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Artisti ed artigiani  di Torre le Nocelle

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 Mattia Mattias e il sincrasismo

 

di  Florindo Cirignano

 

     
 

 

"Credo in te, anima mia,
l’altro che io sono non deve umiliarsi di fronte a te,
e tu non devi umiliarti di fronte a lui".

W. Whiteman

 
     
                 
 
Nascere all'Equatore

Mattia De Santis, in arte Mattia Mattias, padre di Montemiletto, madre di Torre le Nocelle, nasce - per caso avrebbe detto un giorno Celentano - ad Asmara, in Eritrea, sotto il "bel sol dell'equator", tanto per citare una canzone dell'epopea coloniale.

 



Si sa che i primi anni di vita sono fondamentali nello sviluppo della personalità del bambino e giocare tra banani e baobab, con coetanei di differente colore e  avere una bambinaia africana (molto bella), sicuramente ha stimolato in lui curiosità, ricerca dell'esotico e voglia di conoscere il mondo.

Si trasferisce con la famiglia prima in Irpinia e poi a Roma. Si laurea in materie umanistiche e inizia a muovere i primi consapevoli passi nel mondo della poesia e della pittura, in ciò sicuramente facilitato dai numerosi viaggi che contribuiscono a dilatare l suo orizzonte, già notevolmente vasto.



Il Sincrasismo

L’opera di un’artista è frutto del suo vissuto e delle sue visioni. Se hai un vissuto, hai tempo per sognare. E da questo vissuto nasce il Sincrasismo, i cui principi sono stati annunciati nel 1986 nel Manifesto Sincrasista in cui si annuncia che :” L’Arte Sincrasista, che può essere Strutturale o Scrittoria, è incentrata sulla sincràsi, ovvero sulla fusione di elementi retti-linei e curvi-linei, il cui prodotto artistico finale non solo rispetta ma addirittura esalta le diversità lineari che concorrono a realizzarlo”.

Premesso che discettare di estetica o di arte contemporanea per me è impossibile, data la mia ignoranza in materia, mi reputo la persona meno adatta  a scrivere sulle sue opere.

Tuttavia ogni opera d’arte crea in chi l’osserva delle suggestioni, giuste o errate che siano, e queste dipendono dalla sensibilità, dalla cultura e dal vissuto di chi lo le osserva. Questo indipendentemente dalle intenzioni dell’artista.

Volendo usare una metafora ( senza disturbare il mito della caverna di Platone) è come trovarsi sulla spiaggia di un’isola deserta, dove marea e risacca portano a riva oggetti provenienti da diverse luoghi.

Chi li osserva ne immagina la provenienza, la storia e perfino il soggetto che un tempo li aveva posseduti.

 
Ecco, allora,  che si potrebbero  seguire la tracce della sua ispirazione e la fonte delle sue suggestioni. Prima fra tutte l’ “Origine del mondo” di Gustavo Courbert. Il sesso femminile, però,  viene interpretato da Mattia con   simbologie arcaiche, come raffigurazione della   Grande Madre che da vita ad ogni cosa.

Non a caso ( o inconsciamente e allora dovremmo scomodare Sigmund Freud) compaiono spesso nelle sue opere  simboli primordiali, rintracciabili nei graffiti neolitici che Marija Gimbutas riconosce come attributi dell’arte della Grande Dea o, semplicemente, il suo sacro utero da cui tutto nasce e a cui, con la morte, tutto deve ritornare.

E ad essa può essere collegata anche il tema delle forme ovoidali, frequente nelle tele.

 La Dea della Rigenerazione è da sempre accostata al simbolo dell’uovo,  inteso come uovo cosmico, foriero di vita. E dall’uovo si passa al cigno, simbolo di grazia e bellezza e questo all'interno del guscio ci ricorda Elena, meraviglia generata per stupire e perdere gli uomini.

Ancora la corrente porta a riva altre suggestioni:  Ricordi di chi ha corso per immensi oceani, di chi ha voluto seguire la propria stella lungo le coste del Malabar, dello studente di Shodo che ha dedicato tutta la vita ai suoi calligrammi per raggiungere la perfezione del Vabi-Sabi. 

Si percepiscono pellegrinaggi tra tempi dimenticati in segrete valli himalayane e quartieri chiassosi del North End.

