua unica possibilità di salvezza era quella di riparare nella casa di Gennaro, un suo compare, non lontano dalla terra che un tempo aveva coltivato. Riuscì a farsi aprire la porta, ad avere ospitalità e a far perdere, così, temporaneamente, le sue tracce.  La moglie del padrone di casa, Coletta, era incinta all’ultimo mese e il marito non si allontanava quasi mai, attendendo le prime doglie per correre a chiamare la levatrice.

Pillirino rimase tre giorni in casa, ma ormai i suoi ex compagni avevano individuato il suo rifugio. Una sera   essi si appostarono  intorno alla casa e come usci il padrone, lo afferrarono e gli dissero, senza mezzi termini, che se non avesse messo alla porta Pillirino la sera stessa, loro avrebbero dato fuoco alla casa.
Il pover’uomo terrorizzato, appena rientrò, disse a Pillirino che doveva andarsene, che fra poco sua moglie avrebbe dovuto partorire e che era sconveniente avere un uomo in casa. Comunque sarebbero venute molte comari ad assistere la partoriente nel travaglio e a vedere il neonato. Pillirino, lo implorò di farlo restare, ma Gennaro fu irremovibile.

E fu così che Pillirino se ne uscì nella notte, con il cuore pieno di angoscia, come un animale stanato e, non fece nemmeno una ventina di passi, che fu accerchiato dai suoi compagni. Urlò, si difese disperatamente e urlò tanto ancora, che lo udirono quasi tutti nelle campagne e perfino nel paese, in quella placida notte di maggio. Poi   gli calarono un cappuccio sulla testa e lo tramortirono. Lo denudarono e lo gettarono semincosciente in un pozzo. Al contatto con l’acqua gelida riprese i sensi e continuò a urlare in maniera straziante, finché non affogò.

Il giorno dopo un contadino andò a prendere l’acqua nel pozzo, per sciogliere il solfato di rame da spruzzare sulle  viti, e lo vide nel pozzo. Furono chiamati i carabinieri di Montemiletto e il maresciallo Manulli, non potendo issare il cadavere con gli uncini per evitare di straziarne le carni, diede incarico ad Alfonso Cafasso di calarsi nel pozzo ed imbragare il corpo.  Quando questo fu tirato su, tutti gli astanti, rimasero sconcertati dall’enormità o meglio della bestialità del suo pene, che per gli spasmi dell’agonia era restato in posizione itifallica

Parte terza: Un insolito finale

Voi penserete che la storia finisca qui…ma non è così!  Adesso viene la parte più incredibile e son certo che molti di voi penseranno che sia una mia esagerazione. Comprendo il vostro scetticismo, ma vi assicuro, però, che non è così; ogni persona, a Torre, che abbia superato la cinquantina potrebbe confermarvela.  Prima di inoltrarmi nel racconto occorre che vi dica che nessun altro fu condannato per il delitto di Antonio e Maria, né per quello di Pillirino. Quest’ultimo, anche se è considerato da tutti come l’autore materiale dell’omicidio di Maria, non lo è per quello di Antonio. Se diamo per scontata la dinamica del delitto, per la quasi simultaneità dei due omicidi, è assai probabile che furono altri a lanciare la tavola sulla testa del vecchio.

Trascorsero alcuni anni. Un giorno, in un pomeriggio torrido di luglio, A*** si trovava nel suo campo a lavorare da sola. Il caldo, la fatica e la polvere le provocarono un’arsura atroce. Non aveva portato con sé una bottiglia d’acqua e le pareva di svenire per la gran sete. Si diresse allora verso il pozzo di un fondo confinante, calò un secchio con la carrucola e tirò su l’acqua che bevve avidamente. Come avrete intuito si trattava dello stesso pozzo, dove era stato affogato Pillirino. Già la stessa notte cominciò a sentirsi male. Man mano che passavano i giorni cominciò ad avere convulsioni e svenimenti, poi… A***cominciò a parlare con la voce di Pillirino. A volte parlava una lingua sconosciuta e dialogava con qualcuno che gli rispondeva nella stessa lingua ma con voce cupa, tenebrosa, orribile. Capirono che si trattava di una possessione.

Oltretutto la poveretta aveva sviluppato improvvisamente il dono della preveggenza. Sapeva in anticipo che sarebbe arrivato in casa, cosa accadeva nel paese; indicava alle persone che si recavano da lei, dove potevano trovare gli oggetti che  avevano smarrito. Indovinava perfino il mittente delle lettere che i suoi genitori  ricevevano. A tal proposito c’è la testimonianza del mio povero nonno, il postino del paese,  che un giorno ebbe un’esperienza veramente traumatizzante
 (vedi http://www.torrelenocelle.com/spiriti/postino.htm).

Negli intervalli, sempre più rari, tra una crisi e l’altra, riusciva, tutto sommato, a fare una vita quasi accettabile.

Un giorno A*** andò  in paese e bussò alla porta di Zà Piccola, che in quel momento si trovava sola in casa. Zà Piccola la  intravide  dalla finestra socchiusa, ma   avendone timore,non le aprì il portone,  limitandosi a domandare cosa volesse.  La posseduta, con la voce di Pillirino, le rivelò tutti i nomi dei suoi complici, che poi erano gli stessi che l’avevano assassinato. Zà Piccola spaventatissima le intimò di andare via, altrimenti l’avrebbe picchiata con la scopa. Ma Pillirino,  visibilmente adirato, tramite la posseduta  le disse : - Tua madre, mentre la scannavo, gridava “Piccola mia, Piccola mia!”. Ti chiamava. Voleva che tu fossi stata lì.  Magari ci fossi stata…avrei tirato il collo pure a te.