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a cura di Florindo Cirignano

 

Igino Luongo è stato per cinque anni il mio maestro di scuola elementare a Torre le Nocelle. Preciso: mi ha sopportato per cinque anni e con molta pazienza, insegnandomi sia l'analisi grammaticale sia  le tabelline. Ma questo è stato tanto tempo fa! Giusto per darvi un'unità di misura, vi dico che erano anni in cui molti dei suoi alunni (e miei compagni) “non venivano in classe mangiati", vale a dire che non era affatto  raro che si presentassero a lezione completamente digiuni. Per questo, nella nostra scuola era stato istituito un refettorio, dove Giustinella Puppù, una vecchia orribile con un enorme gozzo, preparava ogni mattina  per i ragazzi un centinaio di scodelle di latte, accompagnate  da una fetta di pane. Era il famigerato latte in polvere del Piano Marshall, che da un decennio sfamava mezza Italia prostata dalla guerra. E che la guerra non fosse ancora del tutto alle nostre spalle ce lo rammendava un orribile manifesto affisso nell'atrio della scuola. Questo, che  metteva in guardia  i ragazzi dal pericolo delle mine, era diviso in una dozzina di riquadri, che, come dei fumetti, mostravano bambini lacerati, accecati, dilaniati e resi storpi dallo scoppio di diverse tipologie di mine.

 

 

Erano le scuole

Erano le scuole delle "braccia conserte e testa sul banco", dell'  "in ginocchio vicino alla lavagna" e delle bacchettate insistentemente sollecitate dai genitori ai maestri (che  certo non le lesinavano), sia per raddrizzare il carattere ribelle, sia per favorire l'apprendimento dei loro figli. Si scriveva ancora  con le asticciole di legno (la prima biro la vidi in seconda elementare). Era il tempo  dei calamai con l'inchiostro fatto in casa con bacche di sambuco (pannicocola), dei pennini (un Cavallotti ne valeva 5 di rame piatti) e dei quaderni dal costo di 10 lire, con la storia di Enrico Toti in copertina,
Pur tuttavia quella scuola  insegnava molto bene il Risorgimento, l'etica (anche se con l'enfasi del libro "Cuore") e perfino la matematica, che io (l'Archimede della classe) cominciai a detestare non appena ebbi un nuovo professore alle medie. Si chiedeva agli alunni un contributo di 5 lire per l'olio della lampada, che perennemente bruciava sulla tomba di Dante. Con questo insignificante obolo  se ne tramandava la grandezza, anche a chi mai, nella vita, avrebbe letto la sua opera.


Il poeta e il testimone

Πέντε πέντε δέκα
δέκα δέκα ανεβαίνω τα σκαλιά
γιά τα δυό σου μάτια
γιά τίς δυό φωτιές
που όταν με κοιτάζουν
νιώθω μαχαιριές.

Βάρκα στο γιαλό
βάρκα στο γιαλό
γλάστρα με ζουμπούλι
και βασιλικό.

 

Cinque e cinque dieci
a dieci a dieci salgo le scale
per i tuoi due occhi
per quelle due fiamme
che quando mi guardano
mi sento trafiggere.

Una barca alla riva
una barca alla riva
un vaso di gelsomino
e di basilico

 

Non portava gelsomini  e  basilico, come nella canzone di Mikis Teodorakis,  la nave che s’inabissò nel turchese dell’Egeo. No! Non portava fiori la nave Petrella, ma la “meglio gioventù" italiana che, a guerra praticamente terminata, e dopo tanti patimenti, spariva negli stessi abissi che un tempo avevano ingoiato gli sventurati compagni di Ulisse. Ecco il compianto! Ecco la recriminazione: “ Stessa faccia, stessa razza. Come posso essere nemico di un greco?”. “Perché sono stato risucchiato in questa  assurda guerra?".   

Avverto la struggente nostalgia  che lacera chi vive in una piccola stazione ferroviaria sperduta tra le montagne, che vede passare treni che vanno lontano,  sui quali  lui non salirà mai, ma che marcano, giorno dopo giorno, lo scorrere del tempo, del suo tempo. Forse  per un insegnante è lo stesso: gli passano davanti, generazione dopo generazione, bambini che diventano uomini e che a loro volta inviano i loro bambini a scuola.

Dopo poche pagine  ho  la sensazione immediata  di fleurs fanés, di atmosfere che sembrano uscire da un vecchio film col sottofondo di vecchie canzoni di Edith Piaf o di Charles Trenet.  I suoi versi, in effetti,   sembrano  evocare  il  vento che bussa  una notte alla tua porta, per  ridestare le memorie: gli  amori passati,  vecchie foto  e cose morte che non torneranno più.

Poi, però, mi rendo conto che, sotto il colore seppia delle vecchie foto, si celano profondi  cieli turchesi e rondini irrequiete, nuvole leggere e peschi in fiore,profumati rami di biancospino, papaveri e pervinche,  gote rosa e un colore bellissimo, non riproducibile con la nostra tecnologia: quello del mondo dell’infanzia.

Ed ecco che tutto l’universo si contrae fino a farti sentire il suono delle campane di Torre, le grida concitate e festose dei ragazzi che giocano in strada con una palla di pezza, una mucca che muggisce in una stalla lontana e la voce dolcissima della mamma.

E il bambino, divenuto maestro di bambini, desidera tornare ancora una volta bambino.