Si intravede la  diafana visione di un  seguace di Laozi, che percorse il Tao Te King, il “cammino che porta alla virtù”, per giungere allo stadio  dove tutto è equilibrio, dove il giorno è in armonia con la notte, il bianco col nero, l’uomo con la donna, lo yin con lo yang.

 

     
 

 

"…Ma i sogni ormai
si sono allontanati dai miei occhi
perché io sono già terra alla terra,
polvere su cui cammino.
Io sono niente
nel vuoto dei monti,
gente che ruba la vita
al vento,
seme per una terra
nuova.
Io, l’uomo
della miniera
(A.Cantini
)

 
     

 

Anime esauste

L’ 8 agosto del 56, il giorno di San Ciriaco, alle 8 del mattino per le strade di Torre le Nocelle passava la banda di Gioia del Colle e, sovrastando il suono delle trombe, dei clarini e delle grancasse mescolate a quelle delle campane impazzite, i “colpi scuri” della premiata ditta pirotecnica Starace annunciavano l’imminente uscita della processione.

Il caldo, il fracasso, la stanchezza i suoni e il vociare della folla si mescolavano in un'allucinatoria vertigine nei pellegrini e torresi, affluiti per devozione o per una breve censura nel calendario dei durissimi lavori agresti. Persone semplici, provate dagli eventi e dalla fatica, che stentavano ancora a liberarsi dalle umilianti povertà ereditate dalla guerra.

E fu proprio durante la processione che si snodava tra bancarelle di sementi, venditori di meloni e di torrone che cominciò a diffondersi la notizia.

Qualcuno aveva ascoltato il “comunicato” per radio e, lungo il serpentone della processione, cominciarono a circolare le parole “disastro”, “miniera”, “Belgio”, “italiani morti”.

Era la strage di Marcinelle che costò la vita a 262 lavoratori, tra cui 135 italiani per la maggior parte abruzzesi, in una miniera di carbone belga priva di elementari di norme di sicurezza.

Nel 1946 l’Italia, uscita  semidistrutta e poverissima da una sciagurata guerra, aveva stretto un patto col Belgio, che mancava di manodopera, con il quale barattava carbone con braccia, pane con dignità, sudore con l' illusione di un minimo di benessere che il vecchio regime fascista aveva vanamente alimentato con le sue conquiste coloniali .

Al seguito della processione, quel giorno, c’era anche Mattia, che ne rimase molto turbato. Questa tragedia, questo vulnus, sprofondò nella torbiera del suo inconscio, per riemergere, a distanza di 44 anni, durante i mesi della pandemia, altra sciagura, che, per coincidenza, si è verificata anch’essa in un anno bisestile e con il passaggio di una cometa.

Come conseguenza c’ è stata la necessità di realizzare questa tormentata opera: una rappresentazione di una ferita aperta nel ventre della terra, sanguinolenta e tragica; una visione dei gironi infernali danteschi.

La terra, dove tutto ha origine e tutto ritorna, sembra sigillata in una enorme bara, dalla quale nulla può più fuoriuscire, neanche il pianto e le preghiere. Un enorme sifone colmo di disperazione.

La terra, violentata, fa violenza ai propri figli. Nella miniera in fiamme, due inutili ascensori giacciono sul fondo assieme alle speranze e alla disperazione di chi è rimasto intrappolato.

Una figurina alza le mani al cielo; forse per implorare pietà o, forse, per maledire un dio ingiusto e distratto. Non lo sapremo mai. Forse è Antonio Sacco, il diciassettenne di Cervinara che invoca, piangendo, sua madre; Troppo giovane, troppo disperato per lavorare in una miniera, troppo poco considerato dalla sua terra che lo aveva barattato per un quintale di carbone.

Se l'intento dell'artista era quello di comunicare angoscia e tragedia,ci riesce benissimo.

Tuttavia a sovrastare l’orrore Mattia ha posto un simbolo, simile ad ali di un gabbiano quando sfiora le onde del mare. Ma cosa vogliono rappresentare? Le ali di un angelo? Il simbolo della Grande Madre, che si ritrova in molte delle sue opere? La presenza di Eusebeia, la dea della Pietà? L’involarsi di psiche, farfalla ma anche anima, che s’innalza verso il cielo? Solo Mattia un giorno potrà spiegarcelo.

 

 

 
                 
     
 
 

 

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