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Quando
a Torre si cantava.
A Torre, una volta, si
cantava. Credetemi, si cantava. Ogni occasione era buona per
far musica: feste, fidanzamenti, lavoro e perfino le
elezioni politiche erano buona scusa per improvvisare
gorgheggi. Quanta nostalgia ho di quei tempi in cui le
ragazze, a gruppi di 4 o 5, passeggiavano per le strade
cantando canzoni d'amore! Ieri sera Vittorio La Torella,
96 anni portati benissimo, raccontava di quando suonava,
dietro al monumento, la chitarra,
con
Leonardo Capone al mandolino, Garofano Romeo al clarino ( "ma
era una schiappa"), col mitico Sparapesciole alla
fisarmonica e con tante belle ragazze che cantavano.
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Affacciati al muretto della Croce un
gruppetto di torresi osservavo con curiosità la nube di
polvere sollevata da un furgone, che aveva appena
superato la curva di Marcantonio e che, cautamente,
scansava le buche della via sterrata che collegava Torre le
Nocelle a Dentecane.
Una banda di ragazzini cominciò a
vociare festante. Era raro che un’automobile passasse lungo
quella via. Ad un tratto, come avessero avuto un simultaneo
comando da un’invisibile regia, si lanciarono gridando per
la vianova e quando, nell’ultima curva prima
del paese incrociarono il veicolo, lo circondarono,
obbligando il conducente a ridurre ulteriormente la già
lenta andatura.
Arrivati in piazza, due stranieri
aprirono il cofano del furgone, pieno all’inverosimile, e
cominciarono a scaricare uno strano oggetto. Più tardi tutti
a Torre avrebbero saputo che quel misterioso aggeggio, con
due ruote grandi quanto un piattino, era la misteriosissima
scatola che fabbricava canzoni.
.......
Pochi giorni fa, seduti
su di una panchina parlavo pigramente con alcuni compaesani
d' argomenti molto leggeri del mio paese. All’improvviso Mario Tirone, che spesso ha di questi salutari flash-back
esclamò : “ Ve lo ricordate quando vennero al frantoio dei
Penna “certi uomini” con un grosso registratore a
bobine a registrare i canti delle vecchie ?
“ Si – esclamò Tonino Bevilacqua. Io
ricordo Bianca, la madre di Costantino, che cantava, con la sua voce potente che si
distingueva sempre nel coro, la canzone di San Ciriaco. Poi
vennero altre vecchiette e registrarono le loro antiche
canzoni”.
Sentii correre un brivido lungo la
schiena. “Era possibile- chiesi - collocare questo
avvenimento nel 1955?
”. Entrambi i testimoni concordarono sulla plausibilità
della data. Man mano, poi, che aggiungevano ulteriori dettagli,
e dopo che Mario addirittura intonò una delle canzoni
che erano state registrate, aumentava la mia curiosità e il
mio entusiasmo. Avevo intuito che si trattava del "grande
viaggio" di Alan Lomax.
La musica popolare a Torre è scomparsa,
svanita, morta alla fine degli anni 1950.
Già da molti anni aveva perso i suo
tratti originari per conformarsi a melodie moderne che
arrivavano tramite il cinema e la radio. Qualcosa era
rimasta nei canti di lavoro, ma specialmente nella musica
sacra. L’ultima volta che si è cantato “all’antica”, credo,
fu ad un pellegrinaggio del 1989. Che mi risulti da quella
data in poi nessuno ha mai più ascoltato quel tipo di
musica. Io da bambino avevo un ottimo orecchio per le
canzonette, però non riuscivo a riprodurre nemmeno una
strofa dei canti di lavoro o dei canti religiosi, se si
esclude il “Canto a San Ciriaco” che è relativamente
recente, dato che ha un tempo di valzer.
Eppure nei primi anni della mia vita
li avevo spesso ascoltati dalle contadine che, a sera, per
sfuggire al solleone, venivano a mietere nel campo che
confinava con la mia casa.
Solo dopo molti anni ho realizzato
perché quelle canzoni mi apparivano aspre, complicate, barbaro,
sgradevoli, aliene. Si trattava di canti a canone, dove
alla prima voce se ne aggiungevano altre, ma con intervalli
di quarta e di quinta, inusuali nelle canzonette moderne.Una maniera di cantare troppo diversa
dai canoni che si erano affermati tramite la radio. Peccato che
i miei gusti canori di allora ( avevo solo cinque o sei
anni), mi abbiano completamente precluso il ricordo di
quelle melodie.

Nel 1955, per fortuna, un grande
musicologo americano di nome Alan Lomax, visitò molti
paesi dell’Irpinia e sicuramente anche Torre le
Nocelle, per registrare (e salvare) gli ultimi sussulti del
canto popolare italiano. Lomax è da tempo considerato
una figura leggendaria da chi si occupa di musica e folklore. Le
sue registrazioni sono conservate negli Archivi di Stato di
Washington. Fu ammirato da Pasolini, De Seta, e Moravia
collaborò con Charles Sereger, George
Herzog e
Diego Carpitella, suo inseparabile compagno di viaggio in un’Italia,
che da poco era uscita dagli incubi della guerra.
Il suo
lavoro influenzò molti cantanti, tra cui il grande Bob Dylan
che un giorno disse: “.. Non sapevo perché una vecchia
registrazione sul campo fatta da Alan Lomax mi suonasse
migliore, ma era così”.
Pasolini, per il suo Decameron,
nel 1971 usa generosamente le registrazioni di Lomax,
tra le quali si riconoscono immediatamente sia la Montemaranese e, specialmente nei titoli di testa, la Zeza
di Mercogliano “ …Io
vengo a Campanariello co la mazza e co l’aniello…”.
Come ogni intellettuale di quel
tempo fu “attenzionato” dall’ FBI che per molto tempo ha
creduto che popolare fosse sinonimo di comunista. E dato che
per Lomax la musica popolare era il suo motivo di vita,
doveva avere per forza, secondo i teoremi dell'FBI, una qualche relazione con i
sovietici.
Lomax trascorse un anno indimenticabile
in Italia, girandola in lungo ed in largo, registrando i
canti popolari di ogni singola regione, dai lavoratori
delle saline in Sicilia fino ai vignaioli del Piemonte. E,
tra l’altro, scattò foto bellissime, un vera e propria
antologia etnografica. La sua iconografia mi restituisce i
volti che a me sembrano assai familiari,
quelli della gente della mia infanzia. Le foto e parte dei
diari di questo grande personaggio sono stati raccolti in
un bellissimo libro, che io consiglio vivamente di
acquistare: “L’anno più
felice della mia vita”,a cura di Goffredo Plastino con la presentazione di Martin Scorzese.
Il regista
dice che nel libro di Lomax: “ Si sente la sua
gratitudine e la sua gioia per essere stato in grado di
vagare tra tante magnifiche culture locali, antiche eppure
intensamente vive”.

Le
registrazioni di Lomax evocano lo spirito di un mondo
morto, civiltà marginali, che nonostante tutto, però, avevano la
capacità di rallegrarsi ed indignarsi anche col
canto.
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