P.S.:  Nel 1957 qualcuno, rimasto sempre sconosciuto, diede fuoco alla “sopala” di Don Pasquale. Ora che il reato è stato prescritto, posso finalmente liberare la mia coscienza: il misterioso incendiario fui io.

 

La campana de paese
Torre le Nocelle, 15 luglio 1945

Finalmente...
ti riascolto ancora,
dopo tanto tempo,
o caro, suadente
suon di campana.
I tuoi din,don
indietro mi portan
negli anni belli
quando il tuo scampanio
tutto mi inebriava
e di gioia mi riempiva.
Ai tuoi richiami
ero solito allora
portarmi in chiesa
per pregare.
Ero...allora...
poco più di un bambino
e la preghiera
era un po' il mio pane.
Ora...invece
bambino più non sono
e...pregare...
forse più non so,
dopo si difficili anni
trascorsi laggiù...
nel mare Egeo,
senza neppure la speme
di riabbracciar la mamma
al...mio ritorno.
O campana, campana cara
come sono decisi
i tuoi ritocchi!
Come è fragile
il mio cuore!
Son tanti giorni
che ti ascolto
e mi sembra si impazzire,
pensando ai tuoi din,don
anche a...quelli
che mi strapparon
la mamma,
che un fatal mal
m'aveva portato via,
ancor giovane e bella,
lasciando, poverina
l'ultimo d'otto figli
ancora nelle fasce
che vagiva.

 

Le "cupe" e le "sopale"
anno 1980

 

Siepi folte
di rovi e di spine
create apposta,
custodite con cura,
rattoppate con arte,
a destra e a manca
d'ogni sentiero
formavano ad arco
oscure"cupe" e gallerie.
Buie erano di notte
tetre di giorno.
Tanto si curvavano
da incutere di notte
paura a chicchessia.
Spesso di sera
si sentiva parlare
d'un ipotetico
spirito folletto,
che usciva di sera
in quelle "cupe",
nella "cupa"
di "Z'Amalia" alla "toppola"
ed in quella
della " massariella"
di Ciachillo Coscia,
nostro compare.
Un pomeriggio
mi trovavo dalla nonna,
a qualche chilometro
da casa mia.
Come mi accorsi
che si faceva buio
la nonna salutai
e verso casa
col cuore in gola
mi avviai.
Ad un certo punto
di scatto mi fermai
quando inevitabilmente
di fronte mi trovai
una di quelle...
"cupe" maledette.
A ritroso venti passi,
più o meno,feci
alla ricerca di un varco
in una delle "sopale"
meno folte.
In fine un varco
mi sembrò d'intravvedere
e a capo fitto
in esso mi buttai
con l'intendo d'accedere
in un campo aperto
per raggirare
quella brutta "cupa"
quella appunto
di Ciachillo Coscia.
Non so se fu
per cattiva sorte
o per l'eccessiva fretta
il fatto sta
che ruzzolai nella "spinaglia".
Dovetti gridare, piangere
più non ricordo;
appena mi sovvien
che a notte fonda
il braccio mi teneva,
la mamma,
mentre mi spulciava
di tutte le spine:
sulla testa,sulle braccia,
sulle gambe, dappertutto.
Fu allora che vivo
intenso nacque in me
il desiderio di possedere
tutta per me
una intera scatola
di..."micciarielli"
per dar fuoco
a tutte le "sopale".
Mentre Minicuccio
il fratello maggiore
si prodigava ad aiutare
la sorella Palma
ad abbeverare
nella stalla le mucche
io rovistavo...
rovistavo per la cucina
alla ricerca di "micciarielli".
E non appena in possesso
ne fui, a tutte le "sopale"
guerra dichiarai.
Ovunque c'era
una siepe riparata,
ovunque c'era uno sbarramento di spine,
con me in giro
finirono di "campare",
La prima "sopala"
a farne le spese
fu quella di Tirrino,
nostro compare,
proprio di fronte
a casa mia.
Non l'avessi mai
pensato e fatto!
In meno che non si dica
sul posto giunse
il compare Tirrino
con la roncola sulle spalle
e con tutta la figliolanza
minacciando a gran voce
querela ed altro.
A quella tremenda
scena minacciosa
dovetti tradirmi
in qualche nodo
per cui il verdetto
del colpevole del rogo
fu subito tratto.
A quel punto
più scampo non ebbi:
calci, pugni
schiaffi, "correate"
mi volarono addosso
a più riprese
con sommo gaudio
del compare Tirrino,
che, non soddisfatto
dalla severa lezione,
aizzava mio padre
a mostrare i polsi:
"dalli,compà,dalli
rumpici l'ossa
mo'ch'è piccolo
l'hai chieà".

Rividi la "sopala"
nuovamente rifatta
che meglio di prima
pavoneggiava,
tutta intessuta
di rovi e di spine.
Finché rimase
verde ed intaccabile
poté godere ancora
di ottima salute,
ma appena
cominciò ad inarridire
più scampo non ebbe
e fuoco le diedi.
Altre "correate",
calci e schiaffi mi buscai
ma molte altre siepi
e sbarramenti di rovi
finirono inesorabilmente
per essere bruciati.
Sono certo
che a questo punto
saper vorreste
quanti anni avevo.
Ebbene, non più di sei
perché, ricordo,
a scuola ancora non andavo.