Palazzuolo e lo puorco

Preso dall' entusiasmo per la venuta del nuovo parroco, durante le benedizioni Pasquali, Palazzuolo non solo si fece benedire la casa ma anche il porco. Combinazione volle che dopo qualche giorno l'animale morì. Palazzuolo se ne andava per il paese visibilmente arrabbiato e a chi gli chiedeva la ragione del suo cattivo umore rispondeva: “ Sono andato tante volte nella casa del Signore e non mi sono portato mai via nulla…..Una volta lui è venuto a casa mia e si è portato via il porco” ( So juto tante vote indo a la casa re lo Pataterno e non me so pigliato manco no mozzone re cannela.....na vota che è venuto Isso addo me, se portato lo puorco").

  Palazzuolo e lo sgombro

In tempi di gran fame per tutti, Palazzuolo fu invitato al matrimonio di Riccio. Durante il pranzo fu portato a tavola un vassoio di scaloppine e tra Palazzuolo e sua figlia ci fu questo dialogo:  
- Papà che cosa è questo??
- ...E' sgombro figlia mia!
Dopo qualche attimo di perplessità - Cos'è lo sgombro, papa?
- Non ti preoccupare figlia mia....tu sgombralo  e fatti portare un altro piatto! 

 

L'elegantone

Se qualcuno, durante gli anni della guerra e dell'autarchia,  per caso aveva un parente in America, poteva definirsi uomo veramente fortunato. Quando arrivava un pacco, seppur pieno di cenci usati, era sempre un tesoro. Una volta in uno di questi pacchi uscì un frac. La famiglia destinataria del pacco, diede incarico ad una signora di barattare l'indumento con della farina e dell'olio. Qualche tempo dopo, un 8 agosto, si vide arrivare un signore dalla campagna, a mezzogiorno e con un sole che spaccava le pietre, vestito di tutto punto ….col pesantissimo frac invernale. O' Francese guardandolo esclamò : E che è? E' diventato pinguino quisto?”  

Le nozze di don Pipillo

 

Don Pipillo e Giustina Pupù (se non li avessi conosciuti da bambino non avrei mai creduto che potesse esistere una coppia con dei soprannomi simili), ebbero l'infelice idea di sposarsi il giorno di carnevale. Potete ben immaginare che successe….scherzi di tutti i tipi,lazzi, sciumienti pestilenziali, lancio di farina sugli sposi. A sera,distrutti da una giornata simile, Giustina disse al marito: “ Mai più sposarsi di Carnevale!!!”.

 

Pulicano e la posseduta

 

Una volta Michele re Pulicano stava trattenendo, insieme ad altre cinque o sei persone, una donna posseduta dal demonio che l’Arciprete stava cercando di esorcizzare. La donna scalciava e si divincolava come un animale. Il sacerdote aspergendo la donna di Acqua Santa intimava: 
" Esci spirito indegno ed abbandona questa donna".
Il demone le rispondeva " No ….non me ne vado". 
Il sacerdote incalza : "Io ti comando nel nome del Signore di uscire ". 
Il demone ( per mezzo della donna che invasava): " Io me ne esco da lei ma me ne vado nel corpo di questo uomo" e cosi dicendo indicò Pulicano. 
Questi fece un salto ed esclamò " Lo cazzo che te fotte" ed immergendo il cappello nell’acquasantiera, si buttava cappellate di Acqua Benedetta sopra la pancia.

Grammi ed etti

Milano anni 60.   Ernestina va a fare la spesa in salumeria e sua figlia le raccomanda di acquistare 6 etti di provolone. I torresi sono stati da sempre abituati a pensare in grammi e non in etti , per cui appena la nostra simpatica compaesana entra nel negozio si confonde ed ordina 600 etti di provolone.
Il salumiere la guarda perplesso e le chiese :  " Signora  sarà venuta col carretto, immagino ?"
"No -rispose Ernestina- so venuta co l'anima e chitastramuorto!

 

Palazzuolo e il gelo 

In una gelida giornata d’inverno Palazzuolo andò “a giornata” a potare le viti. Lasciò la casa all’alba e salutò suo padre, che nonostante l’ora, stava già seduto davanti al camino. Raggiunto il posto di lavoro si mise a lavorare insieme agli altri. Il freddo non diminuiva d’intensità e Palazzuolo incominciò a sospirare ed invocare:” Anima re tatillo mio chiamame a li pieri tui! (“ Anima di papà chiamami ai tuoi piedi !”: Era una invocazione tipica dei funerali di allora). La padrona del terreno, che non lo conosceva, si commosse a sentire le invocazioni di quel ragazzo e disse - “ Povero vaglione come se ciange lo padre!”- pensando che gli chiedesse di chiamarlo a sè nell’aldilà. Chiaramente Palazzuolo,invece,  sospirava pensando al padre accanto al fuoco

Camillo ed il lecca-lecca

Quando a Torre arrivarono i primi lecca-lecca furono battezzati col nome di  "caramelle mbotta o takkero" ( il ramo, lo stecco). Davanti al campanaro c'era un ragazzo di campagna che leccava la sua caramella , cercando di far morire d'invidia  il piccolo Camillo. Ogni leccata gli diceva " U  ì ! tengo a caramella ncoppa la stella ... e tu no!" ( Trad.  Lo vedi!  ho la caramella sul ramo e tu no! ... La stella è una parte del tronco). Camillo non ce la fece più. Cercò suo padre,  si fece dare  10 lire e si precipitò nella bottega di Maria e Percuoco gridando trionfalmente " Marì ramme na caramella mbonta lo palo" ( Maria dammi una caramella sul palo).

 

Marcoffio e i preti

 

Mi dicono che Marcoffio fosse una persona straordinaria e molto stravagante. Aveva vissuto a lungo in America ed oltre ad essere abbastanza colto era Evangelista di religione. Vestiva sempre con una specie di saio bianco e con zoccoli, anche quando c'era la neve. Nella Valle aveva un "pagliaro" dove sfamava una ventina di gatti.  Una volta, provocato dal parroco disse queste parole: " Il cappello del prete ha tre punte. Quando tocca la prima pensa - Io posso avere i soldi tuoi e tu non puoi avere i miei. Quando tocca  la seconda punta pensa - Io posso sapere i cazzi tuoi ( con la confessione)  e tu non puoi sapere i miei. Quando  tocca la terza  pensa - Io posso fottere tua moglie, ma tu non puoi fottere la mia!

 

Il nido di Merli

 

Fiorenzo e Armando andavano a nidi, catturavano cioè catturando gli uccelli appena svezzati. Sotto un ciuffo di erba ne scoprirono uno di merli. I pulcini erano piccoli per cui decisero di rimandare la cattura ad un altro giorno. Il tempo passo ed il giorno stabilito si avvicinò. La sera della vigilia, però, Fiorenzo, pensò bene di prendere gli uccelli e riempire il nido con….merda. Il giorno dopo, all'alba, andarono al posto convenuto e Armando si precipitò a prendere gli animaletti, ma anziché di stringere i pennuti , afferrò lo sterco maleodorante. Per molto tempo la puzza di quella preda lo tormentò, mentre a Torre a lungo si rise di quello scherzo.

 (inviato da Adamo Barone)  


 

Cazone

Nel 1942 Carmine Ardolino “re cazone” aveva 12 anni ed abitava a Torre alla via Costarelle (vicino addò “Za Pippina e´ rezza " e “Za caca arreta a la porta”), faceva in quel tempo l´apprendista falegname da Alberto Todisco che teneva " la poteia” (bottega) sotta addò ron Baldassaro. Mentre “mast´ Abberto” faceva il sacrestano nella Chiesa, il piccolo Carmine sbagliava a lavorare una cornice nella bottega affianco ed allora o “zi masto” accortosi dell´errore rimproverò il piccolo “cazone” davanti a tutte le donne che erano presenti in Chiesa quel momento facendogli fare una figuraccia e cacciandolo fuori in malo modo. Per tutta la notte “carminuccio” non dormì per la tanta umiliazione ed allora, il giorno dopo, aspettò “al varco” l´ex principale. Si appostò sulla strada nei pressi della “parula” ove sapeva che da li doveva passare e, quando questi giunse, furbescamente gli andò alle spalle e gli strappò con decisione la borsa con i ferri da lavoro. A questo punto, pur sentendosi richiamare da mast´Abberto, il piccolo apprendista se ne scappò e lo attese davanti alla “poteia” anzidetta. Quando questi giunse disse a Carmine con fare arrabbiato: cosa vuoi e cosa ci trovi in me?!:: Egli rispose: non me ne voglio andare da qui perchè sei un grande artista. Da allora i due diventarono grandi amici e mast´Abberto finì per capire che Carminuccio sarebbe diventato anch´egli un´artista e in un caldo pomeriggio d´estate gli disse: Non te mette co “e´ cacamete” si vuoi reventà coma a´ mme.

(Raccontato da Carmine Ardolino, trascritto da sua figlia  Maria Pia Ardolino)

 

Andrea il furbo

I

Questa storia risale al 1933. Era tempo di grande miseria e molti contadini andavano "a giornata" a zappare per il  solo pranzo. Andrea, uomo rozzo e bestiale, aveva assoldato alcuni di questi che gli dissodassero il terreno. A sera, preparò secondo l'uso, un pasto a base di salame e formaggio. Ma le quantità che portò a tavola erano molto esigue. A fine pranzo, pero, si presentò con un grandissimo vassoio ricolmo di ricotta fresca. Nel poggiare il vassoio sul tavolo, furbescamente fece cadere per terra la lucerna, per cui nella sala cadde un buio completo. Ne seguì prima un trambusto, poi una serie di imprecazioni. Quando si riaccese la lucerna ci si accorse ce alcuni affamati lavoranti,approfittando del buio si erano lanciati su quello che ritenevano fosse ricotta e che in realtà era calce fresca. Molti dovettero  ricorrere alle cure mediche ed il racconto dello scherzo, per la sua cattiveria,  fece il giro dei paesi vicini.       

(contributo di Adamo Barone  )